‘Il pennello antimafia’: intervista a Gaetano Porcasi

Lady in the city

Rubrica di Eliana Iuorio

Lo chiamano il “pittore antimafia”.
Con il suo inconfondibile tratto, Gaetano Porcasi racconta di una terra bellissima e dei suoi figli, vittime di quella mafia che perde, in ogni gesto di dissenso di ciascuno di noi cittadini.
L’arte, al servizio della denuncia sociale, contro le mafie.
Un unico grido, nel segno del riscatto, da Partinico fino alla fine del mondo.

L’hanno definita il pittore antimafia. Cosa porta, un artista a scegliere questo tema, per le proprie opere?

Secondo me l’intellettuale ha un compito importante, quello di divulgare la consapevolezza del vivere civile democratico per svegliare le coscienze della collettività andando al di fuori degli schemi politici della politica partitica. Oggi conosciamo la città di Guernica perché Picasso ha ricordato, con una grande opera di denuncia, le atrocità commesse dall’alleanza italo-tedesca (1937).  Alberto Burri, ha raccontato con le sue opere anche lui le aberrazioni e la disperazione del conflitto mondiale, realizzando su sacchi di iuta le ferite della guerra. Molti grandi della cultura, hanno usato il loro strumento per denunciare gli errori commessi dal potere che ha la capacità di influenzare il comportamento altrui quello di esseri umani che esercitano su altri esseri umani. Quindi l’intellettuale ha questa grande responsabilità:  di vivere il suo tempo e la sua arte denunciando e talvolta mettendo in crisi il sistema gestito dal potente di turno.  L’intellettuale, secondo la mia personalissima opinione,  è il filosofo (artista, scienziato, ecc.) che spende parte del privilegio di cui gode grazie alla sua visibilità, affinché la politica sia sotto controllo e sia davvero vicina al cittadino, secondo i principi di giustizia e libertà, eguaglianza e dignità. Oggi l’intellettuale impegnato è talvolta poco apprezzato, perché sono tempi di conformismo nella cultura, di impunità nell’illegalità e di servitù volontaria in politica.

La mia pittura è atipica: non vuole soddisfare il gusto borghese diventando l’opera un pezzo di arredamento , ma ha carattere divulgativo,  un impatto emotivo forte. Le mie tele sudano di sangue, per dare voce alle persone che hanno perso la vita per la nostra sana democrazia. Quasi tutte le mie opere sono contestualizzate a fatti realmente accaduti; sono frutto di una continua ricerca storico-pittorica.  Il nome di pittura “antimafia” è nato così per caso, durante una conversazione con lo storico giornalista Salvo Vitale e con il giornalista Pino Maniaci. Tutto questo ha inizio negli anni 2000 in poi; così nasceva la mia “pittura Antimafia”; prima tutto questo non c’era. Che io mi ricordi nella storia della pittura, non esisteva la pittura antimafia. Ho aperto un filone nuovo nella cultura della pittura impegnata italiana. Recentemente molte tv straniere si sono occupate delle mie opere; addirittura una tv argentina ne ha realizzato un documentario.  Il mio modo di vedere l’Arte è condiviso da tantissimi ragazzi e questo genera in me grande responsabilità; in Francia, una casa editrice ha pubblicato una mia opera in un testo scolastico ed ogni anno mi arrivano centinaia di e-mail provenienti da ragazzi di tutto il mondo che mi pongono domande sulla mia pittura antimafia; addirittura due ragazzi hanno fatto una tesi di laurea sul mio lavoro. Tutto questo mi dà la linfa vitale per continuare a realizzare opere, nonostante l’indifferenza da parte della tv di stato, che spesso ho denunciato apertamente. Le racconto un episodio che ritengo a dir poco “singolare”: recentemente, si è inaugurata una mostra al palazzo dei Medici a Firenze dal titolo “Dai gattopardi, alla global mafia”. Ricevendo Una mostra riuscitissima, che ha visto la presenza di una grandissima quantità di visitatori: ebbene, la RAI ha dimostrato una latitanza senza precedenti, in questa occasione. Erano in mostra opere pittoriche  sul tema mafia! E’ stato durante la presentazione della mostra, alla presenza dell’ex procuratore Pier Luigi Vigna, che ho fatto questa considerazione, sottolineando la gravità in cui versa il mondo della comunicazione, oggi. Possibile che la tv di Stato debba correre dietro alla sua concorrente Mediaset  con programmi spesso chiamati “tv spazzatura”, invece di stimolare le coscienze, soprattutto l’attenzione dei giovani?

