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Franceschini vuole scippare a Napoli la collezione Farnese e riportarla a Parma

Dario Franceschini ci prova, a fare bene il ministro dei Beni Culturali. Ma non sempre ci riesce. Dopo la tanto contestata decisione di spostare la Soprintendenza dei Beni Archeologici di Napoli nella città di Salerno, il ministro della Cultura lancia un’altra proposta bizzarra, che in queste ore sta facendo infuriare i napoletani. Che rischiano di vedersi scippare una delle collezioni d’arte più ricche, distribuita in ben tre musei partenopei (il Museo Archeologico Nazionale, la Reggia di Capodimonte e il Palazzo Reale): la Collezione Farnese.

Il perché è semplice: Franceschini si è messo in testa che per rilanciare il turismo nei piccoli borghi è necessario riportarvi le opere d’arte che lì furono realizzate. Una manovra che il ministro ha (in)felicemente definito “ricontestualizzazione”, e che dovrebbe, nelle intenzioni di Franceschini, “restituire a Parma e alla reggia di Colorno le opere rubate”. Opere che si trovano a Napoli da oltre 300 anni, e che furono donate alla città da Carlo III di Spagna.

La Collezione Farnese: la storia di due secoli d’arte

La Collezione Farnese, iniziata in pieno Rinascimento da Alessandro Farnese, e sviluppatasi inizialmente in tre rami distinti (uno a Roma, uno a Parma e uno a Piacenza, nel palazzo Farnese), si è arricchita nei secoli, grazie al contributo dei successori di Alessandro, Ranuccio e Antonio Farnese, di opere dei più esponenti illustri dell’arte figurativa italiana, come Raffaello, Tiziano, Michelangelo, El Greco e molti altri artisti, ma anche di reperti archeologici di epoca romana e di gemme rinascimentali provenienti dalle collezioni, tra le altre, di papa Paolo II e di Lorenzo il Magnifico, oltre che di monete, medaglie, libri e oggetti di carattere archeologico che raccontano l’arte italiana attraverso due secoli e più di storia.

Il trasferimento a Napoli: un “furto” provvidenziale

Nel 1735, pochi anni dopo la morte senza eredi di Antonio Farnese, ultimo esponente dell’illustre famiglia, il tesoro passò a Elisabetta, nipote di Antonio Farnese nonché moglie di Filippo V di Spagna e madre del nuovo duca di Parma e Piacenza, Carlo di Borbone. Fu proprio Carlo a decretare il trasferimento delle opere a Napoli, una volta istituito il Regno delle Due Sicilie. Un furto? Sì, ma salvifico, secondo lo storico Michelangelo Schipa, che definisce l’appropriazione borbonica una “salutare rapina”, che preservò le opere della Collezione Farnese dalle razzie belliche a cui sarebbero andate incontro in seguito alla presa austriaca del Ducato di Parma.

Il trasferimento della Collezione Farnese a Napoli fu completato poi solo 50 anni dopo, quando Ferdinando IV di Borbone decise di spostare a Napoli anche la collezione romana, nonostante le forti opposizioni di papa Paolo VI. Un modo per riunire la Collezione Farnese che a Napoli ha trovato la sua salvezza e ricevuto la sua consacrazione, tanto che Carlo III, prima di salire al trono di Spagna, ne fece espressamente dono alla città di Napoli, che oggi ne è a tutti gli effetti e di diritto la legittima proprietaria.

Franceschini contro Napoli a difesa di un’Italia sempre più nordista

O almeno lo è secondo i napoletani. Ma a quanto pare non secondo Franceschini, che è pronto a “scippare” la collezione a Napoli per rilanciare il turismo nella “sua” Emilia. D’altronde non sarebbe neanche la prima volta che la Collezione Farnese viene depredata. Altri, prima di Franceschini, ebbero la brillante idea di “restituire” alcune tele (ben 130) alle città di Parma e Piacenza, ignorando di fatto il testamento di Carlo III di Spagna che donava la collezione nella sua interezza alla città di Napoli: i fascisti. Per non parlare delle opere facenti parte delle collezioni borboniche e realizzate da artisti napoletani come Luca Giordano e Salvator Rosa, che si trovano attualmente molto lontane da Napoli (a Torino, al Quirinale, alla Camera dei Deputati, al Senato, in ambasciate estere), e di cui la città di Napoli non ha mai chiesto la restituzione.

Ma che importa. Dario Franceschini si prepara oggi a riesumare un furto, se di furto si può parlare, avvenuto 300 anni fa, pretendendo dai napoletani la restituzione di un maltolto che, se non fosse stato per i Borbone, probabilmente ora non sarebbe neanche più su suolo italiano. Come del resto è accaduto nei secoli a numerose opere d’arte nate dal genio italiano e che oggi rappresentano l’attrazione principale di svariati musei stranieri (uno su tutti il Louvre). Ma questo Franceschini non lo sa, o finge di non saperlo. E si accanisce, ancora una volta, tristemente, come molti prima di lui, contro Napoli e il Meridione, a favore di un’Italia che sembra sempre più “nordista”.

This post was published on Dic 30, 2014 16:26

Giuliana Gugliotti

Nasco in Ottobre, prima del tempo. Mi resta addosso l'ansia di fare, negli anni imparo che la fretta è cattiva consigliera. Odio le approssimazioni, amo Napoli, l'odore dei libri e le cose ben fatte.

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