di Michelangelo Iossa
Liquidare il trionfo sanremese di Sal Da Vinci come un mero accidente del kitsch contemporaneo è un grande errore. Al contrario, l’ascesa dell’artista sul gradino più alto dell’Ariston si presenta come la chiusura ideale di un cerchio mitopoietico, un ritorno del “segno” alla sua origine.
Napoli non sale i gradini per farsi vedere: quei gradini sono già scolpiti nel suo tufo e sua nella storia, naturalmente. La vittoria di Sal Da Vinci all’Ariston non è un rumore di paillettes, né un capriccio della sorte: è una restituzione. È il ritorno della voce alla sua radice, un canto che ha attraversato i secoli per venire a riprendersi il suo posto. Non è l’ascesa di un artista, è lo scatto di una molla antica che si fa musica e torna a casa.
Per decenni, la memoria ha voluto che il Festival di Sanremo fosse il principio di tutto, nato nel 1951 per dare un’intonazione all’Italia. Ma chi sa leggere sotto la superficie sa che il codice genetico di quella kermesse è nelle audizioni della Piedigrotta dell’Ottocento.
Già nel 1931, vent’anni prima della liturgia televisiva, Ernesto Murolo ed Ernesto Tagliaferri portavano al Casinò di Sanremo un “Festival partenopeo”, traslocando i canti e le tradizioni della baia di Napoli tra le Alpi Marittime. Fu quella la scintilla: un modello di spettacolo che anticipava il domani.
La vittoria di Napoli a Sanremo non è, dunque, una anomalia statistica, ma una necessità storica. Se è vero – come è profondamente vero – che il Festival è il “grado zero” dell’identità nazionale (generata nel 1951), è altrettanto vero che una archeologia dei media più attenta rivela che il codice genetico della kermesse è da rintracciare a Napoli.
Domenico Modugno e Claudio Villa, supremi sacerdoti di Sanremo, suggerivano un criterio di verifica empirica per testare l’efficacia della canzone: il brano funzionava se l’uomo comune, nell’atto rituale di radersi allo specchio il mattino seguente, si scopriva capace di canticchiarne la melodia. È la poetica della “cantabilità” assoluta, quella melodia “strappacuore” che Sal Da Vinci incarna con una furbizia quasi barocca. La sua canzone si “appiccica” addosso non per via di un algoritmo, ma perché risuona con strutture sentimentali pre-esistenti, definite da Napoli ben prima che l’Italia fosse culturalmente unificata.
D’altronde, la centralità di Napoli è un dato diacronico inoppugnabile. Se “Te voglio bene assaje” (1839) rappresenta il Big Bang della canzone moderna, e “Santa Lucia” (1849) ha operato come ponte linguistico verso l’italiano melodico nazionale, oggi assistiamo a una nuova metamorfosi della “Città-Mondo”. Napoli non si limita a esportare melodie: diventa il fulcro di una produzione globale che – mentre Sal Da Vinci solleva il leone dorato di Sanremo – vede, ad esempio, l’etichetta Frontiers Records di Serafino Perugino portare i Megadeth in vetta a Billboard con un disco prodotto all’ombra del Vesuvio.
Siamo di fronte a una nuova egemonia del “segno” napoletano, che si prepara a dominare l’immaginario collettivo dei prossimi anni. Dal tifo per Sal Da Vinci all’Eurovision Song Contest fino alla consacrazione di Stefano De Martino — “figlio del Vesuvio” — come nuovo arbitro e celebrante della macchina sanremese nel 2027, la città si riappropria di una autoctona matrice culturale. Tra celebrazioni maradoniane e sfide come l’America’s Cup, Napoli persiste nella sua natura paradossale: una metropoli avvinghiata a profonde crisi sociali che, tuttavia, non smette di generare visione e confronto.
In ultima analisi, Sanremo non è che la traduzione in lingua nazionale di un sentimento che parla, da sempre, napoletano. Accettare questa realtà significa riconoscere che, dietro il lustrino della competizione, batte il cuore di una tradizione che ha saputo farsi industria senza perdere la sua anima mitica. Tifare per Napoli, oggi, non è una scelta di campanile, ma un atto di onestà intellettuale verso le radici stesse della nostra cultura popolare.
This post was published on Mar 1, 2026 14:02
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