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Aldo Putignano: “Cambiare nome alla città si può. Maradonapoli. O Napoli Maradona, se preferite”

Non c’è nulla di più triste di un nome che cambia per la violenza della Storia, questa invece sarebbe una gioia, una festosa appropriazione simbolica. Perché non esiste e non è mai esistito simbolo così potente e vivo per questa città. Mi spiego (sarà necessario?): un simbolo è “qualcosa che sta per qualcos’altro”, esprime la sua efficacia non in funzione del “qualcosa”, ma del “qualcos’altro”.

Come si suol dire: se indico il cielo, non guardare il dito. Intitolare la città a Maradona non sarebbe un omaggio al giocatore, non solo, ma vorrebbe dire appropriarsi di quella forza simbolica che Diego rappresenta. Eravamo reduci da un terremoto devastante, e ci siamo scoperti vincitori, ci siamo “tolti gli schiaffi da faccia” (e quanti ne avevamo presi, e quanti ne prendiamo), abbiamo combattuto in rappresentanza del Sud del Mondo e non abbiamo mai dovuto abbassare la testa, anche nelle sconfitte.

E lo abbiamo fatto non con la forza e il potere, ma con le nostre armi: l’ingegno, l’audacia, la fantasia, perfino l’arte di arrangiarci. Questo è stato Maradona, voi vedete l’uomo, noi vediamo il Simbolo. Cambiare nome si può. Siamo abituati, viviamo per inerzia. Fuorigrotta, che nome è? E Castel dell’Ovo? è una scelta poetica, e funziona. Perché è poetica, perché è simbolica questa città.

Perché lo siamo tutti, perché se non cercassimo in qualcosa un qualcos’altro non avrebbe senso la nostra esistenza terrena, tutti appiattiti su una banale interpretazione della realtà. Una metropoli che cambia nome e si appropria orgogliosamente del suo Simbolo: questa è una scelta forte, una rivoluzione. Limitarsi a dedicargli lo stadio vorrebbe dire confinare un trapezista in un circo, è giusto farlo, ma non basta. E poi diciamo la verità: quanti ragazzi a Napoli si chiamano Diego, se non Diego Armando? Napoli ha già scelto. Ed è proprio una questione di identità.

Questa città è maradoniana, negarlo è una forzatura, non il contrario. E adesso che facciamo? Vogliamo appropriarci di quel che siamo o vogliamo solo accendere un lumino? Vogliamo iniziare a raccontarci, o preferiamo che siano sempre gli altri a farlo, confinando nel folklore la nostra coscienza e le nostre aspirazioni?

di Aldo Putignano

Aldo Putignano – Nato a Napoli nel 1971, scrittore e docente di scrittura, è il coordinatore di Homo Scrivens (www.homoscrivens.it), la prima compagnia italiana di scrittura. Per Homo Scrivens ha curato i volumi Faximile, 49 riscritture di opere letterarie (Frilli 2004) e Racconti alla carbonara (Cento Autori 2007). Ha inoltre curato il volume Vedi Napoli e poi scrivi (Kairós 2005). Dirige la collana “Homo Scrivens” per l’editore Kairós ed è direttore artistico delle Edizioni Cento Autori. Ha scritto per il teatro e la televisione. Dottore di ricerca in Letteratura Italiana, collabora con la facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e con l’Istituto Suor Orsola Benincasa.

This post was published on Nov 26, 2020 15:47

Redazione web

Questo articolo è stato scritto dalla redazione di Road Tv Italia. La web tv libera, indipendente, fatta dalla gente e con la gente.

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