Attualità

La favola della middle class digitale

Ogni epoca ha la sua promessa di riscatto.

Per i nostri genitori era il posto fisso: non perfetto, spesso faticoso, ma stabile. Un orizzonte chiaro, una traiettoria riconoscibile. Per molti di noi, quella promessa ha cambiato forma.

Non parla più di stabilità, ma di visibilità.

La storia è semplice, ed è proprio questo il suo punto di forza.

Chiunque può farcela. Basta un’idea, un telefono e costanza. Se lavori bene, prima o poi vieni premiato. È una narrazione meritocratica, democratica, seducente. E soprattutto comoda.

Comoda perché sposta tutta la responsabilità sull’individuo.

Se non guadagni, non sei abbastanza bravo. Se non cresci, non ti impegni davvero. Se molli, non ci credevi abbastanza.

In questo racconto non c’è quasi mai spazio per il contesto, per la struttura, per la distribuzione del rischio. C’è solo un individuo davanti a un’opportunità teoricamente infinita. Se non funziona, la conclusione è implicita: qualcosa in te non ha funzionato.

Questa è la favola della middle class digitale: una vasta area intermedia popolata da creator “normali”, non famosi ma sostenibili.

Persone che non vivono di exploit, ma di continuità. Numeri solidi, collaborazioni ricorrenti, entrate prevedibili.

Una promessa che sembra sempre a un passo di distanza, abbastanza vicina da tenerti in movimento, ma abbastanza lontana da non essere quasi mai raggiunta.

Il problema non è che esistano casi di successo. Il problema è come vengono raccontati.

La creator economy soffre di un enorme survivorship bias.

Vediamo continuamente chi ce l’ha fatta, perché è l’unico che ha spazio, tempo e interesse per raccontarlo. Vediamo i risultati, raramente il percorso. Vediamo i numeri finali, quasi mai tutto ciò che è rimasto indietro.

Non vediamo chi ha prodotto contenuti per anni, ha accumulato visualizzazioni, follower, engagement, e poi ha smesso. Senza annunci, senza post di addio, senza spiegazioni. In silenzio.

Non perché fosse incapace, ma perché a un certo punto il conto non tornava più.

A rafforzare questa distorsione c’è un’industria parallela che prospera proprio su quella distanza tra promessa e realtà: quella di chi guadagna parlando di come guadagnare.

Corsi, mentorship, community, framework, dashboard. Modelli che funzionano spesso solo a una condizione: che tu venda il modello stesso.

Non crei contenuti per un pubblico finale, ma per aspiranti creator. Non monetizzi il valore generato, ma il desiderio di replicare un percorso.

È un circuito chiuso, perfetto: più persone restano fuori, più la narrazione diventa credibile.

Nel frattempo, chi crea davvero – informazione, intrattenimento, divulgazione, satira, cultura – interiorizza lentamente un’idea tossica: se non stai guadagnando, stai fallendo.

Anche quando lavori più di prima. Anche quando vieni riconosciuto, citato, seguito. Anche quando produci valore reale per chi ti guarda.

La middle class digitale, così come viene raccontata, non è una fotografia della realtà. È una narrazione funzionale. Serve a mantenere alta la partecipazione e basse le domande strutturali.

Tiene le persone impegnate a migliorare se stesse, invece di interrogare il sistema in cui stanno cercando di stare in piedi.

È qui che la favola mostra la sua vera natura.

Non è un sogno collettivo. È un meccanismo di auto-responsabilizzazione permanente.

Se ce la fai, diventi un esempio. Se non ce la fai, la colpa è tua.

Il modello, intanto, resta intatto.

Capire questo non significa negare il valore dell’impegno, né ridicolizzare chi ha avuto successo.

Significa riconoscere una cosa semplice ma scomoda: le eccezioni non fanno una classe media.

E continuare a raccontarle come se fossero la norma non produce possibilità reali.

Produce solo senso di colpa.

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