Cronaca

Ospedali di Napoli, le aggressioni calano. Ma al Cardarelli è bastata una porta aperta

Hanno approfittato della porta dei visitatori, rimasta aperta per pochi secondi, e sono entrati nel pronto soccorso del Cardarelli. È successo un paio di notti fa, intorno all’una e venti: quattro persone volevano raggiungere un diciassettenne arrivato in codice rosso dopo un incidente stradale, accanto al quale il personale aveva fatto entrare soltanto la madre. Quando le tre guardie giurate in servizio hanno chiesto loro di uscire, sono partiti i colpi. Una guardia è finita a terra, un infermiere corso ad aiutarla è stato picchiato anche lui. La calma è tornata solo con l’arrivo di altri vigilanti e di una volante della Polizia di Stato, i cui agenti hanno identificato i quattro e chiesto i filmati delle telecamere.
Per l’ospedale si tratta del secondo episodio di questa gravità dall’inizio dell’anno, su circa 52mila accessi in pronto soccorso. Ed è da qui che conviene partire per capire come sono cambiate le cose negli ospedali napoletani.
Fino a uno o due anni fa, tra Napoli e provincia, si contavano quasi cento episodi di violenza all’anno contro medici, infermieri e operatori. Tra il 2024 e il 2025 sono stati 184 in tutto. Nel primo semestre di quest’anno, secondo i dati presentati a luglio dal prefetto Michele di Bari, il conto si è fermato a 21. Gli episodi, ha detto il prefetto al termine di un vertice convocato dopo l’aggressione a un operatore socio sanitario, ancora una volta al Cardarelli, “sono in calo ma continueremo a mantenere alta l’attenzione“. Anche il presidente dell’Ordine dei medici di Napoli, Bruno Zuccarelli, ha riconosciuto “una diminuzione significativa degli episodi“.
Il calo ha dietro scelte precise, di cui la prima risale al marzo del 2023, quando nei principali pronto soccorso della città sono stati aperti posti di polizia fissi. In prefettura spiegano buona parte del miglioramento proprio così: avere un agente a pochi metri scoraggia chi sta per perdere la testa. Poi, dall’autunno del 2024, è cambiata la legge: le pene per chi aggredisce il personale sanitario sono diventate più pesanti ed è arrivato l’arresto in flagranza differita, che permette di fermare l’aggressore anche nelle ore successive, sulla base delle immagini registrate.
Per questo le telecamere sono diventate così importanti. Non servono solo a ricostruire cosa è successo, ma possono decidere la sorte di chi ha alzato le mani. Quest’estate, al Policlinico Federico II, un uomo che avrebbe colpito con un pugno un ginecologo è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di lesioni ai danni di personale sanitario. Il Cardarelli, nella nota diffusa dopo l’episodio della scorsa notte, lega i suoi risultati proprio a questo: il pronto soccorso “ha registrato un calo delle aggressioni, grazie alle numerose misure di sicurezza adottate, al potenziamento della videosorveglianza e a un protocollo anti-aggressioni, divenuto un esempio organizzativo“.
Quel protocollo merita un discorso a parte, perché tocca un punto che con la sicurezza fisica c’entra poco. “Applicando in modo innovativo la normativa vigente“, spiega l’ospedale “il protocollo consente all’ospedale di denunciare direttamente le aggressioni al personale sanitario, senza costringere l’aggredito a esporsi“. In pratica chi viene colpito durante il turno non deve presentarsi da solo a sporgere denuncia, mettendo nome e faccia contro chi lo ha aggredito, magari una persona che rivedrà in reparto il giorno dopo. A muoversi è l’azienda. Manuel Ruggiero, medico dell’emergenza e presidente di un’associazione nata per denunciare le violenze contro medici e infermieri, invita a leggere i numeri con prudenza: riconosce che le aggressioni sono in calo, ma non attribuisce il merito a campagne di prevenzione più efficaci. E avverte che “in alcuni casi c’è sfiducia e le segnalazioni non giungono più dalle vittime“. In pratica una parte di chi viene aggredito potrebbe aver smesso di denunciare, e quindi di comparire nelle statistiche. I casi gravi, del resto, non sono spariti: pochi mesi fa, sempre al Cardarelli, un infermiere è stato accoltellato da uno sconosciuto.
Resta poi la domanda su dove nasca la violenza. Il prefetto, a luglio, l’ha messa così: “Ricordiamoci sempre che gli ospedali sono luoghi di sofferenza. Punto di arrivo di persone sconvolte per fatti gravi accaduti a loro stessi o ai loro cari“. Per questo ha indicato come utili le iniziative della Regione Campania sulla comunicazione, pensate per fare da filtro tra il personale “impegnato in attività delicatissime e utenza, per prevenire incomprensioni“.
Basta guardare come iniziano molte aggressioni per capire che il ragionamento regge. L’anno scorso, al Monaldi, una dottoressa ha preso uno schiaffo per aver difeso un’infermiera, insultata pesantemente dopo aver chiesto a una ragazza di abbassare il volume del telefonino. La scorsa notte, al Cardarelli, la miccia è stata una regola: una sola persona accanto al paziente. Sono attriti che nascono quasi sempre nello stesso posto, tra la sala d’attesa e la porta del reparto, dove chi aspetta notizie non sa niente e chi lavora non ha tempo di spiegare.
Polizia, telecamere e leggi più dure hanno fatto scendere i numeri, e nessuno lo mette in discussione. Ma il pronto soccorso resta un luogo dove la tensione si accumula in pochi metri quadrati, e dove una porta aperta al momento sbagliato può cambiare il corso di una notte. Le immagini di quella appena trascorsa sono ora nelle mani della polizia. Insieme alle guardie, nei filmati c’è anche un infermiere che ha visto un collega a terra ed è corso ad aiutarlo.

This post was published on Ott 13, 2026 12:59

Fabio Iuorio

Osservatore del sociale a 360°, amo scrivere e guardare Oltre. Ho amato il ruolo di giornalista fin da bambino, mi piace poter approfondire temi a sfondo sociale spesso ignorati dalla società moderna. Che dire, sono un eterno sognatore di un mondo come quello descritto da John Lennon in Imagine, un mondo dove non esistono discriminazioni e guerre, nulla per cui uccidere o morire.

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