Cultura

“Il casalese di Dio”: il libro che riporta Don Peppe Diana fuori dalla retorica e dentro la storia

Antonio Mattone, giornalista e scrittore, già portavoce della Comunità di Sant’Egidio e da anni impegnato nel racconto delle marginalità sociali, ha scelto di non celebrare, ma di raccontare. E la differenza, quando si parla di Don Peppe Diana, non è di poco conto.

Il casalese di Dio”, pubblicato da EDB con prefazione di Andrea Riccardi e postfazione di mons. Angelo Spinillo, arriva in un momento in cui la figura del sacerdote di Casal di Principe rischia di scivolare definitivamente in un’illustrazione per le cerimonie, per le targhe o per i discorsi di fine anno scolastico. Mattone prova a fare il contrario: togliere la vernice, andare sotto.

Parlare oggi di Don Peppe Diana non significa soltanto ricordare un prete assassinato dalla camorra il 19 marzo 1994, nel giorno del suo onomastico, mentre si preparava a celebrare messa nella chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe. Significa tornare dentro un pezzo di Campania che per anni ha vissuto schiacciata tra paura, silenzi istituzionali e un potere criminale capace di riempire ogni angolo della vita civile. Significa farlo, però, senza trasformare tutto nell’ennesima celebrazione adatta a convegni e qualche post sui social. Mattone questo lo sa bene, e prova con determinazione a restituire una figura che col tempo rischiava quasi di diventare più simbolica che reale. Don Peppe torna uomo prima ancora che icona: un sacerdote di Casal di Principe che conosceva nomi, facce, famiglie e dinamiche di quel territorio in modo profondo, viscerale. Uno che aveva capito (e lo aveva messo nero su bianco nel documento Per amore del mio popolo non tacerò) che la camorra non era semplicemente criminalità organizzata, ma un sistema capace di infilarsi nella vita quotidiana della gente, di sostituirsi allo Stato, di offrire lavoro, protezione, identità. E che proprio per questo era necessario combatterla innanzitutto sul piano culturale ed educativo, prima ancora che su quello giudiziario. L’aspetto più interessante del libro sta proprio nel tentativo ostinato di raccontare il contesto: l’omicidio di Don Diana non nasce dal nulla, ma in una terra in cui alzare la testa aveva un prezzo preciso, e lui quel prezzo lo ha pagato per intero, in una mattina di marzo, con tre colpi di pistola sparati a distanza ravvicinata. Il titolo, Il casalese di Dio, colpisce perché ribalta la prospettiva con cui spesso guardiamo a certe figure. Don Peppe non viene presentato come un eroe esterno alla sua terra, calato dall’alto in una realtà che non gli apparteneva. Al contrario: era un casalese, figlio di quella terra fino alle radici, la conosceva dall’interno, ne condivideva i legami, le contraddizioni, le ferite. Solo che invece di piegarsi a certe logiche o di girarsi dall’altra parte come molti avevano scelto di fare aveva imboccato un’altra strada. E quella scelta lo aveva reso scomodo, pericoloso, da eliminare. Nel volume si trovano ricostruzioni dettagliate, testimonianze di chi quella stagione l’ha vissuta, dettagli meno frequentati dalla narrazione pubblica e interrogativi che continuano ancora oggi a gravitare attorno a quella morte. Il lavoro di Mattone diventa prezioso perchè prova a scavare nella memoria collettiva senza trattare il lettore come uno spettatore passivo, ma coinvolgendolo in un ragionamento che va oltre il pur necessario momento commemorativo. Perché il punto, alla fine, è proprio questo. Don Peppe Diana viene citato continuamente: scuole che portano il suo nome, strade dedicate, murales, manifestazioni, anniversari. Ma conoscere davvero una persona, capire cosa pensava, cosa temeva, cosa sperava, in quale clima viveva e operava, è cosa diversa dal ripetere il suo nome in occasione di cerimonie istituzionali. 

Di seguito l’intervista che l’autore ha concesso per RoadTv Italia:

Ciao Antonio, ma perché scrivere oggi un libro su Don Peppe Diana? Non rischiava di essere l’ennesimo titolo sull’argomento?

E’ la stessa obiezione che mi ha posto un abitante di Casal di Principe incontrato casualmente in un bar. Innanzitutto devo dire che è stata una richiesta del vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo. In vista di una possibile apertura del processo di beatificazione, c’era l’esigenza di approfondire la figura e l’opera del sacerdote. Leggendo i vari testi pubblicati in questi anni, mi sono resoconto che mancavano le testimonianze dei giovani che l’avevano conosciuto, che lo avevano frequentato quotidianamente. Allora sono andato alla ricerca di quei ragazzi, ne ho incontrati 35, ed è venuto fuori un don Peppe inedito, con tanti episodi ed aspetti sconosciuti. E poi c’era la questione del perché fosse stato ucciso. Nonostante tre processi passati in giudicato restavano ombre e dubbi sulla ricostruzione delle motivazioni che avevano determinato questa scellerata decisione.

