Una parola più di tutte risuona quando si parla con chi cerca casa a Napoli nel 2026: e non è “caro” o “difficile”, ma “rassegnazione”. È quella sensazione di chi ormai non si aspetta più nulla, né prezzi accessibili, né soluzioni dignitose, ed intanto molti appartamenti restano chiusi, fermi, come se aspettassero il momento giusto per rendere di più. Non vengono affittati a chi vive qui, ma tenuti da parte per chi passa, per chi può pagare di più, anche solo per pochi giorni.
E così, mentre le case restano vuote, le persone si adattano: cambiano quartiere, tornano a vivere con i genitori, accettano soluzioni temporanee che diventano permanenti. Senza grandi proteste, senza troppo rumore. Napoli, pezzo dopo pezzo, cambia volto, e la cosa più sorprendente è che sta succedendo quasi in silenzio.
Secondo i dati dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare, i canoni di locazione nel comune di Napoli sono aumentati mediamente tra il 30 e il 40% rispetto al 2020. Nei quartieri più ambiti (Vomero, Chiaia, Posillipo, il centro storico) trovare un bilocale sotto i mille euro al mese è una sorta di miracolo. Ma la stessa ondata ha travolto anche la provincia, luoghi che fino a qualche anno fa rappresentavano l’alternativa possibile per chi non riusciva a permettersi il capoluogo, e che oggi inseguono quei prezzi senza offrirne i servizi. Il mercato immobiliare napoletano è in ebollizione, e a scottarsi sono sempre gli stessi.
Ho incontrato Anna, Marco e Aurora (nomi di fantasia al fine di tutelare la loro privacy) e mi hanno raccontato due facce della stessa medaglia. Iniziamo da Anna.
Anna, 34 anni, insegnante precaria
Ciao Anna, da quanto vivi in affitto a Napoli e com’è cambiata la tua situazione negli ultimi anni?
Da quando avevo ventisei anni. Per un bel po’ di tempo ho pagato 450 euro per un appartamento di cinquanta metri quadri vicino ai mezzi, abbastanza dignitoso. Poi il proprietario ha deciso di non rinnovarmi il contratto. Mi ha detto che voleva ristrutturare. Tre mesi dopo l’appartamento era su Airbnb a 90 euro a notte.
Hai trovato subito un’alternativa?
Ci ho messo quattro mesi. Quattro mesi in cui ho dormito dai miei genitori a Secondigliano, facendo avanti e indietro ogni giorno per lavorare. Alla fine ho trovato qualcosa nello stesso quartiere di prima, ma venti metri quadri in meno e duecento euro in più al mese. Ho detto sì perché non avevo scelta.
Ti senti tutelata come inquilina?
No. E la cosa assurda è che lo sapevo già prima di firmare. Ma quando hai bisogno di un tetto e non riesci a trovare niente, firmi quello che ti mettono davanti. Il contratto, le condizioni, tutto. Perché l’alternativa è non avere casa. E con uno stipendio da supplente non puoi permetterti di fare la schizzinosa.
Marco, 41 anni, operaio metalmeccanico, residente a Portici
Marco, lei è proprietario o inquilino?
Inquilino. Ho sempre sognato di comprare, ma adesso mi sembra un miraggio. Guadagno milleduecento euro al mese, mia moglie ottocento con un part-time. Paghiamo settecento euro di affitto. Fate voi i conti.
Avete mai provato a cercare casa da acquistare?
Sì, due anni fa. Ci siamo girati tutta la zona est: Portici, Ercolano, San Giorgio. I prezzi erano già alti, ma almeno c’era ancora qualcosa sotto i centocinquantamila euro per un appartamento decente. Adesso quelle stesse case le rivedi a duecentomila, duecentoventi. E le banche? Se non hai un contratto a tempo indeterminato da almeno tre anni, il mutuo non te lo danno. Io ce l’ho, ma da poco. Mia moglie no. Quindi siamo fermi.
Come vi siete organizzati nel frattempo?
Stiamo tagliando su tutto. Le vacanze non esistono più da tre anni. Mangiamo fuori una volta al mese, se va bene. Abbiamo rimandato il secondo figlio perché non sappiamo dove lo metteremmo. Mia moglie ci scherza su, dice che il secondo figlio dorme in cucina. Ma non è una battuta, è la realtà.
Pensa che la situazione possa migliorare?
Sinceramente? No. E questa è la cosa che fa più male. Non è rabbia, è rassegnazione. E la rassegnazione è peggio della rabbia, perché almeno la rabbia ti dà energia. La rassegnazione ti spegne.
L’ultimo figlio rimandato. Le vacanze cancellate. Il secondo figlio che dorme in cucina. Sono queste le conseguenze concrete, quotidiane, silenziose di un mercato immobiliare fuori controllo. Non cifre astratte su un grafico, ma scelte di vita imposte da un sistema che non ha pensato a chi ci abita davvero, in questa città.
