Mercoledì 27 maggio, ore 4:30 del mattino. Mentre la maggior parte delle persone dorme, qualcuno a Trentola Ducenta si sveglia con la puzza di plastica e gomma bruciata in gola. Non è un incubo: è la Terra dei Fuochi che riapre i battenti.
Puntuale come un orologio svizzero, con l’arrivo delle prime giornate davvero calde della stagione, sono tornati anche loro, i roghi tossici, quella piaga che chi vive tra Napoli e Caserta conosce fin troppo bene, quella colonna di fumo nero che si alza nel cielo e dice tutto senza bisogno di parole. Quest’anno l’esordio è arrivato nelle primissime ore del mattino di mercoledì 27 maggio 2026: ore 4:30, Trentola Ducenta e dintorni avvolti da un’aria densa, acre, irrespirabile. La puzza inconfondibile di plastica e gomma bruciata ha svegliato i residenti nel buio della notte, costringendoli a chiudere finestre e balconi nel vano tentativo di non respirare veleno.
Non si tratta di un episodio isolato, di un malaugurato incidente o di una fatalità, chi abita in questa fetta di Campania sa perfettamente di cosa si tratta: rifiuti speciali, spesso tossici, dati alle fiamme deliberatamente. Pneumatici, plastica, scarti industriali, materiale che qualcuno sceglie di smaltire nel modo più rapido, più economico e più criminale possibile, bruciandolo. E le ore notturne, quelle in cui i controlli si allentano e le strade si svuotano, rappresentano il momento preferito per questi atti. Mercoledì mattina, alle 4:30, Trentola Ducenta ne ha avuto l’ennesima, drammatica conferma.
Ma la settimana non era ancora finita. Il giorno successivo, giovedì 28 maggio, la scena si è ripetuta. Stavolta il teatro è Acerra, e l’orario è ben diverso: ore 20:30, pieno tramonto. Il cielo si tinge di rosa e arancio, come spesso accade nelle sere di fine maggio in Campania, ma quello che si staglia contro quella luce calda non ha nulla di romantico: una colonna di fumo nero, densa e altissima, si leva improvvisa sopra i tetti e gli alberi, visibile a chilometri di distanza. Le immagini, rimbalzate immediatamente sui social, mostrano una scena che fa rabbia solo a guardarla: fumo scuro che sale compatto nel cielo del tramonto, un pennacchio tossico che si allarga lentamente sopra le abitazioni, sopra i campi, sopra le teste delle persone che in quel momento stanno magari cenando, facendo una passeggiata, mettendo a letto i figli. I residenti di Acerra e dei comuni circostanti sanno riconoscere quel fumo, non hanno bisogno di analisi chimiche per capire che quello che stanno respirando non è aria pulita. L’odore acre e pungente, il colore quasi nero della colonna, la rapidità con cui si propaga sono tutti segnali inequivocabili, qualcuno ha appiccato un rogo tossico, ancora una volta, in quella che ormai viene definita senza più alcuna ironia la Terra dei Fuochi.
E qui la cronaca si intreccia con qualcosa che sa quasi di beffa, se non fosse tremendamente seria. Perché Acerra, proprio Acerra, era stata al centro dell’attenzione mondiale appena nove giorni prima. Il 19 maggio scorso infatti, il Papa aveva scelto questa città per una visita simbolica dedicata alle vittime della Terra dei Fuochi: un gesto di una potenza comunicativa rarissima, un riconoscimento ufficiale da parte del pontefice che questa terra esiste, che le sue vittime esistono, che il dramma ambientale e sanitario che si consuma qui da decenni non può e non deve essere dimenticato. Migliaia di persone avevano accolto il pontefice con emozione, con speranza, con la sensazione che qualcosa potesse davvero cambiare.
Nove giorni. È bastato aspettare nove giorni perché qualcuno rispondesse a quella visita con una colonna di fumo nero nel cielo della sera. Va detto che i roghi tossici in quest’area non sono una novità di questo maggio, sono una costante che si ripete da anni, da decenni, con una sistematicità che esclude ogni casualità e impone una lettura criminale del fenomeno. La Terra dei Fuochi (che comprende un’area vasta tra le province di Napoli e Caserta, con epicentri storici proprio ad Acerra, Giugliano, Villa Literno, Qualiano e una serie di altri comuni dell’hinterland) deve il suo tristissimo nome proprio a questa pratica: l’incendio doloso di rifiuti di ogni tipo, dai più comuni ai più pericolosi, smaltiti illegalmente da organizzazioni criminali che hanno trasformato questi terreni nel proprio inceneritore a cielo aperto. Un business enorme, costruito sulla pelle di chi ci vive.
Le conseguenze sanitarie sono documentate, studiate, denunciate da medici e ricercatori da anni: tassi di tumori superiori alla media nazionale in alcune aree specifiche, malattie respiratorie croniche, patologie rare che colpiscono con frequenza anomala, bambini nati e cresciuti in territori avvelenati, anziani che hanno trascorso una vita intera respirando aria contaminata senza saperlo o senza potersi permettere di andar via. È un bilancio pesantissimo, che non si misura solo con le statistiche ma con i volti, i nomi, le storie di chi quella terra la abita ogni giorno.
Eppure ogni primavera, ogni estate, i roghi riprendono, come se nulla fosse cambiato, come se tutti quegli anni di denunce, di indagini, di operazioni delle forze dell’ordine, di sequestri, di condanne non avessero scalfito più di tanto un sistema radicato, capillare, difficile da estirpare. I controlli ci sono, certo, e in alcuni periodi si intensificano. Ma la vastità del territorio, la complicità di chi tace, la capacità delle organizzazioni criminali di adattarsi e trovare nuove modalità operative rendono la battaglia enormemente difficile.
Non basta, e lo sanno tutti. Non bastano i posti di blocco occasionali, non bastano le telecamere installate e poi dimenticate, non bastano le promesse preelettorali che si dissolvono non appena le urne chiudono. Serve che chi denuncia venga ascoltato e protetto. Serve che le condanne arrivino in tempi ragionevoli e che siano abbastanza severe da scoraggiare chi considera questo tipo di crimini un rischio accettabile rispetto al profitto.
Nel frattempo, a Trentola Ducenta come ad Acerra, le finestre restano chiuse anche nelle notti di fine maggio. I bambini dormono con l’aria condizionata accesa per non dover respirare quello che arriva da fuori. I residenti fotografano le colonne di fumo e le postano sui social, perché è uno dei pochi strumenti che hanno per gridare al mondo che qui si sta ancora bruciando tutto, rifiuti, salute, futuro.
La stagione dei roghi tossici in Terra dei Fuochi è ufficialmente iniziata. Di nuovo. Come sempre. E come sempre, la domanda rimane sospesa nell’aria avvelenata: fino a quando?