Il titolo Il casalese di Dio è una scelta precisa. Cosa volevi comunicare?

Via via che procedevo con la mia attività di ricerca, emergeva uno spaccato tutto particolare dell’umanità, del carattere, dei sentimenti di don Peppe. La personalità di un uomo ostinato, puntiglioso ma sempre operoso e dotato di grande generosità, difetti e pregi che sono propri degli abitanti di Casal di Principe. E poi ho voluto affrancare la popolazione casalese dall’accezione negativa del termine casalese, legata al clan malavitoso. Insomma don Peppe era un vero casalese al servizio di Dio.

Ci sono aspetti della storia di Don Diana che ancora oggi non vengono abbastanza raccontati?

Don Peppe viene spesso definito come un prete anticamorra, ma lui era molto di più. Era un cristiano autentico che voleva comunicare ai suoi giovani la bellezza e la forza del Vangelo. Si interessava ai poveri e agli emarginati: i migranti e i disabili per esempio. Quale prete non è anticamorra? E poi era un sacerdote che aveva una grande spiritualità, e che dedicava molto tempo alla preghiera e alla parola di Dio. Un giovane mi ha raccontato che spesso lo vedeva a sera nel suo ufficio parrocchiale, assorto in preghiera. Insomma era un prete a tutto tondo.

Come hai lavorato sulle fonti? Hai incontrato resistenze nel ricostruire certi passaggi?

Ho voluto innanzitutto incontrare le persone che lo avevano conosciuto. Quei 35 ragazzi di cui dicevo prima, i sacerdoti della zona, alcuni compagni di seminario e, ovviamente, i familiari. Poi ho studiato gli atti del processo (qui devo purtroppo riscontrare che non sono stati trovati negli archivi del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, gli atti del processo d’appello e quelli del processo stralcio al mandante) e ho voluto intervistare alcuni inquirenti che indagarono sull’omicidio. Infine ho voluto incontrare coloro che furono condannati o coinvolti in un primo momento nel delitto. Solo il pentito Giuseppe Quadrano, che è stato riconosciuto come l’autore materiale dell’omicidio, non ha voluto incontrarmi.

Don Diana aveva paura?

Questa domanda è ancora oggi oggetto di discussione. Negli ultimi tre decenni ci si è interrogati se la sua azione pastorale possa avergli creato delle gravi inimicizie. In tanti sostengono che nel paese dove era nato e conosciuto don Peppe si sentisse al sicuro. E poi diceva sempre che aveva il colletto da prete che lo difendeva, come se fosse un giubbotto antiproiettile. Quello che sappiamo è che, nelle ultime ore di vita, il sacerdote era sicuramente turbato e preoccupato, ma non sappiamo con certezza fino a che punto, anche perché non parlò mai di una precisa minaccia né ai suoi familiari, né ai confratelli, né tantomeno ai ragazzi della parrocchia.

Casal di Principe oggi: è cambiata davvero rispetto a quegli anni?

Sicuramente è cambiata tanto. Il paese non vive più sotto quella cappa di terrore a cui era sottomesso. Tuttavia non credo che possiamo dire che la camorra sia stata sconfitta. Oggi forse è meno visibile, non fa omicidi ma affari. Esiste una camorra finanziaria, dei colletti bianchi, non meno pericolosa di quella che si affermò alla fine degli anni ’80, perché impedisce uno sviluppo sano alla vita imprenditoriale ed economica del territorio. Forse è cambiata la consapevolezza che ai vari clan non convenga più combattere fra di loro, ma accordarsi e spartirsi le zone e i settori di interesse.

Cosa speri che rimanga al lettore, una volta chiuso il libro?

Spero che venga superata la visione distorta delle fiction televisive e quella narrazione che ha voluto relegare don Peppe nell’angusta etichetta del “prete anticamorra”.

Ultima domanda: se Don Diana potesse leggere questo libro, cosa penserebbe?

Ah, questo bisognerebbe chiederlo a lui…. Forse me lo immagino con quello sguardo sornione e compiaciuto che aveva quando era soddisfatto di qualcosa. Almeno così voglio sperare. Me lo fanno pensare i tanti giudizi positivi che sto ricevendo da persone che lo hanno conosciuto e che mi dicono: “questo è il vero don Peppe!”

Il casalese di Dio” prova a riportare Don Diana fuori dalla retorica e dentro la realtà. E forse è questo il vero atto di rispetto verso un uomo che non aveva paura delle domande scomode. Leggerlo senza comodità, senza la rete di protezione della celebrazione. Lasciare che la sua storia, quella vera, faccia ancora un po’ di rumore.

This post was published on Giu 3, 2026 8:40

Fabio Iuorio

Osservatore del sociale a 360°, amo scrivere e guardare Oltre. Ho amato il ruolo di giornalista fin da bambino, mi piace poter approfondire temi a sfondo sociale spesso ignorati dalla società moderna. Che dire, sono un eterno sognatore di un mondo come quello descritto da John Lennon in Imagine, un mondo dove non esistono discriminazioni e guerre, nulla per cui uccidere o morire.

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