Cronaca

La strage silenziosa del Mediterraneo: recuperati 11 corpi, sei migranti salvati in mare

A circa 57 miglia nautiche da Zuara, in Libia, il mare ha restituito undici corpi in avanzato stato di decomposizione, alcuni ancora vestiti, altri aggrappati a camere d’aria usate come salvagente di fortuna. A trovarli è stato l’Albatross, l’aereo che sorveglia dall’alto le rotte migratorie per conto di SOS Mediterranee e Humanitarian Pilots Initiative, durante uno dei suoi voli di ricognizione. Poco dopo è arrivato la Sea-Watch 5, che ha recuperato le salme. Nella stessa zona, la nave ha soccorso anche sei persone ancora vive. Erano state gettate in acqua dai trafficanti, nel cuore della notte.

Nessuno sa con certezza quando sia affondata l’imbarcazione, né quante persone ci fossero a bordo. Il mare non lascia orari, non lascia elenchi passeggeri, lascia solo corpi, quando li lascia. La segnalazione è arrivata al Centro operativo della Guardia Costiera italiana, che ha girato il caso a chi coordina i soccorsi nell’area. È la burocrazia della morte in mare: un protocollo che si attiva anche quando non c’è più nessuno da salvare.

Da inizio anno, lungo la rotta del Mediterraneo centrale, sono morte o risultano disperse quasi 900 persone, un quarto in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nello stesso tempo, gli arrivi in Italia sono calati di oltre la metà. Sembrerebbe una buona notizia, ed è il contrario: la traversata non è diventata più sicura, è diventata più letale. Il tasso di mortalità ha superato il 3%. Ogni 35 persone che provano ad attraversare, una non arriva viva.

Le sei persone soccorse vive raccontano un altro pezzo della stessa storia: sono state gettate in mare nel cuore della notte da chi le aveva caricate a bordo. Non un incidente, una scelta. Per i trafficanti, chi viaggia non è un passeggero da portare a destinazione: è un carico da smaltire quando diventa scomodo, un rischio da eliminare quando qualcosa va storto durante la traversata. È la stessa logica che regola lo sfruttamento nei campi o nei cantieri, applicata al mare: una persona vale finché produce un guadagno, poi diventa un problema da far sparire.

Quando un confine diventa troppo sorvegliato, chi lo attraversa non smette di provarci. Cambia rotta, cambia orario, cambia imbarcazione. Cerca il tratto di mare meno controllato, anche se è il più pericoloso. È quello che succede nel Mediterraneo centrale: mentre l’Europa investe per rendere più difficile arrivare, le acque internazionali vedono una presenza sempre più aggressiva di motovedette libiche, addestrate anche con fondi europei, impegnate a intercettare i barconi prima che qualcun altro possa soccorrerli. Il risultato non è meno persone in viaggio, ma più persone che muoiono lontano da occhi che possano documentarlo, salvarle, o anche solo contarle.

Undici corpi ritrovati in mare non fanno notizia come un naufragio in diretta o un salvataggio miracoloso. Sono un numero che si aggiunge ad altri numeri, in un bollettino che si aggiorna da anni senza che cambi la sostanza delle cose. Ma dietro ogni cifra c’è una traversata iniziata da qualche parte, una decisione presa perché tutte le altre strade sembravano peggiori.

Ma allora quanto ancora siamo disposti a considerare normale che si muoia così, in silenzio, a 57 miglia da una costa che nessuno vede?

This post was published on Ago 15, 2026 11:03

Fabio Iuorio

Osservatore del sociale a 360°, amo scrivere e guardare Oltre. Ho amato il ruolo di giornalista fin da bambino, mi piace poter approfondire temi a sfondo sociale spesso ignorati dalla società moderna. Che dire, sono un eterno sognatore di un mondo come quello descritto da John Lennon in Imagine, un mondo dove non esistono discriminazioni e guerre, nulla per cui uccidere o morire.

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