Una ragazzina moldava, Rosa Lazar, viene trovata sotto un cavalcavia alle porte di Perugia: ha il corpo segnato da ecchimosi e ferite, è apparentemente morta. Ha quindici anni, indossa abiti lussuosi e respira ancora. In seguito al ritrovamento si aprono due percorsi paralleli: l’inchiesta della procuratrice e della polizia sulla rete di sfruttamento della prostituzione che l’ha portata in Italia; il lavoro terapeutico dello psicologo che cerca di ricostruire il percorso esistenziale di Rosa, densa di innocenza e fragilità e portatrice di comportamenti regressivi.
Con gradualità si rimettono insieme pezzi della storia di Rosa, fanciulla bella e sognante, mossa dall’aspirazione di fare la modella, anche per scappare dalla povertà del suo luogo di origine. Rosa vive in una casa stamberga con la madre amorevole, che cucina le galline trovate morte nel pollaio. Ha con la figura materna un rapporto simbiotico che cercherà di riprodurre anche con lo psicologo e con altri personaggi incontrati nel suo cammino accidentato. Insieme al cugino parte dalla Romania per Strasburgo, ma finisce in una rete di prostituzione gestita da organizzazioni criminali tra Est e Ovest Europa…
“Illusione” di Francesca Archibugi è un film che racconta un dramma duro e asciutto centrato sulla tratta minorile e gli effetti del trauma psicologico. Archibugi, abbandona i salotti borghesi, pur continuando a focalizzarci sui percorsi evolutivi dei giovani, sua cifra stilistica privilegiata, e filma la discesa di Rosa con attenzione e malinconia, mescolando suspense e pietà. Non c’è spettacolarizzazione del dolore, i dialoghi sono essenziali: la macchina da presa si ferma sulle pieghe della paura e dello smarrimento della giovane protagonista e anche degli adulti che cercano di aiutarla.
Angelina Andrei, interprete di Rosa, giovane attrice, è la vera rivelazione. Tiene il film sulle spalle con una performance naturale e convincente, passando da momenti di leggerezza a scene drammatiche senza forzature. Cast di supporto solido con Jasmine Trinca, Michele Riondino, Vittoria Puccini, Filippo Timi, Francesca Reggiani.
“Illusione” funziona come metafora: l’Europa promette libertà e mobilità, ma spesso offre solitudini, corpi mercificati e sogni diventati derrate di scambio. Mette anche l’accento sulla perdurante condizione di divario strutturale tra maschile e femminile. Una sola battuta della procuratrice, nella parte finale del film, lo rimarca.
L’ambizione narrativa è alta, trova nel montaggio frammentato motivi di attenzione e attesa, salvo quando i tempi dilatati in alcuni punti rischiano di procurare un effetto smarrimento, probabilmente voluto.
L’ambiguità è un altro motore del film. Forse quello centrale. Archibugi non offre un solo personaggio “pulito” e il rapporto tra Rosa e lo psicologo si costruisce su questo terreno instabile.
Rosa ha meno di sedici anni, si comporta a tratti come una bambina e altre volte con una freddezza da adulta. Non è del tutto chiaro quanto sia segnata dai traumi e quanto utilizzi una maschera per controllare chi la interroga. Il suo stile di personalità frammentato le consente di passare da momenti di gioco infantile a brevi rivelazioni di violenze inenarrabili. La regista lo fa apposta: impedisce di posizionare la protagonista nella casella pura e semplice della vittima e costringe a guardarla come persona complessa e inafferrabile, restituendole il fascino del mito femminile.
La procuratrice vuole la verità per chiudere l’inchiesta sulla tratta, ma il suo approccio è spesso procedurale, sembra in parte più interessata al caso che alla sofferenza della ragazza e a non incorrere in difficoltà professionali.
Lo psicologo entra nella storia con l’idea di curare e comprendere, ma il confine tra aiuto e intrusione è sottile. Sviluppa un vissuto controtrasferale di eccessivo coinvolgimento, che mette in crisi lui stesso e il suo rapporto matrimoniale.
L’obiettivo della regista mi è sembrato mostrare non cosa è successo davvero a Rosa, almeno non tutto, quanto sottolineare come il trauma distrugga l’idea stessa di una verità lineare e la possibilità di narrarla, riferirla all’altro, renderla intellegibile. Il trauma che segna una giovane resta dentro e fuori un margine di confusione, smarrimento e segni nella carne mai del tutto riparabili. L’equivocità dei personaggi serve a dire: nei casi di violenza su minori, nessuno esce pulito. Siamo tutti responsabili. Anche chi vuole aiutare.
Giuseppe Iaculo
This post was published on Mag 19, 2026 15:32
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