di Bruno Marra.
Quando a marzo una piccola percentuale di persone sosteneva con forza che chiuderci in casa in maniera coatta poteva provocare danni di natura psichiatrica anche superiori col tempo a quelli della stessa pandemia, fu ridotta a rango di eretica carboneria. Parole considerate sovversive e irresponsabili in un mondo ottenebrato dal terrore e assordato dall’urlo “restate a casa”. Un imperativo istituzionale che partiva persino dai programmi di varietà fino a propagarsi con successo da balconi minacciosi e delatori.
A distanza di quasi un anno l’Espresso pubblica un articolo, dagli accenti vagamente sensazionalistici, sull’aumento dell’autolesionismo tra i giovani. La spiegazione la offre il Professor Vicari, luminare di Neuropsichiatria, che riconduce la responsabilità di questo fenomeno al “lockdown e la chiusura totale in casa”. E solo in terzo ordine declina la chiusura delle scuole. E’ ricorrenza solita, quando vien fuori la parola magica “giovani”, che ci sia una sensibilizzazione di massa, spesso sincera quanto talvolta strumentale. E quindi improvvisamente la DAD sveste i panni di provvidenziale integrazione per diventare un pericoloso deterrente.
Ma rispondiamo noi sinceramente per una volta ad una domanda. Vi sembra più verosimile che i ragazzi accusino (eventuali) impeti suicidi perché sono stati privati di 5 ore si interazione sociale scolastica al mattino, oppure perché sono stati costretti forzatamente in casa 24 ore al giorno per diversi mesi? Alimentando una virtuale deriva esistenziale illusoria, già di per sé bene avviata?
E, a margine dell’enigma, sarebbe anche interessante estendere la stessa indagine meticolosa agli anziani. Certo, avrebbe meno appeal nell’immaginario collettivo, però magari chiarirebbe bene anche il disagio arrecato ad una fascia sensibile dopo mesi di impietosa clausura. Ma, pensandoci bene, forse sarebbe chiedere troppo ad un modello sociale di comunicazione per la quale dopo i 50 anni si può anche crepare…
This post was published on Gen 19, 2021 13:55
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