Una sedia a dondolo sulla spiaggia, il Vesuvio sullo sfondo. Non è una cartolina, è una dichiarazione d’intenti.
Ventitré racconti. Ventitré frammenti di vita (reale o immaginata, spesso impossibile distinguere l’una dall’altra) che insieme compongono qualcosa di più grande di una semplice raccolta. “Il Dindolo”, firmato da Anna Calì ed edito da Rosabianca Edizioni, è un libro che non si dimentica facilmente. Non perché voglia stupire, non perché insegua l’effetto. Ma perché lavora in profondità, con la pazienza e la precisione di chi sa che le storie vere non si urlano, si sussurrano.
Basta soffermarsi sul titolo per cogliere la direzione di questo viaggio narrativo: il dindolo (la sedia a dondolo nel parlato partenopeo) è quell’oggetto domestico e antico che oscilla tra due punti senza mai fermarsi del tutto, senza mai scegliere definitivamente da che parte stare. Un’immagine perfetta per racconti che vivono esattamente in quello spazio sospeso: tra presenza e assenza, tra amore e rimpianto, tra la vita che si tiene stretta e la morte che prima o poi bussa. Un oscillare continuo, ritmico, che non porta da nessuna parte e per questo porta ovunque. Napoli, qui, non fa da sfondo. Respira, parla, ricorda. È una distinzione che non è affatto retorica perchè Anna Calì fa una cosa diversa e più difficile, lascia che Napoli entri nei personaggi, che i suoi vicoli diventino stati d’animo, che le sue voci si mischino alle voci interiori di chi abita queste pagine. Il risultato è una città che non si vede soltanto ma si sente, quasi fisicamente, con quella densità emotiva che chi conosce Napoli riconosce subito e chi non la conosce capisce per la prima volta. Non c’è folklore, c’è la Napoli vera, contraddittoria, luminosa, capace di farti male e di tenerti in piedi allo stesso tempo. I ventitré racconti esplorano territori diversi ma contigui. L’amore nelle sue forme meno comode, quello che logora, quello che manca, quello che si trasforma in qualcos’altro senza che te ne accorga. Il rimpianto, quella forma sottile di dolore che non urla ma resta, che si deposita lentamente come polvere su un mobile che non usi più ma non riesci a buttare. La forza dei sogni contro il peso di tutto ciò che li ostacola. E poi le relazioni umane nella loro complessità irriducibile: padri e figli, coppie che si sfiorano, amicizie che reggono o cedono, solitudini che si toccano senza fondersi. Ogni storia è un frammento e come tutti i frammenti, contiene qualcosa di integro dentro. Ogni racconto lascia il lettore con qualcosa in sospeso, una domanda, una rivelazione improvvisa, o semplicemente, come scrive la stessa autrice, “un battito in più”. È la firma di chi ha capito che la letteratura non ha il compito di chiudere i conti ma di tenere aperta una finestra, di far sentire che qualcosa è successo anche quando non sai esattamente cosa, quella sensazione di aver vissuto qualcosa di vero, qualcosa che ti appartiene pur non essendo tuo. I personaggi che abitano queste pagine sono indimenticabili proprio perché non sono eroi ma persone con le loro mancanze, i loro slanci, le loro piccole viltà quotidiane e i momenti inaspettati di grazia. Calì li guarda senza giudicarli, con quello sguardo affettuoso che è forse la cosa più difficile da acquisire per uno scrittore: la capacità di stare dentro una storia senza prendere partito, lasciando che siano i lettori a decidere cosa pensare. Un equilibrio delicato, che l’autrice mantiene con sicurezza. Il Dindolo dimostra con quieta fermezza che scrivere un racconto riuscito è una delle cose più difficili che esistano in letteratura: non c’è spazio per recuperare, ogni parola porta il peso di quelle che mancano. L’autrice e giornalista napoletana firma un’opera intensa e delicata, capace di trasformare Napoli e i suoi personaggi in un viaggio dentro l’animo umano. In questa intervista ci racconta la genesi del libro, i temi che lo attraversano e il rapporto profondo tra scrittura, realtà e immaginazione:
Ciao Anna. Il Dindolo raccoglie ventitré racconti: come hai scelto quali storie meritavano di entrare e quali no? C’è un racconto che hai tagliato e che ancora rimpiangi?
In realtà, all’inizio del progetto avevo inserito tantissimi racconti ambientati a Napoli. Durante la fase di editing, però, io e la mia editor ci siamo rese conto che c’era “troppa Napoli” e avevamo paura che il lettore potesse stancarsi ritrovando sempre le stesse atmosfere e la stessa ambientazione. Per questo ho deciso di fare una selezione, lasciando all’interno soprattutto i racconti più autobiografici o quelli che parlano di persone a me vicine, di episodi realmente vissuti da me o da qualcuno che conosco. Ci sono tanti racconti che mi dispiace non aver inserito in questa raccolta, ma spero di poterli pubblicare presto.
Napoli in questo libro non è scenografia ma protagonista vera. Come si scrive una città senza ridurla a cliché, senza tradirla e senza mitizzarla?
È difficile raccontare Napoli senza cadere nei cliché o nella retorica. Nel panorama editoriale, soprattutto qui a Napoli, ci sono tanti scrittori che parlano della città e la mia paura più grande è sempre quella di risultare ripetitiva, di raccontare qualcosa di già letto. Per questo cerco sempre di estraniarmi dalla realtà, di non pensare troppo e di mettere su carta ciò che sento davvero, provando a descrivere Napoli così come appare ai miei occhi. Ovviamente senza tralasciare anche i suoi aspetti negativi, perché credo sia giusto parlarne.
