Cronaca

San Cataldo, 21 ore chiuse in un negozio: la sfida vista sui social diventa realtà

Benedetta ha 12 anni, Domitilla ne ha 8. Il 18 settembre si sono introdotte in un negozio di abbigliamento di corso Vittorio Emanuele, a San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, e ci sono rimaste chiuse dentro per 21 ore, fino a quando la titolare, riaprendo il pomeriggio successivo, le ha trovate tra gli scaffali e ha avvertito i Carabinieri.

Il padre aveva denunciato la scomparsa delle figlie poco dopo averle lasciate, convinto che fossero uscite a comprare il pane. Le ricerche sono partite immediatamente, con il concorso di Carabinieri, vigili del fuoco e protezione civile, fino a restringere il perimetro a un’area precisa di corso Vittorio Emanuele sulla scorta dei primi accertamenti investigativi dei militari. Il negozio dove le bambine sono state ritrovate è ora sotto sequestro per accertamenti tecnico-scientifici. A gestirlo è la compagna del padre, ed è stata lei ad accorgersi della presenza delle bambine al momento della riapertura pomeridiana.

È stata una marachella. I miei figli devono tornare da me il più presto possibile. Volevo trovarle io, non volevo creare allarmismo” racconta il padre delle bambine

L’uomo ha raccontato di aver detto alle figlie che, dopo il pane, sarebbe rientrato a casa: “Ero convinto che le mie figlie fossero uscite. Le bambine si sono infilate nel negozio e poi è stata chiusa la saracinesca”.

Il procuratore capo di Caltanissetta, Salvatore De Luca, ha definito la vicenda ancora da chiarire in alcuni punti. Le indagini, ha spiegato, servono ad “individuare eventuali responsabilità e a verificare alcune circostanze ancora poco chiare di una vicenda conclusasi con il ritrovamento, in tempi rapidi, delle due bambine”. A occuparsene sono i Carabinieri della tenenza di San Cataldo insieme al comando provinciale; il padre è stato sentito dagli inquirenti fino a tarda sera.

Sentite dai Carabinieri, le due sorelle hanno spiegato il motivo del gesto: volevano imitare una sfida vista su YouTube e sui social, la 24 Hour Overnight Challenge: si entra in un negozio, in un grande magazzino o in qualsiasi altro esercizio come clienti qualunque, ci si nasconde prima della chiusura, si aspetta che il personale se ne vada e abbassi le serrande. Si passa la notte al buio filmando tutto con lo smartphone, si monta il video, lo si pubblica per raccogliere visualizzazioni e follower: si vince sparendo abbastanza bene da non farsi scoprire, e poi si torna a casa come se niente fosse, con le prove del gesto già caricate online.

Non è una moda nuova. Circola dal 2016, quando il canale YouTube Ireland Boys Productions girò un video, diventato virale, dentro un punto vendita della catena Target negli Stati Uniti. Altri creator internazionali la replicarono, tanto che aziende come Walmart e Ikea sentirono il bisogno di prendere pubblicamente le distanze. Il Wall Street Journal se ne occupò già in un articolo del 2018, quando la pratica aveva già raggiunto dimensioni difficili da ignorare.

La sfida è arrivata presto anche in Italia. Tra i primi a riproporla ci sono stati Vito Pirone, in arte PirlasV, Gianmarco Zagato, i TheShow. Perfino i Me contro Te hanno girato un video in collaborazione all’interno di un negozio di giocattoli. L’analisi dei dispositivi delle due bambine ha confermato quello che si poteva immaginare: la sorella maggiore aveva guardato ripetutamente contenuti di questo tipo, alcuni dei quali contano milioni di visualizzazioni, e aveva deciso di riprodurre la sfida coinvolgendo la sorellina.

