di Vincenzo Vacca
Quanto rimane in noi di umano nei diversi luoghi di lavoro? È la domanda che ci si pone leggendo il libro di Renato Votta “Quel cretino del mio capo” (Ed. Homo Scrivens), perché le realtà lavorative sono tantissime, ma tutte rientrano in uno scenario sociale davvero preoccupante. Quello che è la conseguenza dell’ era della tecnica, da non confondere con la tecnologia. Nell’era della tecnica domina il principio che bisogna ottenere il massimo risultato nel più breve tempo possibile. Questo ci rende funzionari di apparati e la nostra dimensione di esseri umani viene depauperata in una devastante logica lavorativa di raggiungimento degli obiettivi che l’ apparato di appartenenza ci impone. Questo contribuisce ad accentuare il forsennato individualismo, uno dei tratti tipici della nostra era, e che rende il nostro collega di lavoro un sostanziale competitore, infatti, coloro che non continuiano quotidianamente a inseguire le innovazioni tecniche del proprio ambiente lavorativo, ne pagheranno le conseguenze in termini di progressione di carriera e/o di perdita del lavoro.
Le riflessioni fatte sopra, però, possono apparire fuorvianti in ordine al libro di Renato Votta, in quanto non è assolutamente un saggio di sociologia o qualcosa del genere, ma è un gustoso e ironico testo che narra con uno stile letterario scorrevole, intrigante i rapporti lavorativi tipici dell’ epoca storica che ci tocca vivere ed affrontare.
Ambizioni frustrate, meschinità di ogni tipo, piccinerie di ogni ordine e grado, assolute identificazioni tra la persona e il proprio lavoro e tanto altro ancora, ma nella narrazione, l’ autore non perde mai una certa leggerezza calviniana, suscitando molto frequentemente nel lettore un sorriso sincero.
Nel libro vengono rivelate una serie di ipocrisie nei confronti delle quali sia i “capi” che gli “esecutori” si adeguano. Un vero e proprio teatro delle relazioni lavorative nel quale ognuno recita il proprio copione.
“Quel cretino del mio capo” è la tipica opera letteraria che fa ridere, ma al contempo fa pensare. Infatti, è una forma di ironia non di pancia che tende a lisciare il pelo alla disperata e disperante voglia di ridere genericamente intesa, ma una ironia intesa come una forma di rottura di una presunta linearità. Una ironia che coglie le faglie dei processi lavorativi odierni e, quindi, capace di guardare oltre.
Leggere il libro di Renato Votta ci si regala dei momenti di letizia intrecciati a importanti spunti di riflessione e, soprattutto, la maggioranza dei lettori si rivedrà in diverse situazioni narrate, infatti il libro è una prova evidente che le parole fanno mondo. Le parole non sono mai neutre, generano conseguenze dirette e indirette.
This post was published on Ott 26, 2020 10:52
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