Mentre il centro storico incassa un’altra estate turistica da record, da Scampia a Ponticelli, da San Giovanni a Teduccio a Barra fino a Giugliano i quartieri di periferia restano senza ombra, senza sicurezza e senza risposte.
A Napoli quest’estate si misurano due temperature, e non è una metafora. C’è quella segnata dai numeri del turismo, che a luglio ha toccato quota mezzo milione di visitatori in un solo weekend, con gli alberghi pieni, i b&b saturi e il lungomare affollato fino a notte fonda. E c’è quella rilevata dai satelliti di Legambiente Campania, che nei quartieri di periferia registra punte di 44 gradi al suolo, fino a sette in più rispetto alle colline benestanti del Vomero e dell’Arenella, dove il termometro si ferma sui 40. Come sintetizza la presidente regionale di Legambiente, Mariateresa Imparato: “il codice postale determina ancora la qualità della vita e della salute durante l’estate”. A Secondigliano, Scampia, Miano, Pendino, San Lorenzo, San Pietro a Patierno e Barra il caldo non è solo un disagio meteorologico, ma un moltiplicatore di tutte le altre diseguaglianze che la città porta addosso da decenni: cementificazione senza controllo, alberi che mancano, parchi abbandonati, famiglie che non possono permettersi un condizionatore.
A Scampia il conto alla rovescia per la nuova città che dovrebbe sorgere al posto delle Vele va avanti da più di trent’anni, e a maggio si è preso una battuta d’arresto che ha il sapore dell’ennesimo rinvio. Un pezzo della Vela Rossa, disabitata e già in fase di demolizione, è crollato di notte travolgendo un palazzo adiacente: trecento sfollati, quarantasette famiglie evacuate, un ferito lieve. “Come una bomba, peggio di un terremoto”, ha raccontato chi viveva nell’edificio colpito dai detriti. Il piano di rigenerazione esiste, vale centinaia di milioni di euro, prevede alloggi a energia quasi zero, orti sociali, un asilo nido, una fattoria didattica: ma i primi appartamenti sono attesi solo per la fine dell’anno, mentre il presidente della settima municipalità continua a chiedere la riapertura del parco Ciro Esposito e navette per portare gli anziani alla metropolitana senza costringerli a camminare sotto il sole a picco.
Pochi chilometri più a est, a Ponticelli, l’estate porta con sé lo stesso copione di sempre: un ventenne ucciso ad aprile, un cinquantunenne freddato a maggio con modalità che gli inquirenti definiscono tipicamente camorristiche. Eppure nello stesso quartiere, per due settimane di luglio, al Centro Ciro Colonna dei Maestri di Strada la musica ha provato a fare quello che lo Stato da solo non riesce a fare, tenere i ragazzi lontani dalla strada, un laboratorio alla volta. Poco distante, nell’area dei Bipiani, sta prendendo forma il Condominio Sociale San Nicola a Nilo, oltre cento alloggi pensati per famiglie fragili, anziani, persone con disabilità. Anche qui, però, il ritmo dei cantieri e quello della cronaca nera corrono su binari diversi, e non è affatto scontato che si incontrino in tempo.
Ancora più a est, a San Giovanni a Teduccio, la tregua tra i clan è appesa ad un filo molto sottile. Eppure è lo stesso quartiere che negli ultimi anni ha provato a raccontarsi come porta d’ingresso di una Napoli diversa: quella dell’Apple Developer Academy, della Federico II, del teatro Nest che porta in scena la vita del rione senza sconti. È lo stesso quartiere dove sta nascendo, con centosei milioni di fondi Pnrr, il progetto che deve sostituire la Taverna del Ferro soprannominata da anni il “Bronx di San Giovanni” con ventotto edifici nuovi.
Scendendo verso Barra, che gli abitanti continuano a chiamare ’A Barra, con l’articolo davanti, come si fa con le cose che si vogliono ancora rivendicare come proprie, il 2026 ha accumulato una sequenza di agguati che segna quasi ogni mese: a febbraio vicino al Parco Villa Letizia, a maggio in strada, a luglio di nuovo, con la polizia che sequestra pistole clandestine negli stessi giorni in cui interviene per un ferimento. Barra è anche uno dei sette quartieri fotografati da Legambiente come zona a doppia vulnerabilità, quella del calore e quella del reddito. Il presidente della sesta municipalità lo ha detto senza troppi giri di parole: il territorio possiede oltre un quarto del verde cittadino, ma mancano i fondi per curarlo, e strutture come il Parco De Simone, Villa Salvetti o lo stesso centro anziani di Villa Letizia restano sbarrate per assenza di personale. Un patrimonio enorme, reso inutile dalla stessa scarsità di risorse che tiene chiuse le strutture invernali e trasforma ogni estate in un’emergenza da gestire in affanno.
Fuori dai confini comunali, a Giugliano, il problema cambia faccia ma non sostanza. Non sono le pistole, sono i roghi e i rifiuti abbandonati lungo le strade periurbane: ventuno persone denunciate nel solo primo semestre dell’anno per sversamenti illeciti, un container in fiamme nella zona di Ponte Riccio, un campo rom perquisito per l’ennesima volta senza che il nodo strutturale dell’abbandono dei rifiuti venga davvero affrontato. È la stessa cronaca che accompagna da anni la provincia napoletana, dove il degrado ambientale funziona da termometro sociale tanto quanto quello meteorologico: dove lo Stato non presidia il territorio, qualcun altro lo riempie di scorie.
Che estate vivono, allora, i quartieri lontani dalle cartoline di Napoli? Un’estate a intermittenza, fatta di cantieri annunciati e mai finiti, di parchi che restano chiusi proprio quando servirebbero di più, di ombra che manca esattamente dove il cemento è più fitto e il reddito più basso. Mentre il centro storico si prepara ad accogliere le regate dell’America’s Cup e punta su un turismo sempre più internazionale e alto spendente, le periferie orientali e settentrionali della città aspettano ancora che i fondi del Pnrr diventino case abitate, che le promesse di riqualificazione diventino cantieri conclusi, che il verde già esistente venga anche solo tagliato e innaffiato.
Non è una questione di soldi che mancano in assoluto: le cifre stanziate per Scampia, San Giovanni a Teduccio e Ponticelli si contano già in centinaia di milioni di euro. È una questione di tempi, di priorità, di quale parte della città viene trattata come urgenza e quale come rendita da valorizzare più avanti. Agli investitori del turismo di lusso si offre una città già pronta all’uso, mentre ai residenti delle periferie si offre un programma che scivola, anno dopo anno, sempre un po’ più in là.
Le vele che crollano, gli spari che si susseguono, i parchi sbarrati per mancanza di personale non sono incidenti isolati, ma il prodotto di scelte amministrative ripetute, di bilanci che continuano a privilegiare l’immagine internazionale della città rispetto alla manutenzione ordinaria dei suoi margini. Chi amministra Napoli conosce perfettamente i sette gradi di differenza segnalati da Legambiente, e sa altrettanto bene da quanti anni sono aperti i cantieri di Scampia, di Ponticelli, di San Giovanni a Teduccio. Quello che resta da capire, mentre l’estate entra nelle settimane più calde, è quanto ancora dovranno aspettare questi quartieri perché il cambiamento arrivi prima della prossima emergenza, e non sempre un passo dopo.
This post was published on Ago 10, 2026 8:06
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