Il rogo del campo rom di via Carrafiello torna ad avvelenare i cieli della Terra dei Fuochi. Non è una novità. È un sistema.
Oggi, 6 giugno 2026, verso le ore 13.00, una colonna di fumo nero si è alzata ancora una volta dal campo rom di via Carrafiello, alla periferia di Giugliano in Campania. I Vigili del Fuoco sono stati allertati, le squadre sono intervenute, l’area è stata presidiata. Tutto nella norma. Tutto nella tragica, irritante, insopportabile norma di una storia che si ripete con la puntualità di un orologio rotto, sempre fermo alla stessa ora. Perché questo non è un episodio di cronaca isolato, è un appuntamento fisso. Un rituale del degrado che nessuno, evidentemente, ha ancora trovato il modo o la volontà di interrompere davvero.
C’è un dettaglio che rende il rogo di oggi qualcosa di più di una semplice emergenza ambientale, qualcosa di più amaro nella sua brutalità: solo tre giorni fa, il 3 giugno, il Prefetto di Napoli Michele di Bari convocava a Palazzo di Governo un vertice istituzionale proprio su via Carrafiello. Al tavolo c’erano il Comune di Giugliano, l’Incaricato regionale per il contrasto ai roghi, le forze dell’ordine e il terzo settore. E dal tavolo emergeva una notizia inattesa, persino incoraggiante: diverse famiglie rom avevano abbandonato autonomamente il campo nelle settimane precedenti, trasferendosi fuori regione di propria iniziativa. Un segnale di movimento, di possibile cambiamento. Un primo, fragile segnale che qualcosa finalmente si stava smuovendo.
Tre giorni dopo, via Carrafiello brucia.
Che si tratti di coincidenza, di provocazione, di risposta a qualcosa o semplicemente dell’ennesimo episodio in una sequenza infinita, non cambia il punto centrale: il fuoco arriva sempre nel momento peggiore, sempre quando qualcosa sembra muoversi, sempre a ricordare che in questo territorio chi vuole mantenere lo status quo ha strumenti molto più efficaci di chi cerca di cambiarlo. Da anni, con una cadenza che scandisce le stagioni come un calendario perverso, da quell’area si levano nubi nere cariche di diossine, metalli pesanti, residui di plastica bruciata, oli esausti, vernici. Fumo che ehe entra nei polmoni dei bambini che giocano a trecento metri, che si deposita sugli orti, sui davanzali, sulle strade di chi in quella periferia ci vive e non ha scelto di farlo accanto a un cumulo di rifiuti tossici. Eppure ogni volta il copione è lo stesso: intervengono i pompieri, arrivano le pattuglie, qualcuno dichiara indignazione, qualcuno chiede sgomberi, qualcuno promette controlli più stringenti. Poi il fumo si disperde, la notizia invecchia in ventiquattro ore, e tutto torna esattamente come prima. Fino al prossimo rogo.
Qui è necessario fare un passo indietro. E soprattutto un passo laterale rispetto alla narrazione più comoda, quella che scarica tutto sulla comunità rom, chiude il ragionamento prima ancora di aprirlo e si sente a posto così. Partiamo da una domanda scomoda: chi ha interesse a bruciare rifiuti speciali in quell’area? La risposta non coincide sempre con chi materialmente appicca il fuoco. La Terra dei Fuochi ha una storia lunga e documentata di smaltimento illegale orchestrato da chi gestisce rifiuti industriali, edilizi, ospedalieri e non vuole pagare il costo (economico e giudiziario) di uno smaltimento legale. Il campo rom non è la causa del problema, è il luogo dove il problema viene scaricato. Questo non significa assolvere chi accende il fuoco, ma significa chiedersi chi ci guadagna davvero. E quella risposta, stranamente, interessa sempre meno rispetto alla cronaca dell’intervento dei pompieri.
