Il servizio pubblico alla prova del coronavirus

Questa emergenza epidemiologica mondiale ci ha ricordato l’importanza di ospedali aperti e pubblici, che assicurino a tutte le persone un letto, un’équipe preparata e ogni forma di trattamento sanitario.

«Ricordate John Q, film del 2002 di denuncia del sistema sanitario statunitense? Racconta la storia (vera) di un bambino che ha bisogno di un intervento salvavita, un trapianto di cuore, ma non viene inserito nella lista di attesa perché l’assicurazione non copre le enormi spese per l’intervento (oltre 250.000 dollari) e la famiglia fatica a trovare i soldi che l’ospedale pretende in contanti.

Vorresti vivere in un Paese in cui se tuo figlio avesse improvvisamente bisogno di un trapianto di cuore potresti essere costretto a lasciarlo morire, nonostante la medicina sia assolutamente in grado di salvarlo?»

Nerina Dirindin

È tutta salute. In difesa della sanità pubblica

 

Il Servizio Sanitario Nazionale al tempo del Coronavirus

Il giornalista Luigi Mastrodonato, in un approfondimento su Wired, afferma «Se c’è una lezione che dovremmo aver imparato quando tutto il caos coronavirus sarà finito, è sull’importanza della sanità pubblica». Ma non è l’unico a tessere le lodi del servizio pubblico, in questi giorni.

Questa emergenza epidemiologica mondiale ci ha infatti ricordato l’importanza di ospedali aperti e pubblici, che assicurino a tutte le persone un letto, un’équipe preparata e ogni forma di trattamento sanitario.

Indipendentemente dal reddito in banca, dall’assicurazione medica, dalla disponibilità economica.

 

Nerina Dirindin, ex direttrice generale del Ministero della Salute, in È tutta salute ha scritto per noi un saggio – edito nel 2018 per i quarant’anni del SSN – che è un elogio al servizio sanitario pubblico. Ma è anche un invito alla politica a riportare al centro del discorso la gratuità e il libero accesso alla sanità per tutte e tutti, contro le forme di privatizzazione selvaggia. Perché «il benessere di una collettività dipende dal benessere dell’individuo che sta peggio». Non di chi ha più soldi.

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