Attualità

Educazione sessuo-affettiva a scuola, raccolte 500mila firme contro la legge Valditara

Cinquecentomila firme raccolte in poco più di un mese: è il traguardo che il comitato promotore del referendum contro la legge Valditara rivendica, dopo settimane di raccolta tra banchetti e firma digitale. L’obiettivo è cancellare la legge 104, la norma in vigore dal 7 luglio che vieta l’educazione alla sessualità nella scuola dell’infanzia e alla primaria.
Ora le firme, sia cartacee che raccolte online, dovranno passare al vaglio della Corte di Cassazione e poi della Corte Costituzionale: solo se la Consulta darà il via libera si potrà arrivare a un vero e proprio voto. E trattandosi di un referendum abrogativo, un’eventuale vittoria del sì non porterebbe nuove regole sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, ma semplicemente la cancellazione della legge 104: si tornerebbe di fatto alla situazione precedente.
Ma cosa dice, nel dettaglio, il testo finito sotto accusa? Le regole cambiano a seconda dell’età degli studenti. Alla materna e alle elementari qualunque attività didattica che riguardi “temi attinenti all’ambito della sessualità” è vietata senza eccezioni. Alle medie e alle superiori, invece, si può fare, ma solo con il consenso scritto delle famiglie (o dello studente stesso, se maggiorenne): la scuola deve avvisare con almeno una settimana d’anticipo, spiegare contenuti e obiettivi del percorso e mettere a disposizione dei genitori i materiali didattici prima delle lezioni. Chi non dà il consenso, per i corsi extracurricolari, semplicemente non partecipa; se si tratta invece di attività che ampliano l’offerta formativa, tocca alla scuola organizzare un percorso alternativo.
A spiegare le ragioni della norma era stato lo stesso ministro dell’Istruzione e del Merito, il leghista Giuseppe Valditara: “Tuteliamo i bambini dalla confusione della propaganda gender“, aveva detto, “e ridiamo voce ai genitori sulle tematiche della identità di genere per i figli adolescenti minorenni“.
Di segno opposto la lettura del comitato promotore. Fabrizio Marrazzo e Marina Zela, che guidano la raccolta firme, hanno legato il risultato raggiunto a un appello preciso: “Il padre di Lorena Isceri ha rivolto alla politica un appello chiarissimo”, hanno dichiarato, “lavorate nelle scuole“.
Va ricordato che anche prima della legge Valditara, in Italia, non esisteva una materia scolastica nazionale chiamata “educazione sessuale” o “educazione affettiva”: le scuole non potevano deciderlo da sole, perché le materie fondamentali e il relativo monte ore sono stabilite dallo Stato. Quello che gli istituti potevano fare, al massimo, era costruire progetti dedicati e inserirli nel piano triennale dell’offerta formativa, il Ptof.
Per Zela e Marrazzo la posta in gioco va oltre l’aula. L’educazione sessuo-affettiva “non è naturalmente l’unico strumento per contrastare la violenza contro le donne e da sola non può impedire un femminicidio“, spiegano, “ma se vogliamo intervenire sulle radici culturali del possesso, della sopraffazione, dell’incapacità di accettare un no e della violenza nelle relazioni, la scuola è uno dei luoghi dai quali bisogna necessariamente partire“. Marrazzo è ingegnere e attivista Lgbtq+, fondatore e portavoce del Partito Gay; Zela è avvocata e cofondatrice dello stesso partito. Sul piano politico il comitato ha già l’appoggio di Angelo Bonelli e dei Verdi, mentre con Partito Democratico e Movimento 5 Stelle ci sono stati contatti, senza però un’adesione ufficiale.
Guardando fuori dai confini italiani, il tema è affrontato in modo molto diverso da Paese a Paese: nell’Unione europea l’educazione sessuale è obbligatoria in diciannove Stati e facoltativa in altri otto. La Francia la prevede per legge dal 2001, la Svezia addirittura dal 1955. Un confronto che, nei prossimi mesi, accompagnerà inevitabilmente il percorso della richiesta referendaria tra Cassazione e Consulta, prima ancora di sapere se gli italiani saranno davvero chiamati alle urne.

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