Swetiee, una cyber trappola per gli adescatori di bambini

Sweetie, una cyber trappola contro la pedopornografia online

di Vincenzo Credendino

“Ogni giorno devo sedermi di fronte alla webcam e parlare con degli uomini. Loro si spogliano, mi chiedono di fare altrettanto, ma c’è una cosa che non sanno: io non sono reale, sono un modello interamente realizzato al computer, pezzo per pezzo, per stanare gli uomini che fanno queste cose”. Sweetie è un esperimento dell’associazione umanitaria Terre des Hommes, il cui scopo è ricercare i tempi e le modalità d’azione degli adescatori di bambini online.

Purtroppo in poco tempo Sweetie è stata contattata da 20.000 uomini interessati a delle prestazioni sessuali, 1000 dei quali sono stati poi identificati dalla stessa associazione olandese, incrociando semplicemente le informazioni acquisite con diversi social network. Un metodo semplice, che evita qualsiasi tecnica di hacking e che potrebbe dare un grande contributo nella lotta ai cyber-orchi e al WCST (Webcam Child Sex Tourism), commistione tra pedopornografia e sfruttamento della prostituzione minorile.

Perché se è vero com’è vero che internet è un diritto di tutti, l’aumento di connessioni a basso costo favorisce il proliferare di tali fenomeni nelle aree più povere del pianeta: è appurato che sono circa 750.000, le persone disposte a pagare per vedere o dirigere durante pratiche sessuali minori provenienti dalle Filippine e dal Sud Est Asiatico. Dalla stessa TdH arrivano una dimostrazione sul funzionamento di Sweetie ed un documentario: nella prima, tale “pago contanti per ragazze contattatemi in privato” propone alla bambina virtuale 20 dollari per farsi vedere nuda in cam; nel secondo l’associazione lancia una vera e propria petizione per fermare la piaga. Perché nonostante questa pratica sia configurata come reato dalla maggior parte delle legislazioni mondiali, le autorità possono procedere solo in caso venga esporta denuncia: un’utopia, se si pensa che i bambini dovrebbero testimoniare anche contro chi li mette davanti ad un computer, vale a dire i propri genitori. Per ora i 1000 nominativi saltati fuori da questa ricerca sono stati trasmessi all’Interpol, ma c’è da scommettere che il fenomeno sia tutt’altro che in calo.

6 novembre 2013

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *