Anfiteatro Flavio nel degrado: i soldi non ci sono e la Soprintendenza latita (FOTO)

Mancanza di fondi per la manutenzione, scarsa pubblicizzazione e una situazione di incuria generale decretano la morte di uno dei reperti archeologici più belli del napoletano

di Giuliana Gugliotti

Dovrebbe essere (è) uno dei reperti archeologici più preziosi delle nostre terre, continuamente affollato di turisti, invece è completamente vuoto e abbandonato a se stesso.

I giorni dell’antico fasto romano sono ormai finiti da tempo, per l’anfiteatro Flavio di Pozzuoli, il secondo più importante e meglio conservato in Italia dopo il Colosseo. Ma pensare quanto poco questo reperto puteolano sia conosciuto e frequentato dai turisti rispetto al fratello capitolino fa davvero male al cuore. Il perché è presto detto: una situazione di incuria generale, dovuta alla carenza di fondi e associata ad una scarsa pubblicità sono i responsabili di questo mancato successo.

Una situazione che ormai va avanti, anche se a fasi alterne, dagli anni Ottanta: a quell’epoca risalgono le scritte che deturpano la targa affissa all’ingresso della Cappella di San Gennaro, ormai chiusa da anni ai visitatori per il rischio di cedimenti e crolli.

L’area ovest dell’anfiteatro infatti è pericolante: ma la Soprintendenza per i Beni archeologici di Napoli e Pompei, gestita da Elena Cinquantaquattro, alla cui competenza appartiene, insieme a Pompei, anche l’area puteolana, i soldi per mettere in sicurezza la struttura non ce li ha. Come non ci sono soldi per pagare i dipendenti: così, nella situazione di crisi e di incuria generale, un altro duro colpo è stato inflitto alla storia e alla cultura racchiuse in questo gioiello archeologico: una chiusura forzata di ben sei mesi, a partire dallo scorso novembre, dovuta alla mancanza di personale.

La riapertura, avvenuta a maggio 2013, in corrispondenza con l’avvio della stagione estiva, è stata possibile soltanto grazie all’intervento del Comune di Pozzuoli, che ha concesso “in prestito” 6 dei suoi dipendenti per sorvegliare l’area di giorno e scortare i turisti durante la visita.

Già, perché i 9 dipendenti statali, assunti e rispondenti al ministero dei Beni Culturali, da soli non bastano a garantire la piena gestione della struttura: un’area di circa 13mila mt quadrati, recintata soltanto da una cancellata piuttosto bassa e quindi esposta al rischio di vandalizzazione, necessita di essere sorvegliata 24 ore su 24 da almeno 3 persone alla volta.  Ma se ai dipendenti statali tocca la sorveglianza notturna, la struttura resta scoperta di giorno, motivo per cui per un certo periodo non è stato possibile aprirla al pubblico, fin quando il Comune non è intervenuto inviando personale aggiuntivo.

Il problema è che da oltre vent’anni non è stato fatto alcun turn over: i dipendenti andati in pensione non sono stati rimpiazzati, e quelli rimasti sono costretti a turni di lavoro sfiancanti, che non conoscono giorni festivi e comprendono 2 o 3 notti di lavoro a settimana, immersi nel buio più totale. Sì, perché la struttura all’interno non è illuminata, e di notte la paura sguscia silente nella cavea, tra le rovine repertate ma esposte alle intemperie, si infila nei corridoi dei sotterranei, i più belli e i meglio conservati forse d’Europa.

Una bellezza sfigurata dall’incuria, quella dell’anfiteatro Flavio, che non si fa apprezzare nemmeno da chi la vede tutti i giorni, e che muore lentamente, dimenticata dai turisti ma anche dagli stessi napoletani che ne ignorano l’esistenza, soffocata dalle erbacce che crescono nelle zone ad accesso vietato. Come la cappella di san Gennaro, che, chiusa al pubblico, ha assunto recentemente una nuova, ignobile funzione (come documentato da una turista che ha inviato le foto alla nostra redazione): quella di ripostiglio, in cui sono stati ammassati vecchi monitor di computer ed altri rifiuti, in attesa che dalla Soprintendenza arrivino gli addetti allo smaltimento a portarseli via.

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Ma, per ora, tutto ciò che questa vicenda si sta portando via è la dignità di un popolo, quello puteolano, che si sta vedendo negare l’elementare diritto al riconoscimento e alla tutela della propria cultura, della propria storia, delle sue più antiche radici.

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