Un centro estetico nel cuore di Aversa nascondeva una vera e propria casa di prostituzione. La vicenda è emersa nei giorni scorsi grazie all’arresto della titolare, Maifang Zaho, 66 anni, di origine cinese, latitante da ben quattro anni. La donna è stata rintracciata a Milano e trasferita nel carcere di San Vittore, dove dovrà scontare una condanna definitiva di 3 anni e 9 mesi per sfruttamento della prostituzione.
Le “lavoratrici del sesso” venivano reclutate con l’inganno, attirate dalla promessa di un lavoro stabile nel settore estetico ma, una volta entrate nel giro, erano costrette a prestazioni sessuali mascherate da massaggi e trattamenti, sotto un rigido sistema di controllo.
La notizia ha fatto scalpore in città, ma, a conti fatti, non è una novità. Nell’area nord della provincia di Napoli episodi simili si moltiplicano da anni, spesso sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno si faccia troppe domande. Basta ricordare quanto accaduto poco più di un anno fa a Giugliano, paese vicino ad Aversa: anche lì, in pieno centro, un altro centro estetico aperto in meno di un mese è finito sotto sequestro con lo stesso copione: attività a luci rosse mascherata, e con il sospetto ancora più inquietante dello sfruttamento minorile. Il locale, rimasto chiuso per anni, apparteneva ad un proprietario che si è dichiarato completamente estraneo ai fatti, sostenendo di non sapere cosa accadesse tra quelle mura. Sarà compito degli inquirenti verificare questa versione.
Il caso di Aversa riaccende i riflettori su un problema che va ben oltre il singolo arresto. Le vittime di questo sistema lavorano tra le 10 e le 14 ore al giorno, dormono negli stessi locali o in appartamenti controllati dalla rete criminale, vengono sorvegliate, intimidite, e chi prova a ribellarsi viene minacciata o fatta sparire. Per le più giovani, la trappola è ancora più crudele: spesso non conoscono la lingua, ignorano i propri diritti e non sanno a chi rivolgersi, in un sistema che sopravvive anche grazie ai silenzi di chi nota movimenti strani ma preferisce voltarsi dall’altra parte.
Si tratta di mafia cinese, una criminalità silenziosa che non spara ma incassa. I centri sono spesso intestati a prestanome, cittadini cinesi appena arrivati in Italia che firmano in cambio di poche centinaia di euro mentre il vero gestore resta nell’ombra, raccoglie i profitti e comanda da lontano. Ci si può chiedere come sia possibile che queste attività sfuggano alla legge. La risposta sta nella burocrazia italiana e nelle sottili differenze di termini: molti centri non si registrano come “estetisti” (che richiedono una licenza professionale particolare), ma come attività di “massaggi olistici” o “trattamenti per il benessere”, una distinzione che permette alle attività illecite di evitare controlli specifici dei regolamenti sanitari.
Una domanda su tutte resta: quante altre insegne apparentemente “normali” nascondono realtà che nessuno vuole vedere?
This post was published on Feb 2, 2026 8:00
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