Piattaforme, brand e intermediari concentrano la parte più stabile del valore. Ai creator, soprattutto ai più piccoli, restano esposizione, incertezza e rischio. Un’analisi di come si distribuiscono davvero i guadagni nell’economia dei contenuti.
Da lontano, la creator economy sembra vitale, rumorosa, affollata.
Milioni di contenuti, interazioni continue, numeri che scorrono senza sosta.
Da vicino, però, la domanda torna sempre uguale, semplice e ostinata: dove finiscono i soldi?
Perché i soldi ci sono. Non è un mercato povero. È un mercato concentrato.
Il primo soggetto che guadagna davvero è la piattaforma.
Non solo perché vende pubblicità, ma perché controlla l’intero perimetro del gioco: distribuzione, metriche, regole, accesso ai dati.
Ogni visualizzazione diventa informazione, ogni informazione diventa valore.
Il creator rende possibile questo processo, ma non lo governa.
Subito dopo arrivano i brand strutturati.
Non tutti, non sempre, ma quelli che hanno budget, tempo e capacità di assorbire il rischio.
Possono sperimentare, testare, sbagliare, cambiare direzione.
Per loro, la creator economy è una voce di spesa flessibile, non una scommessa esistenziale.
Se una collaborazione non funziona, si passa oltre.
Poi ci sono le agenzie e gli intermediari.
Alcuni svolgono un ruolo necessario, altri molto meno. In ogni caso occupano una posizione chiave: filtrano l’accesso, traducono linguaggi, selezionano chi è “affidabile”.
Anche qui, il rischio è limitato.
Se un creator salta, ce n’è sempre un altro pronto a subentrare.
In fondo alla catena ci sono i creator. La maggioranza.
Quelli che producono contenuti senza garanzie, senza minimi, senza continuità. Quelli che devono essere sempre disponibili, sempre aggiornati, sempre pronti a cogliere l’occasione giusta. Quelli che anticipano tempo, energie, attrezzatura, competenze.
Quelli che, di fatto, finanziano il sistema con il proprio lavoro gratuito o sottopagato.
Questa è l’asimmetria centrale: chi guadagna davvero non è chi rischia di più.
Il creator si assume il rischio creativo: funzionerà o no?
Quello economico: ripagherà il tempo investito?
Quello psicologico: reggerò il ritmo, l’esposizione, l’incertezza?
In cambio riceve promesse vaghe: visibilità, opportunità future, “quando cresciamo ne riparliamo”.
È un modello che assomiglia molto a un mercato del lavoro, ma senza le tutele di un mercato del lavoro.
Niente contratti standard, niente minimi garantiti, niente ferie, niente malattia.
Solo performance. Sempre misurabili, sempre confrontabili, sempre sostituibili.
Eppure tutto questo viene raccontato come libertà. Libertà di creare. Libertà di scegliere. Libertà di monetizzare “come vuoi”.
In realtà è una libertà fortemente condizionata.
Perché se non accetti certe regole non vieni punito apertamente. Vieni semplicemente reso invisibile.
L’attenzione si sposta altrove. Il flusso non aspetta.
È per questo che parlare di “opportunità per tutti” è fuorviante.
Le opportunità esistono, sì, ma sono distribuite in modo diseguale e soprattutto scaricano il rischio verso il basso.
Più sei piccolo, più rischi. Più cresci, più il sistema ti offre protezioni informali: contatti, ricorrenze, anticipo di fiducia.
Capire chi guadagna davvero non serve a puntare il dito o a cercare un colpevole.
Serve a togliere l’alone di casualità da un sistema che casuale non è.
Serve a smettere di pensare che tutto dipenda dal talento individuale e a riconoscere una verità meno consolatoria, ma più onesta: la posizione che occupi conta quanto, se non più, di quanto sei bravo.












