Lady in the city: l’inchino

Lady in the city

Rubrica di Eliana Iuorio

“Atto di riverenza, consistente nel piegare il busto abbassando il capo e, talvolta, accennando a una genuflessione”.

Più semplicemente, l’inchino.

La Costa Concordia, che si avvicina pericolosamente ed in totale incoscienza, per salutare come un “rito”, l’Isola del Giglio.
I fedelissimi di Antonio Agostino Ambrosio (medico sangiuseppese ed ex sindaco di una giunta comunale “commissariata”, per infiltrazioni camorristiche), che alla notizia della sentenza emessa dalla I sezione civile del Tribunale di Nola (che dichiara l’Ambrosio ineleggibile, dalle prossime elezioni, per rapporti promiscui con esponenti della camorra dei Fabbrocino e dei suoi luogotenenti), si allenano, mani sul cuore, ora da damine e cavalieri stile ‘700, a portare le ginocchia in terra, ed ora da praeficae, sul modello testato dai cittadini della Corea del Nord, nell’ultimo, plateale saluto a Kim Jong II.

Si inchinano. In segno di rispetto.

Non sono, gli unici.
Nel mio paese, Giugliano, la genuflessione è moda.
C’è chi la pratica quotidianamente, per ottenere questo o quello; c’è chi presta la sua voce, le sue braccia, la sua testa, al clan egemone: quello dei Mallardo degli affari, del cemento, della politica, della distribuzione alimentare, del controllo sui trasporti su gomma.
E c’è chi preferisce sostenerli tacendo.
Un inchino silenzioso. Quello della sostanziale indifferenza.
Quello di chi preferisce non occuparsi di certe cose, di non denunciare, di farsi calpestare senza fiatare (perché tanto, a che servirebbe?).
Il silenzio di alcuni sacerdoti. L’opportunismo, di certi politici “radical chic”.
I discorsi di certi cittadini, relegati alla convinzione del “diritto-favore”.

Questo venerdì si consumerà l’inchino più inutile e falso degli ultimi tempi, a Scampìa, da parte di coloro che non sanno nemmeno cosa rappresenti, quel quartiere, quali difficoltà vivano ogni giorno i tanti onesti ed i tantissimi condannati a marcirvi e morirvi, da uno Stato volutamente assente.. un gruppo di “assetati della forma” correrà lì, insieme a quegli amici plaudenti in grado di far rumore più dei fischi, ad “occupare” quegli spazi; a raccontare le solite favole di legalità; a portare bandiere, che dopo quei minuti saranno piegate e conservate per il prossimo show; ad inneggiare all’antimafia, al riscatto.
L’inchino degli ipocriti per un’ora; di chi insulta la dignità e la quotidiana sofferenza di tante persone, costrette dallo Stato (che potrebbe cancellare tutto il marcio con un solo colpo di spazzola, non “cento”), in un ghetto dal quale uscire per rilasciare interviste ad hoc, per fare sorrisi tra le macerie, per dare profitto a chi lo cerca, per garantire voti o popolarità a chi deve mostrare un curriculum a fine mese.
A chi specula, sulla miseria e sulla disperazione.

L’inchino, dicevo.
Quello che dedico alle realtà sociali presenti a Scampìa e in ogni dove.
Quelli del “giorno dopo giorno”. Della sostanza e del vero riscatto.

Di chi vuole “liberare”, i territori dalle mafie. E non si limita ad occuparli.

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