C’è un altro dato che vale la pena guardare in faccia. Nel campo di via Carrafiello vivono centinaia di persone (bambini, anziani, famiglie intere) in condizioni che in qualsiasi altro contesto europeo verrebbero definite di emergenza umanitaria. Senza allacci regolari, senza fognature adeguate, senza quei servizi minimi che altrove si chiamano diritti. Quando il campo brucia, quelle persone respirano le stesse esalazioni tossiche degli abitanti del quartiere circostante. Spesso di più, perché ci vivono dentro. Eppure il dibattito pubblico su questi roghi si concentra quasi sempre sul danno alla comunità esterna senza mai chiedersi chi abbia interesse a mantenere quella popolazione in condizioni di tale marginalità. Una marginalità che le rende invisibili alle tutele e straordinariamente utili come capro espiatorio ogni volta che qualcosa va storto.
Ogni volta che un rogo si sviluppa a Giugliano si attiva un meccanismo preciso, collaudato, quasi burocratico: il sindaco denuncia, la Regione tace, la Prefettura esprime soddisfazione per l’operato delle forze dell’ordine, il Governo non risponde. Poi ripartono le promesse di interventi, di commissioni speciali, di fondi stanziati. Fondi che spesso esistono davvero ma sulla carta. Progetti che hanno nomi, numeri di delibera, dotazioni finanziarie, e che poi svaniscono nella nebbia di una burocrazia che sa benissimo come far durare un’emergenza abbastanza a lungo da farla diventare normale. Il vertice di tre giorni fa in Prefettura era, almeno sulla carta, qualcosa di diverso. Un tavolo che parlava di superamento del campo, di integrazione dei minori, di gestione dei rifiuti, di residenze di prossimità. Segnali concreti, per quanto timidi. E le famiglie che avevano scelto spontaneamente di andarsene erano la dimostrazione più preziosa di tutte: che quando si lavora seriamente sul territorio, qualcosa si muove senza bisogno di sgomberi forzati, senza ruspe, senza ordini di polizia. Si muove da solo.
Oggi quel segnale è avvolto nel fumo.
Via Carrafiello non è un’eccezione. È parte di un territorio che da decenni subisce lo smaltimento illegale di rifiuti tossici con una sistematicità che non merita più il nome di emergenza. L’emergenza è per definizione temporanea. Questa è una struttura fatta di economia criminale del rifiuto, di aree periurbane abbandonate dalla pianificazione pubblica, di comunità marginalizzate usate come schermo, di istituzioni che arrivano sempre dopo e mai abbastanza a monte. Una struttura che produce dati epidemiologici che esistono, che sono stati pubblicati, che parlano di incidenza tumorale superiore alla media regionale, di malformazioni neonatali, di aspettative di vita ridotte per chi abita questi territori. Dati che periodicamente tornano agli onori della cronaca, generano qualche titolo, producono zero politiche stabili.
Ogni volta che i Vigili del Fuoco domano un rogo come quello di oggi, fanno il loro lavoro. Ma fermarsi all’intervento operativo è come svuotare una barca che affonda con un cucchiaino: encomiabile nello sforzo, inutile nel risultato se non si tappa il buco. Il buco, qui, ha la forma di una politica ambientale assente, di un piano di gestione del territorio che non esiste, di un approccio alla questione rom che oscilla da decenni tra sgombero e abbandono, senza mai atterrare su qualcosa che assomigli a un’integrazione reale, a una regolarizzazione dignitosa, a una presenza dello Stato che non sia solo in divisa e solo quando brucia qualcosa. Proprio quando le famiglie iniziavano ad andarsene da sole. Proprio quando un tavolo istituzionale aveva appena mostrato che era possibile ragionare diversamente. Proprio allora, le fiamme.
Che sia un avvertimento o una fatalità, il risultato non cambia: via Carrafiello brucia ancora, e chi dovrebbe rispondere strutturalmente a questa storia ha tre giorni per decidere se il vertice di mercoledì era l’inizio di qualcosa o l’ennesima riunione destinata a dissolversi come fumo nell’aria. Quella risposta non è una questione tecnica, è una scelta politica.
E il fumo di oggi è già la prima risposta.