Nel 2007 ha ricevuto la cittadinanza onoraria del Comune di Corleone, “…per la sua voglia di dipingere la storia e gli eventi della lotta contadina e civile contro la mafia e la violenza. Per aver utilizzato le tue opere come mezzo di denuncia sociale a salvaguardia della democrazia, della legalità e dell’ambiente…”.

Nel  2007 mi ha telefonato il sindaco Nino Iannazzo,  per comunicare personalmente di volermi conferire la cittadinanza onoraria della città di Corleone, per l’impegno alla salvaguardia della cultura siciliana e,  in particolare, di quella corleonese. Personalmente, ho segnalato un altro nome che a parer mio meritava la medesima onorificenza: il giornalista-scrittore Carlo Lucarelli. Segnalare un’intellettuale come Carlo Lucarelli poteva dare un grosso contributo alla cultura dell’antimafia siciliana, per tutte le inchieste di cui si era occupato, anche sulle mafie. Insieme a me e a Carlo Lucarelli ha avuto la cittadinanza il giornalista Attilio Bolzoni. La prima volta che sono entrato in quella che era la casa di Provenzano, sono stato colto dai brividi; ho  immaginato, come la pellicola di un film che scorreva fotogramma per fotogramma, la tragica storia della Sicilia con i suoi paradossi: grandi intellettuali, ma anche grandi criminali;  le tragedie, che hanno coinvolto come un tsunami magistrati, giornalisti, preti, bambini, donne uccise per avere detto “no” alle soverchierie  della mentalità mafiosa. Famiglie che hanno dovuto subire la morte dei propri cari, che hanno versato lacrime di sangue, per questi uomini e queste donne “colpevoli” di voler difendere la nostra terra. Mi guardavo intorno e provavo una sensazione che non posso descrivere emotivamente. Quel sopralluogo mi ha fatto capire l’importanza che stava assumendo la mia pittura dentro quella dimora confiscata. Perché oggi, in quella che era una abitazione di Provenzano, è nato un  laboratorio di idee vero punto di riferimento per le nuove generazioni, come  testimonia la presenza di 10.000 studenti giunti lì ad oggi, e provenienti da tutte le scuole d’Italia. Sono orgoglioso di avere dato nel mio piccolo, nella mia semplicità, un contributo per dire NO alla mentalità mafiosa che ha per  tantissimo tempo “infangato “ ed infanga da tutto il mondo, una terra baciata da Dio con i suoi splendidi colori, con la sua immensa cultura. Oggi grazie a questo riscatto culturale, a questo rinascimento delle coscienze, sono orgoglioso di ricordare a chi incontro di essere “cittadino onorario di Corleone”, quando vado in giro per l’Italia a  portare  la mia testimonianza con le mie opere pittoriche. Questa tavolozza di terra colorata di Sicilia è la terra di Sciascia, Pirandello, Quasimodo, Vittorini, Capuana, Verga, e non dei mafiosi criminali. Come si può rimanere indifferenti di fronte a questa grande ricchezza della cultura del passato con testimonianze di tale portata, dove i vicoli ancora conservano le “camminate” di Sciascia? Come si può girare la testa dall’altro lato, pensando alle stragi avvenute? E come non si può sottolineare l’importanza della presenza di tante persone di valore, che ciascuno a suo modo si battono contro le mafie su tutto il territorio?