C’è un posto preciso a Napoli dove senti che le storie ti vengono incontro da sole, senza dover cercare niente?
È una domanda difficile, perché tutta Napoli per me è fonte d’ispirazione. Però, se dovessi scegliere un solo luogo, direi il Belvedere di San Martino al Vomero: il mio posto nel mondo, quello che più rappresenta me e Napoli. Quando sono lì, con la città davanti agli occhi e la sensazione quasi di poterla toccare con un dito, le idee arrivano da sole, velocissime. Molte volte mi basta osservare, e non a caso uso questo verbo invece di “guardare”, tutto ciò che si estende oltre quella veduta per immaginare storie, vite, vicoli, strade e perfino il traffico. E la cosa incredibile è che ogni volta noto qualcosa che prima non avevo mai visto, pur sapendo che è sempre stato lì”
Tu sei giornalista prima ancora che scrittrice. Quanto del mestiere giornalistico entra nel modo in cui costruisci un racconto?
È difficile separare la professione di giornalista dal ruolo di scrittrice, perché, nel bene e nel male, io sono anche questo: una giornalista. Il giornalismo fa parte della mia vita e continuerà a farne parte. Attraverso la scrittura riesco spesso a esorcizzare ciò che il giornalismo, occupandomi principalmente di cronaca nera, non mi permette di fare. Ti dirò: uscire dal ruolo del giornalista è complicato, perché siamo abituati a riportare subito le informazioni principali già nelle prime righe di un articolo. A volte tendo a usare questa tecnica anche nei miei racconti, anticipando troppo e rischiando di togliere qualcosa alla narrazione. È un lavoro che sto facendo su me stessa
I tuoi personaggi sembrano portare dentro di sé una perdita, qualcosa di assente che definisce chi sono. È una scelta consapevole o è emersa nel corso della scrittura?
In alcuni racconti è stata una scelta casuale, in altri invece no: è qualcosa che è venuto fuori naturalmente durante la scrittura.
Il titolo rimanda a un oggetto domestico e dialettale. Quanto conta per te la lingua, e in particolare il dialetto napoletano, come strumento narrativo?
Credo sia fondamentale utilizzare il dialetto napoletano, così come tutti i dialetti italiani, soprattutto considerando che il napoletano è una vera e propria lingua. Nei miei libri inserisco spesso espressioni in napoletano, riferimenti alla nostra cultura e piccoli dialoghi, accompagnandoli sempre dalla traduzione in italiano. Lo faccio perché voglio che anche chi non è di Napoli possa percepire quel calore umano che questa città riesce a trasmettere.
Ogni racconto sembra chiudersi lasciando aperta una finestra, una domanda, un’eco. È un effetto cercato o è la forma naturale in cui le tue storie trovano la fine?
Più che un effetto casuale, direi che è un effetto cercato: un modo per mettere un punto fermo su determinati discorsi.
C’è una frase del libro che senti completamente tua, una di quelle che rileggi e pensi “sì, questa sono io”?
Più che una frase, il racconto in cui mi rispecchio maggiormente è “La curva dei desideri”.
La sedia a dondolo in copertina … se potessi sederti lì, davanti al Vesuvio, con chi vorresti stare in silenzio?
Se potessi scegliere con chi sedermi su quel dondolo, sceglierei mia nonna. Anche se, probabilmente, sarebbe difficile restare in silenzio. Avrei troppe cose da raccontarle e da dirle.
C’è un personaggio di questa raccolta che ha preso vita per conto suo mentre scrivevi?
Sì, Gaia. Non era prevista e non doveva essere un racconto del libro, ma è stata lei, in qualche modo, a trovare me. E io ho deciso di ascoltarla.
La copertina (la sedia a dondolo, la spiaggia, il Vesuvio) ha una storia? Come nasce quell’immagine e quanto racconta del libro?
La cover del libro nasce proprio da uno dei racconti della raccolta, intitolato “Il dindolo”. Ho voluto che diventasse una sorta di marchio di fabbrica: qualcosa di estremamente personale e riconoscibile”.
Cosa viene dopo Il Dindolo? Stai già lavorando a qualcosa di nuovo, o ti stai ancora godendo questo momento?
Dopo “Il dindolo” spero, entro la fine dell’anno, di consegnare ai lettori il mio nuovo giallo, con gli stessi protagonisti de “Le melodie del Golfo”. Anche questo sarà ambientato a Napoli, ma sarà un lavoro completamente diverso, perché unirà due miei grandi amori: Napoli e l’arte. In futuro vorrei poi lavorare a una nuova raccolta di racconti, recuperando anche quelli che, purtroppo, ho dovuto escludere da questo libro. Ho già in mente un progetto ben preciso: i racconti saranno ancora ambientati a Napoli, ma questa volta il vero filo conduttore non sarà soltanto la città. Per ora ho buttato giù qualche idea e una prima bozza, ma non ho ancora iniziato davvero a scrivere. Spero di farlo presto, anche grazie all’estate, che da sempre è il periodo che più riesce a ispirarmi.
Il Dindolo è, in fondo, un omaggio. Alle mille anime di Napoli, certo, ma anche alla nostra capacità, universale e fragile, di sentirci vivi dentro le storie degli altri. Di riconoscerci in un personaggio che non siamo stati, in una città che magari non abbiamo mai visitato, in un’emozione che credevamo solo nostra. Un viaggio breve ma profondo, come recita la quarta di copertina e raramente una promessa editoriale viene mantenuta così bene. Ad maiora, Anna.
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