Cronaca

Viaggio nelle spiagge della Campania: il costo nascosto di una giornata al mare

Prezzi alle stelle, concessioni senza fine, lavoro nero e ombre della camorra: viaggio nel sistema dei lidi della Campania 

Non mancano i lidi, il sole, o la costa. Manca la possibilità, per chi guadagna mille euro al mese o poco più, di arrivarci senza fare i conti. Manca la certezza che quello che stai pagando vada dove dovrebbe andare. Manca, soprattutto, la sensazione che quel mare sia ancora tuo. Perché sulla costa campana, lentamente e senza che nessuno lo dichiarasse apertamente, il mare è diventato una merce. E come tutte le merci, lo compra chi se lo può permettere.

Da Pozzuoli a Positano, passando per i litorali casertani, una giornata in uno stabilimento balneare medio della costa campana si aggira oggi tra i 30 e i 60 euro a persona, ombrellone e due lettini compresi, bibite escluse. Nei lidi più richiesti di Ischia o del Cilento la cifra sale senza sforzo oltre gli 80 euro. Un caffè al banco del bar costa in media due euro e mezzo, un panino può arrivarne a otto, una bottiglia d’acqua sfiora i due euro. Fai la somma per una famiglia di quattro persone in una domenica di luglio e il conto, parcheggio escluso, supera facilmente i 150 euro. Dietro questa cifra si nasconde però una filiera fatta di concessioni scadute mai revocate, lavoro pagato in contanti fuori da ogni contratto e, in alcuni tratti di costa, di un sistema di controllo che porta la firma della camorra. Non è un’esagerazione: lo dicono gli atti della magistratura, lo confermano i dati ministeriali, e lo raccontano, a bassa voce, le persone che quei lidi li frequentano o ci hanno lavorato dentro.

Ho parlato con tre persone (li chiameremo Marco, Rossella e Carmine, nomi di fantasia, per tutela privacy) che frequentano o hanno frequentato i lidi campani per tutta la vita. Le loro storie sono diverse, ma raccontano la stessa cosa.

Marco ha quarantadue anni, fa l’operaio in un’azienda logistica a Giugliano. Per lui il mare era un rito irrinunciabile: ogni domenica d’estate, dalla mattina al tramonto.

Ciao Marco, da quand’è che hai smesso di andare al mare?

Da due estati. Non me lo posso più permettere. Trenta euro solo per sedermi su una sdraio che vale dieci euro? E poi paghi il gelato, paghi l’acqua, paghi il parcheggio. Mia figlia mi chiedeva il panino, mia moglie il caffè …  a fine giornata avevo speso quanto un pieno di benzina. Ho dovuto dire basta.

Dove vai adesso?

Al mare libero, quando lo trovo. Ma sai com’è ridotto il litorale domitio tra spazzatura e degrado? Impossibile fare il bagno lì.

Rossella ha trentasei anni, insegna in una scuola media di Napoli. Il mare per lei era anche una questione di salute mentale, un modo per staccare dai mesi di scuola.

Prima ci andavo ogni weekend. Ora faccio i conti: affitto l’ombrellone, compro qualcosa da mangiare, metto la benzina e sono già a sessanta euro. Su uno stipendio da insegnante, sessanta euro non sono pochi. E non è che uno possa stare tutto il giorno a non consumare niente, sotto pressione psicologica perché hai pagato per stare lì”, racconta.

Ti senti a disagio?

Mi sento osservata. Come se dovessi giustificarmi per ogni euro che non spendo. Quella roba lì non fa rilassare, fa il contrario.

Carmine invece i lidi li ha visti dall’altro lato del bancone. Per tre estati ha lavorato come cameriere in uno stabilimento a Bacoli, in nero, ovviamente. “Il proprietario incassava migliaia di euro al giorno tra lettini, bar e ristorante. A me dava cinquanta euro a giornata, senza contratto, senza contributi. Mi diceva che ero fortunato perché altri lavoravano a percentuale sulle consumazioni. E con certi clienti che non ordinavano niente, la percentuale era zero” afferma.

Tre storie diverse, un’unica conclusione: il mare, in Campania, è diventato un lusso a orario.

I numeri confermano quello che Marco, Rossella e Carmine raccontano in modo diverso. Secondo l’ultimo report di Federconsumatori, tra il 2019 e il 2025 il costo medio di una giornata al mare in Italia è cresciuto del 34% e in Campania l’aumento è stato ancora più marcato della media nazionale, mentre gli stipendi, nello stesso periodo, sono rimasti sostanzialmente fermi. Il vero nodo della vicenda però non è solo il prezzo del lettino, ma il titolo giuridico che permette a un privato di occupare un pezzo di spiaggia che, sulla carta, appartiene a tutti. Le concessioni demaniali marittime dovrebbero essere temporanee, rinnovabili solo dietro il rispetto di precisi obblighi di manutenzione, sicurezza, accessibilità al pubblico. Nella realtà campana, come in buona parte del Mezzogiorno, molte di queste concessioni si tramandano di padre in figlio da decenni, sopravvivono a proroghe automatiche, e in diversi casi risultano scadute da anni senza che nessuno le abbia mai revocate o rinnovate secondo le regole. I dati del Ministero delle Infrastrutture collocano la Campania tra le regioni italiane con la più alta percentuale di concessioni demaniali irregolari o in sanatoria. Il tratto di litorale che va da Castel Volturno a Mondragone poi è tra i più critici: un’area storicamente commissariata, dove l’abusivismo edilizio e quello balneare si sono intrecciati per anni con la presenza radicata della camorra. “Il lido dove lavoravo io aveva la concessione scaduta da tre anni“, racconta Carmine. “Lo sapevano tutti, anche i vigili urbani quando passavano. Ma non è mai cambiato niente. Il titolare apriva regolarmente ogni stagione, incassava, pagava tutti in nero, e l’anno dopo ricominciava tale e quale.” Controlli, secondo lui, quasi mai seri: “Arriva qualcuno d’estate, fa un giro, fa due domande, se ne va. Non è mai successo niente di davvero grave. Al massimo una multa che vale meno di quanto incassi in una sola giornata di sole.”