Lei è affezionatissimo, alla figura di Placido Rizzotto…

La prima volta che ho conosciuto la figura di Placido Rizzotto è stata durante una conversazione con il giornalista Cosmo di Carlo di Corleone; più me ne parlava, più mi appassionava, perché mi rendevo conto che rispecchiava i miei ideali di libertà. E’ così che ho iniziato ad occuparmi della storia di Rizzotto, facendo approfondimenti storici e “decodificandoli”  in pittura. In occasione dei funerali di Stato del sindacalista, gli ho dedicato un’opera importante, nella quale ho inserito in primo piano la zappa del contadino, che simbolicamente rappresenta il lavoro. Vero baluardo antimafia, secondo me. Credo poi, che la presenza del Capo dello Stato, ai funerali di Rizzotto, a 64 anni dall’omicidio ad opera della mafia, abbia rappresentato un evento importantissimo non solo per la famiglia e la Sicilia, ma significativo per l’intera Repubblica. E’ per questo che ho voluto indicarlo nell’opera; Rizzotto e il Presidente si guardano e narrano la storia, quanto avvenuto nel passato e quanto continua nel presente.
Questa è la mia pittura: un’indagine continua.

Nel dipinto, la bandiera dietro le spalle del sindacalista si tinge del rosso tipico del socialista. Rosso come il sangue che ha versato. E che hanno versato in tanti…

Il suo ritratto di Rita Atria: un dipinto molto interessante. Ce ne racconta la storia?

Nella mia pittura ogni opera ha la sua storia, come le storie delle persone che rappresento; in particolare, nell’opera dedicata a Rita Atria ho cercato di rappresentare il mondo e la mentalità che la circondavano, che la stringevano ed opprimevano, proprio perché era nata in una famiglia mafiosa con una cultura mafiosa. Questa giovane e coraggiosa ragazza, l’ho sempre vista come una rosa, dove le spine rappresentano solo il male della mafia in cui è vissuta; la bellezza di Rita è nella conquista di quel profumo di libertà che è uscito fuori urlando, regalandole allora come oggi, alla nuova generazione, la speranza di cambiare, di un cambiamento che apparentemente sembrava fosse finito con la morte di Paolo Borsellino. Rita Atria è diventata un simbolo importante per la nostra Terra. Non vi nascondo, che quando ho dipinto l’opera la mia commozione era troppo grande: è stata dura, rappresentare una ragazza che aveva una grande voglia di vita e di vivere, uccisa da questa terra talvolta matrigna, che dopo aver dato i natali ai suoi figli, li abbandona al proprio destino.

Nell’opera è presente anche il diario di Rita: un elemento prezioso, un compagno di vita, dove la ragazza si rifugiava, attraverso la sua scrittura.

La mia pittura è assolutamente simbolica; nelle mie opere antimafia dipingo sempre un numero civico, per indicare ora l’anno dell’omicidio della vittima innocente,  ora, valendo come numero civico immaginario,  volendo significare che il messaggio deve entrare nelle nostre case; non deve mai lasciarci indifferenti.

Come descriverebbe la Sicilia d’oggi?

E’ difficile rispondere a questa domanda, perchè non le nascondo che, come ho  descritto in una tela dedicata a Tomasi Di Lampedusa (Il Gattopardo-Olio su Tela- 160×150), la realtà siciliana è estremamente delicata. Il mio, è solo il punto di vista di un siciliano-pittore attento ai mutamenti sociali, culturali e civili di questa terra, ma devo dire che a parer mio la Sicilia non ha mai avuto dei governatori capaci di rendere questa regione una realtà degna del suo valore storico e culturale.

La Sicilia ha avuto sempre dei padroni, ci sono stati tantissimi popoli che hanno dominato questa terra dai Borboni e dai Savoia; dalla prima, alla seconda Repubblica.

In Sicilia cambiano le cose perché siamo condizionati dagli eventi esterni, perché altrimenti tutto rimarrebbe così com’è. La Sicilia è una terra ricca nella sua vegetazione, nelle sue risorse, nella sua cultura, nella sua posizione geografica; tutto questo ci porta a pensare che la Sicilia potrebbe essere davvero, una terra meravigliosa. Ma è con amarezza, che devo rilevare che dal punto di vista amministrativo, politico-sociale, a tanta bellezza naturale corrisponde una grandissima e deludente condizione di precarietà.

Il dipinto che ha sempre desiderato realizzare e che non ha ancora fatto

Mi piacerebbe un giorno dipingere una grande tela con i colori dell’arcobaleno, descrivendo favole mitologiche a lieto fine, quale auspicio per il futuro di questa terra, affinché possa essere mai più oggetto di vili attentati come quelli consumati in passato. Senza mai dimenticare.

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