Nessuno dei due video immaginati dalle sorelline di San Cataldo è mai stato girato davvero: la challenge si è fermata alla notte, senza pubblicazione, senza pubblico. Ma i contenuti che le hanno ispirate restano online, disponibili a chiunque abbia uno smartphone e qualche ora libera, prodotti da creator che in Italia contano centinaia di migliaia di iscritti. Chi guarda mette like, condivide, e ogni visualizzazione insegna all’algoritmo a proporne altri, a ragazzi sempre più giovani. Le piattaforme non sono tenute a rimuoverli sistematicamente, e la responsabilità finisce quasi sempre per ricadere su chi dovrebbe vigilare dopo il fatto, non prima: genitori, insegnanti, forze dell’ordine.

Quella di Benedetta e Domitilla non è una famiglia qualunque per i servizi del territorio. Nel 2023 i genitori erano stati denunciati per presunti maltrattamenti nei confronti dei figli, che in quella fase erano stati allontanati e affidati a una comunità. Nel 2024, i sei bambini della coppia, nel frattempo separata con la madre che risiede in un’altra città, sono tornati a vivere con il padre. Dopo la notte trascorsa nel negozio, le due sorelle sono state di nuovo trasferite in una struttura protetta insieme agli altri quattro fratelli, in attesa delle determinazioni del Tribunale per i minorenni.

Restano da chiarire molte cose. Se il rientro in famiglia, un anno e mezzo dopo il primo allontanamento, sia stato accompagnato da un monitoraggio adeguato e continuativo è una domanda che la vicenda porta con sé, prima ancora che la Procura la formalizzi con i suoi accertamenti.

I social fanno parte della vita dei nostri ragazzi, sono luoghi di incontro, di espressione e di conoscenza, ma usarli richiede consapevolezza perché dietro uno schermo possono nascondersi rischi concreti: cyberbullismo, adescamento, diffusione incontrollata di immagini personali” dichiara Rocco Cosentino, procuratore per i minorenni di Caltanissetta rivolgendosi a famiglie e ragazzi dopo il caso delle due sorelline. Ha ricordato che “dobbiamo aiutare i giovani a comprendere che ogni parola, ogni foto, ogni condivisione può avere conseguenze reali per sé e per gli altri” e che “famiglie, scuole e istituzioni hanno il compito di ascoltare, educare e costruire fiducia”. L’appello diretto ai ragazzi è arrivato alla fine: “Se qualcosa vi spaventa, vi umilia o vi mette a disagio, parlatene con un adulto di fiducia. Chiedere aiuto è un gesto di coraggio. Nessuno deve sentirsi solo davanti ai rischi della rete”.

Sono parole giuste. Ma da sole non costruiscono nulla di strutturale. Nelle scuole l’educazione digitale resta per lo più affidata alla buona volontà del singolo insegnante, senza un impianto obbligatorio e uniforme. Nei negozi, nei centri commerciali, negli esercizi di ogni tipo, i controlli alla chiusura restano spesso una formalità, tanto che due bambine di 8 e 12 anni sono riuscite ad aggirarli per ventuno ore consecutive, senza che nessuno se ne accorgesse prima del pomeriggio seguente.

Benedetta e Domitilla ora sono in comunità, non a casa. Il video che avevano in mente non è mai stato girato. Restano ventuno ore di buio in un negozio di paese, un padre che parla di marachella, e una Procura che lavora per capire se dietro quella notte ci sia qualcosa che va oltre l’ingenuità di due bambine cresciute a pane e challenge. La risposta che danno le indagini riguarda i fatti. Quella che dovrebbero dare le istituzioni riguarda altro: come si fa a che la prossima volta, qualcuno si accorga prima.

This post was published on Set 24, 2026 10:56

Fabio Iuorio

Osservatore del sociale a 360°, amo scrivere e guardare Oltre. Ho amato il ruolo di giornalista fin da bambino, mi piace poter approfondire temi a sfondo sociale spesso ignorati dalla società moderna. Che dire, sono un eterno sognatore di un mondo come quello descritto da John Lennon in Imagine, un mondo dove non esistono discriminazioni e guerre, nulla per cui uccidere o morire.

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