Aurora, 49 anni, residente a Casalnuovo di Napoli
La storia di Aurora non inizia con lei, ma con i suoi genitori. Lui di Capodichino, lei di Fuorigrotta, troppo poveri per permettersi Napoli già allora. Si spostarono in provincia, prima a Volla poi a Casalnuovo, sempre in affitto, sempre a inseguire una stabilità che si spostava ogni volta che sembrava a portata di mano. La società che gestiva il loro palazzo fallì, e suo padre finì a pagare l’affitto direttamente a un giudice nel mezzo di una vertenza che non aveva nemmeno aperto. La cauzione versata anni prima (cinque milioni di lire) non la rivide mai più. Sparita, inghiottita dal fallimento altrui. Aurora si sposa nel 2008 e prende in affitto un appartamento nel parco dove abita la famiglia, 550 euro al mese. Per anni prova a comprarlo, ma suo marito lavora in una fabbrica di scarpe con contratti a tre e sei mesi: senza busta paga continuativa, la banca non se ne parla nemmeno. Propone al proprietario una transazione privata, anticipo più rate mensili per dieci anni e poi il rogito dal notaio. Niente da fare. Quando il proprietario decide finalmente di vendere, le fa un’offerta apparentemente onesta, ottantamila euro per 80 metri quadri a Casalnuovo. Ma le trappole sono nascoste nel dettaglio: il mutuo non passa, quindi pagamento tutto in contanti. L’IVA è al 20% perché l’appartamento, come tutti gli altri 120 del parco, è classificato uso ufficio, un escamotage della ditta costruttrice mai sanato del tutto nonostante il condono pagato dal padre anni prima. E in più, nel parco è emerso un debito idrico di quasi ottocentomila euro, accumulato da vecchi amministratori che incassavano le bollette e versavano solo la metà intascandosi il resto: cinquemila euro a testa da pagare, anche per chi aveva sempre pagato regolarmente. Aurora rinuncia e torna sul mercato degli affitti. Quello che trova è un muro. Le agenzie chiedono due buste paga, di cui una da statale. Il marito con i contratti a singhiozzo non conta, e diciassette anni di pagamenti puntuali non valgono nulla sulla carta. Un proprietario le mostra un appartamento al quarto piano, fuori ristrutturato col bonus edilizio, dentro fatiscente, a 550 euro al mese. Accordano due mensilità anticipate. Poi, al momento di firmare, cambia tutto: sei mensilità anticipate, più luce, acqua e gas intestati a lui. La motivazione, detta senza imbarazzo: se non paghi ti stacco tutto e te ne vai. Aurora se ne va lei. Trova casa alla fine solo grazie a una vecchia conoscenza, la proprietaria dell’appartamento accanto a quello dei suoi genitori, che le consegna le chiavi senza chiederle la busta paga. Un gesto di fiducia umana, raro e prezioso, in un mercato che di umano ha perso quasi tutto. Aggiunge anche la storia della zia, che abitava in un palazzo storico vicino alla stazione centrale, più di cento anni di muri e di vita. Anche lei ha venduto alla fine, stremata dai condomini non pagati dagli altri inquilini e dal degrado crescente del quartiere. Chi ha comprato? Un B&B. Un’altra casa sottratta a chi ci voleva vivere, consegnata a chi ci passa una notte. Chiude con una frase che vale più di qualsiasi dato: “Ci hanno marciato e ci marciano ancora. Ma questo non vuol dire che ci devono andare di mezzo le persone per bene.”
Diciannove anni di affitti. Nessuna casa sua. E la sensazione, difficile da togliersi, che il sistema sia costruito apposta per stancarti.
Perché succede? L’esplosione del turismo ha trasformato Napoli in una macchina da reddito per chi possiede immobili: affittare una settimana su Airbnb rende quanto un mese di locazione tradizionale, spesso di più. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i B&B proliferano in ogni vicolo del centro storico, nei Quartieri Spagnoli, a Chiaia, al Vomero, persino in provincia. Ogni appartamento che si converte in struttura ricettiva è un appartamento in meno per chi a Napoli non ci passa una notte di vacanza, ma ci vive, ci lavora, ci cresce i figli. E i prezzi di acquisto seguono la stessa traiettoria: comprare casa è diventato un privilegio, non un diritto. Chi guadagna mille euro al mese non può permettersi un mutuo su un bilocale che ne costa duecentomila. Nel frattempo Napoli si vende benissimo, appare nelle classifiche delle mete più visitate d’Europa, attira investitori, riempie i titoli dei giornali stranieri. Ma c’è una domanda che quei titoli non fanno mai: chi ci abita, in questa città così bella? Sempre meno persone, e sempre più lontano dal centro. Prima si sposta chi non può permettersi il capoluogo, poi si sposta chi non può permettersi nemmeno la provincia. E alla fine ci si ritrova a fare un’ora di macchina per andare a lavorare in una città che nel frattempo è diventata il salotto di tutti tranne che dei napoletani.
Anna paga duecento euro in più al mese per venti metri quadri in meno. Marco ha rimandato un figlio perché non sa dove metterlo. Aurora ha inseguito per diciannove anni una casa che non è mai diventata sua, fermata ogni volta da un sistema che cambia le regole nel mezzo del gioco. E da qualche parte, in un palazzo che fino a ieri era abitato da famiglie, un nuovo B&B ha appena aperto i battenti.
La domanda resta lì, scomoda e inevitabile: quando una città smette di essere abitabile per chi la abita davvero, può ancora chiamarsi casa di qualcuno? O è solo una scenografia bellissima, affittata a ore, svuotata di tutto il resto?
This post was published on Mag 6, 2026 9:30
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