La didattica a distanza, questo mistero: gioie e dolori

Quella che all’inizio poteva sembrare ai ragazzi una vacanza insperata, si è rivelata come un grosso problema per tutti.

di Angela Procaccini.

Come un vortice, un misterioso virus ha sconvolto il mondo intero creando anche una profonda turbativa nel sistema ormai consolidato della scuola. Partecipazione, lezioni, interrogazioni, progettazioni e programmazioni, colloqui con i genitori, valutazioni e così via: tutto ciò che era ormai definito, è stato cancellato improvvisamente a fine febbraio 2020, quando non solo la scuola, ma in genere le certezze dell’umanità hanno avuto uno scossone.

E quello che all’inizio poteva sembrare ai ragazzi una vacanza insperata, si è poi rivelato un grosso problema per tutti.

Eraclito diceva “πavτa ρει”, ed è vero. Presto ci rendiamo conto che le cose si evolvono e cambiano senza che quasi ce ne accorgiamo. Ed anche questo cambiamento verso il digitale, che negli anni scorsi alcuni docenti “illuminati” addirittura decantavano, si è oggi prepotentemente insediato. Forse quasi inconsapevolmente.

Certo con una adeguata formazione per dirigenti, docenti, allievi, e famiglie il cambiamento poteva essere meno traumatico e diventare un vantaggio in alcune situazioni di emergenza (allerta meteo, malattie, strade interrotte…), ma calato improvvisamente dall’alto, senza altra possibilità, e con i tempi stretti di una anno scolastico verso la conclusione, non è stato facile affrontare la situazione.

Le problematiche ci sono, e sono tante. Motivi di connessione, di mancanza di strumenti, spesso difficoltà socio/culturali impediscono a molte famiglie di capire che, anche se le scuole sono chiuse, è necessario non interrompere il dialogo educativo dei loro figli: è un diritto sacrosanto della nostra Costituzione quello dell’istruzione e di certo non vogliamo che ancora una volta siano i bambini e i ragazzi più deboli a dover risentire della situazione. Mi ha sempre guidato nella vita professionale il messaggio di Don Milani “Fate che la scuola non sia un ospedale che cura i sani e abbandona i malati”: anche in questo caso sarebbero i “malati” a subirne le conseguenze. Per l’Istat, infatti, la percentuale di famiglie senza computer supera il 41% nel Mezzogiorno, con Calabria e Sicilia in testa, ed è circa il 30 % in altre zone del Paese.

In un articolo de La Repubblica del 15 aprile il Maestro Marco Rossi-Doria, già Sottosegretario del Ministero dell’Istruzione, in un’intervista di Corrado Zunino, giustamente rileva le tante famiglie senza computer e senza wifi: sono quelle che soffrono di più lo stop.

Le scuole fanno spesso grossi sacrifici per riportare allo studio ragazzi deprivati, con famiglie, o pseudo famiglie, di contesti difficili. Forse è per merito di docenti carismatici, il cui rapporto con gli studenti diventa importante, che molti ragazzi imboccano la strada giusta nella valorizzazione del loro talento.

Da questa premessa si intuisce con chiarezza che per me la vera scuola è quella del rapporto diretto docenti alunni e alunni fra di loro, in giornate che fluiscono rapidamente tra impegni di studio, pause ricreative, confronti e talvolta scontri, vittorie e sconfitte, in un microcosmo particolare che aiuta ad entrare nel mondo esterno.

Ma le scuole e i docenti oggi sono stati chiamati a trovare modalità di didattica che permettano di offrire agli studenti di continuare ad apprendere, nonostante la lontananza dalla scuola.

Il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 marzo 2020, all’art.1, comma g) afferma:

“i dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità”.

Come consiglio ai Docenti in questa circostanza propongo il testo “9 regole della scuola” di Bernhard Bueb, preside di scuola tedesca, che  indica i 9 comandamenti del buon insegnante. I tre comandamenti che possono essere utili, fra i 9, per questi momenti di difficoltà nell’insegnamento on line, sono: 1. Fidati (dare fiducia agli alunni lontani), 2. Pretendi ( riuscire a mantenere un ritmo valido di studio),  3. Proteggi (riuscire a fornire l’apporto psicologico soprattutto a chi ha difficoltà, nonostante la lontananza fisica).

Per essere esaustivi, mi piace però far rilevare anche gli aspetti positivi della didattica a distanza. Lo scrittore e docente Enrico Galiano ne rileva i vari motivi di positività in una simpatica intervista:

E’ la scuola che va a casa degli studenti. Perché ha a cuore la loro crescita.

Si riesce più facilmente a sviluppare un rapporto uno a uno . In classe è difficile seguirli singolarmente, invece con l’invio di materiale, le correzioni, riesci a dedicarti di più al singolo, a vedere le sue difficoltà, quelle solo sue, e quindi ad aiutarlo a individuare le strategie per superarle.

È un bell’aiuto per i timidi, confusi da un contesto spesso “feroce” della classe

C’è un grado di coinvolgimento nuovo: i ragazzi vedono il docente nel suo habitat personale, in una veste nuova

Ma soprattutto non c’è più la paura che spesso spegne i ragazzi nella loro ansia da prestazione.

Concludendo, la scuola a distanza non può certo sostituirsi a una relazione educativa in aula, in cui studenti e docenti comunicano non solo con le parole, con i libri, con i video, con gli strumenti tecnologici, ma soprattutto con gli sguardi, con l’incontro (e talvolta lo scontro…) fisico e con tutti gli elementi della prossemica.

E parafrasando ciò che ha detto Papa Francesco per la Chiesa nella Messa celebrata il 17 marzo in S. Marta: non ci può essere una Chiesa senza Familiarità, non ci può essere una scuola senza Familiarità.

È quest’ultima che rende vivo il rapporto e costruttivo il progetto.

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