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Il mio amore ti salverà: l’illusione di poter cambiare il partner

Ore e ore della propria terapia individuale indirizzate a parlare del partner e a come poterlo cambiare.

Quando la persona “salvatrice” arriva in terapia, lo fa perché il suo progetto di modificare l’altro manifesta tutti i suoi limiti. L’altro non cambia. «Eppure mi basterebbe poco, perché non lo fa per me? Dopo tutti i sacrifici che ho fatto io!». Il pensiero è: “io ti amo anche se mi fai soffrire, ma tu sforzati di cambiare, e così saremo felici”. La persona è dentro questa logica e reclama il cambiamento dell’altro a fronte del proprio amore. La richiesta paradossale portata al terapeuta è: “fallo/a cambiare”, piuttosto che: “aiuta me a comprendere perché faccio fatica a cambiare, ad accettarlo così com’è o a lasciarlo andare”. Queste persone sono inconsapevoli del gioco relazionale molto più sottile in cui sono incastrate insieme al partner “difettoso” e di come l’aspettativa di cambiarlo sia un potente meccanismo difensivo per sé stesse.

Solo lavorando con pazienza ed onestà su di sé, il “salvatore” può arrivare a percepire il proprio contributo attivo al perpetuarsi di questo gioco relazionale. Potrebbe scoprire, ad esempio, di avere “bisogno” di un partner perennemente problematico da modificare, “aggiustare”, come una bambola rotta, perché questo lo fa sentire importante, potente, giusto, e in grado di riparare sensi di colpa o antiche ferite del passato, oppure di rete un ruolo che ha già mutuato altrove: nel sistema familiare di origine.

Il suo amore ha una condizione: vi deve essere un altro da modificare, e quindi quest’ultimo non può, non deve cambiare, perché se cambiasse, verrebbe meno proprio ciò che fonda e sostiene il legame. L’altro che non cambia è a un livello superficiale il cattivo ingrato, che minaccia il legame, ma a un livello più profondo è invece proprio colui che ne consente il perpetuarsi e consente di far mantenere anche a chi deve salvare, “curare”, il suo ruolo stereotipato.

Il salvatore è colui che da qualche parte ha cercato di difendere costantemente una vittima dal suo persecutore, offrendole aiuto e supporto emotivo. La reiterazione del ruolo nei propri rapporti sentimentali permette, a colui che lo interpreta, non solo di crearsi un’immagine di persona buona e giusta, ma, spostando tutte le attenzioni sulla vittima, di evitare i propri problemi, mantenendoli inalterati, così da non doverci fare i conti.

«Io lo amo proprio perché mi fa soffrire», «Io lo amo proprio perché non si sforza neanche di cambiare», e il legame così prosegue in un eterno inseguimento ed estenuanti conflitti. Pensare che l’altro cambi è un’illusione, non tanto perché l’altro in assoluto non lo farà, ma per questo contratto implicito su cui si fonda la coppia.

Solo con molta fatica e dolore, ci si accorge che non si può chiamare amore il costante denigrare chi si sostiene di amare e tentare di modificarlo. Chi è in questa dinamica ama non il partner, ma ciò che vorrebbe diventasse, e perciò, non lo ama o, per meglio dire, lo ama di un amore immaturo. Non lo riconosce, non lo accetta com’è, non lo apprezza. Ama un’idea idealizzata dell’altro.

La strada per uscire da questi giochi al massacro è fermarsi e reindirizzarsi su di sé. Smettere di portare l’attenzione sulle colpe del/della compagno/a e ricondurla a sé, per ricontattare i propri bisogni, le proprie ferite irrisolte e imparare a impostare con il partner un legame più sano, basato sull’accettazione, il riconoscimento e il rispetto reciproci, o sulla possibilità di separarsi con la consapevolezza che, in quel legame specifico, non ci si riesce a incontrare a un livello emozionale più profondo.

di Giuseppe Iaculo,
classe 1961 è psicologo psicoterapeuta, didatta, scrittore.
Vive a Napoli ed esercita la sua professione anche a Caserta e Roma.
Appassionato del suo lavoro, di arte, cinema e teatro.

This post was published on Mar 17, 2025 14:49

Redazione Desk

Questo articolo è stato scritto dalla redazione di Road Tv Italia. La web tv libera, indipendente, fatta dalla gente e con la gente.

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