Cultura

Il Diavolo veste ancora Prada?

Il mondo del cinema e della moda si interrogano ancora sulla collocazione del sequel “Il Diavolo Veste Prada”, scritto da Aline Brosh McKenna e diretto da David Frankel, ovvero se legato alla moda e al suo mondo come il primo film oppure no. Dopo tanti anni il sequel era attesissimo e, dunque, sotto la lente di ingrandimento sono emersi aspetti, criticità e punti di forza sfuggiti ai più. Per comprendere appieno queste considerazioni, si palesano numerose recensioni positive riguardo al sequel: molte apprezzano la trama e l’evoluzione dei personaggi, ma poche si soffermano realmente sull’aspetto che aveva reso iconico il primo film, la moda! Approfondendo l’argomento e andando oltre le impressioni superficiali, sono emerse riflessioni e opinioni sui capi d’abbigliamento indossati dai personaggi. Sia professionisti del settore sia semplici appassionati hanno espresso giudizi simili, criticando la banalità e la scarsa cura dedicata al comparto fashion di un film che, in origine, aveva fatto della moda uno dei suoi punti di forza. Tra le voci più critiche spicca quella di Peter Davis, direttore responsabile di Avenue Magazine, che ha definito la moda presente nel film deludente e poco ispirata, arrivando a descrivere l’intera pellicola come scadente, noiosa e pacchiana. Molti spettatori hanno condiviso questa opinione, sostenendo che la moda occupi un ruolo marginale e che venga mostrata soprattutto attraverso brevi montaggi di sfilate. L’impressione generale è che la produzione si sia concentrata maggiormente sulla trama, trascurando uno degli elementi che avevano reso memorabile il primo capitolo. Gli outfit di Miranda Priestly, interpretata da Meryl Streep, sono stati tra i più discussi: secondo molti, non possiedono più l’eleganza, la raffinatezza e il carattere distintivo che avevano contribuito a rendere il personaggio un’icona. Anche gli altri costumi sono stati oggetto di critiche. Molti appassionati hanno ritenuto che gli abiti non riflettessero adeguatamente la personalità e l’unicità dei personaggi, a partire da Andy Sachs. Nulla appare particolarmente sorprendente o memorabile. Alcuni sostengono che l’inserimento di creazioni più audaci e sperimentali, ispirate a stilisti come Vivienne Westwood, Rick Owens o Maison Margiela, avrebbe valorizzato maggiormente il lato creativo della storia. Ad esempio, nel primo film la costumista Patricia Fields selezionò brand iconici come per l’appunto Vivienne Westwood, Armani, Prada, Chanel integrando anche dei pezzi vintage unici nel loro genere. Possiamo ricordare l’iconico total black Chanel indossato da Andy oppure la giacca dorata Bill Blass indossata da Miranda nella famosa scena del maglioncino ceruleo. Nel primo film la moda era intrecciata alla narrazione e contribuiva a definire i personaggi e la loro evoluzione. In questo sequel, invece, sembra essere passata in secondo piano, lasciando una sensazione di monotonia e privando il film di parte della sua identità originale. Inoltre, bisogna considerare l’impatto che il primo film ebbe sul pubblico e sull’industria della moda. Non si limitò a raccontare il dietro le quinte di una rivista fashion, ma contribuì ad avvicinare molte persone a questo mondo, facendo conoscere stilisti, marche e tendenze anche a chi non ne era particolarmente interessato. Proprio per questo motivo le aspettative nei confronti del sequel erano molto elevate. Molti spettatori ed esperti del settore si aspettavano un’opera capace di innovare e sorprendere dal punto di vista stilistico tanto quanto aveva fatto il film originale. Il fattore che infine sta accomunando le recensioni dei vip è che come film potrà anche funzionare ma come film di moda delude. Del resto dopo “Michael”, scritto da John Logan e diretto da Antoine Fuqua, “Il Diavolo veste Prada 2” è saldamente nelle prime posizioni di vendita e gradimento al botteghino, forse la vera priorità della produzione.

Melania Esposito

This post was published on Giu 3, 2026 11:00

Redazione

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