C’è un motivo tecnico, oltre a quello puramente economico, per cui un lido balneare rappresenta un canale quasi perfetto per far girare denaro sporco: un lido incassa contanti ogni giorno da centinaia di clienti diversi, e le sue entrate reali sono quasi impossibili da verificare dall’esterno, chi può dire con certezza quanti ombrelloni siano stati davvero affittati in una giornata, o quanti caffè siano stati venduti al banco? In un contesto simile, gonfiare gli incassi dichiarati è un’operazione semplice: si dichiarano cento lettini affittati quando in realtà sono stati cinquanta, si fanno transitare in cassa soldi provenienti da tutt’altro, e a fine stagione una somma considerevole risulta “ripulita” senza che nessuno se ne accorga. Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, condotte negli anni sul litorale domitio, hanno documentato proprio questo meccanismo: i clan legati all’area dei Casalesi non gestiscono direttamente gli stabilimenti balneari, ma li controllano attraverso prestanome, attraverso il pizzo riscosso puntualmente a ogni inizio di stagione, e attraverso la fornitura obbligata di determinati servizi, dalle attrezzature da spiaggia alla vigilanza privata. Chi vuole aprire un’attività in certe zone della costa non può farlo senza un’intesa preventiva con chi comanda davvero il territorio. E quell’intesa non è mai davvero facoltativa. “Mio cugino voleva aprire un chiosco sulla spiaggia di Varcaturo”, racconta Marco con tono quasi distaccato, “gli hanno fatto capire subito che non era possibile. Non gliel’hanno detto con le cattive, con gentilezza. Ma era chiaro. Lui ha lasciato perdere”. Anche Carmine, dopo tre estati passate a servire tavoli in nero, ha imparato a leggere certi segnali. “Io una cosa la so: certi incassi non finivano dove dovevano finire. Non ho prove, non ho nomi da fare. Ma dopo tre stagioni là dentro certe cose le percepisci lo stesso. I conti non tornavano mai, e nessuno faceva domande. Anzi, guai a chi le faceva.”

Il nodo delle concessioni balneari non è solo una questione locale, è al centro da anni di uno scontro istituzionale tra l’Italia e l’Unione Europea. La direttiva comunitaria nota come Bolkestein imporrebbe gare pubbliche trasparenti per l’assegnazione delle concessioni demaniali, ponendo fine al regime di proroga automatica che ha di fatto trasformato chilometri di costa pubblica in patrimonio semi-privato, tramandato per generazioni senza mai passare da un vero bando. Ogni governo italiano degli ultimi vent’anni ha promesso, prima o poi, di applicare la direttiva, ma ogni governo ha finora trovato un modo per rinviare, sotto la pressione delle lobby di categoria dei balneari, un fronte capace di mobilitare un numero di voti tutt’altro che trascurabile nelle zone costiere, dove il lido è spesso il principale, se non l’unico, datore di lavoro della zona. E dove, come mostrano le indagini sul litorale domitio, a volte è anche qualcos’altro.

Nel frattempo però la spiaggia libera si restringe di anno in anno. Secondo i dati diffusi da Legambiente, oltre il 60% del litorale campano accessibile è oggi occupato da stabilimenti privati. Il restante 40%, teoricamente libero, è spesso privo di qualunque servizio, difficile da raggiungere o versa in condizioni igieniche che scoraggiano anche i bagnanti più determinati. Il mare gratuito, insomma, esiste ancora sulla carta. Nella pratica quotidiana di migliaia di famiglie campane, è diventato un ricordo sempre più sbiadito.

Marco porta sua figlia a Lago Patria quando non trovano altro. Rossella ha smesso di cercare e d’estate rimane in città. Carmine lavora ancora in un lido, ogni estate, sempre in nero, perché non ha trovato di meglio. E allora la domanda non è solo quanto costa una giornata al mare, ma a chi appartiene quel mare, chi lo ha preso, e perché nessuno glielo ha ancora chiesto indietro.

This post was published on Lug 10, 2026 10:00

Fabio Iuorio

Osservatore del sociale a 360°, amo scrivere e guardare Oltre. Ho amato il ruolo di giornalista fin da bambino, mi piace poter approfondire temi a sfondo sociale spesso ignorati dalla società moderna. Che dire, sono un eterno sognatore di un mondo come quello descritto da John Lennon in Imagine, un mondo dove non esistono discriminazioni e guerre, nulla per cui uccidere o morire.

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