Dalla bellezza filtrata alla dissonanza percettiva, questo il nuovo dibattito dei film in costume.
Hai mai guardato una serie in costume o un film storico e pensato “Questo volto sembra uscito da un reel di TikTok più che da un romanzo ottocentesco”? Negli ultimi anni è diventato virale un modo di dire per descrivere proprio questa sensazione: l’“iPhone Face”, ossia quei volti così visivamente contemporanei da sembrare fuori luogo in un’ambientazione storica. Il termine, nato come meme online per indicare letteralmente una “faccia che ha visto un iPhone”, si riferisce a tratti estetici associati alla cultura dei social e alla bellezza digitale — pelli levigate, denti perfetti, simmetrie marcate — che possono rompere l’illusione storica di un film o di una serie. 
Cosa si intende per “iPhone Face”?
L’ effetto dell’ “iPhone Face” altro non è che una dissonanza cognitiva e storica che proviamo vedendo attrici e attori con volti che non corrispondono al periodo storico rappresentato.
Il fenomeno è diventato noto soprattutto tra gli appassionati di cinema e serie storiche: è l’idea che certi volti appaiono così influenzati dalla cultura visuale contemporanea da risultare difficile da credere che si stia rappresentando un’epoca passata. Non riguarda il talento o l’interpretazione, quanto la percezione estetica: un “look” che sembra progettato per la cultura digitale piuttosto che per un contesto narrativo storico. 
Le conversazioni sul web spesso citano caratteristiche come denti ultra-bianchi o troppo perfetti per l’epoca, make-up e sopracciglia modellate secondo le tendenze social più innovative e volti “instagrammabili” che rispondono più alla moda contemporanea che alla naturale variabilità estetica di epoche precedenti. 
Potremmo citare tanti esempi di questo fenomeno, come Nicole Kidman in The Northman o Lily Rose-Depp e Timothée Chalamet in The King. Ma il caso che più si trova nell’occhio del ciclone è sicuramente Wuthering Heights. L’adattamento della celebre opera di Emily Brontë con Margot Robbie e Jacob Elordi è infatti tra i casi più recenti che hanno riacceso il dibattito. Alcuni spettatori e critici online hanno commentato che certi elementi estetici — soprattutto nei look e nei close-up dei personaggi — sembrano più aderenti ai codici visivi contemporanei che alla plausibilità storica dell’Ottocento, creando una sorta di tensione tra tempo narrativo e estetica percepita.
La ripresa digitale moderna mostra dettagli del viso con una nitidezza prima impensabile. L’alta definizione, il 4K e le camere digitali contemporanee non si limitano a registrare un volto: lo espongono, e quindi ogni poro, ogni texture della pelle diventa visibile in modo quasi iperrealistico. Se il cinema analogico tendeva ad ammorbidire l’immagine — creando una distanza quasi pittorica tra spettatore e personaggio — il digitale produce una prossimità estrema, più simile allo sguardo dello smartphone che a quello della pellicola. In questo senso, l’“iPhone Face” non è soltanto una questione di estetica o di make-up, ma anche di tecnologia: il modo in cui oggi guardiamo è diverso, e il modo in cui il cinema mostra i volti ne è una diretta conseguenza.
Perché questo fenomeno è così diffuso ora?
Non si parla semplicemente di un’opinione estetica, ma di un qualcosa che riflette un cambiamento più profondo nel modo in cui la cultura digitale ha ridefinito i nostri standard visivi.
La diffusione di filtri di bellezza, skincare routine globalizzante e una estetica di “perfect face” promossa costantemente sui social, ha creato un’immagine collettiva di come dovrebbe apparire un volto. Quando questi codici si incontrano con un contesto narrativo – come un film storico ambientato centinaia di anni fa — può crearsi una dissonanza percettiva: lo spettatore vede ciò che è bello secondo il presente, non ciò che appare «autentico» secondo standard visivi passati. 
In altre parole: non vediamo solo un personaggio che interpreta un ruolo storico, ma un volto che porta con sé codici visivi del presente, come se ogni interpretazione fosse filtrata dalla cultura degli smartphone.
Non si tratta di dire che un film o una serie con “iPhone Face” sia automaticamente “brutto” o sbagliato. Piuttosto, è una conversazione su come il cinema e il pubblico stanno negoziando il rapporto tra realtà storica e percezione contemporanea. Alcuni vedono in questa estetica una perdita di profondità narrativa, altri vi leggono un linguaggio visivo moderno che rende il passato più accessibile alle nuove generazioni.
Ma il cinema storico, in realtà, non è mai stato davvero neutrale. Ogni epoca ha raccontato il passato attraverso i propri codici estetici. I kolossal hollywoodiani degli anni Cinquanta riflettevano l’idea di bellezza e spettacolo del loro tempo, così come i drammi in costume degli anni Novanta rispondevano a una sensibilità visiva diversa, più patinata ma ancora filtrata dall’analogico. L’idea stessa di “realismo storico” è sempre stata una costruzione culturale, modellata dalla sensibilità dell’epoca che produce l’opera.
Ogni epoca proietta sul volto i propri ideali di bellezza, salute e desiderabilità. Se oggi associamo la pelle levigata e i lineamenti simmetrici a uno standard quasi universale, nell’Ottocento la percezione estetica era diversa, così come lo era la relazione con il corpo e con l’immagine pubblica. Forse l’ “iPhone Face” non è solo un problema di casting o make-up, ma il sintomo di una trasformazione più ampia: il volto contemporaneo è diventato un’interfaccia, qualcosa da ottimizzare, migliorare, rendere performativo, e quando questo volto entra in un racconto storico, porta con sé la grammatica visiva del presente. E il passato, inevitabilmente, smette di sembrare lontano.
This post was published on Feb 20, 2026 9:45
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