Scandalo mozzarella, da oggi non sarà più napoletana ma inglese!

La mozzarella non è più napoletana. Da oggi sarà anche inglese. In Inghilterra è in vendita un kit per la produzione fatta in casa. Come è possibile non difendere un made in Italy così rappresentativo della napoletanità, dell’Italia?

In anni recenti abbiamo avuto uno studio pluriennale sulla dieta mediterranea del professore statunitense Ancel Keys, miriadi di campagne della Coldiretti e del Ministero dell’Agricoltura in Europa, eppure si continuano a contraffare i prodotti del made in Italy e, in maniera particolare, della Campania. L’ultimo è il caso inglese del Kit per la produzione della mozzarella.

In precedenti indagini avevamo parlato di come la difesa del made in Italy potesse essere più facilmente raggiungibile attraverso l’ideazione di un marchio internazionale che puntasse alla definizione del suo mercato, e della sua offerta, sulla base della lotta alle contraffazioni alimentari.

Al momento l’italiana Eataly ne è un esempio, e anche piuttosto vincente. Quest’ultimo costruisce la sua immagine come l’unico distributore certificato per la produzione, la trasformazione, la distribuzione, e la tutela, del made in Italy nel mondo. Essa è una sorta di grande catalizzatore per la tutela dei prodotti italiani soprattutto contro la contraffazione alimentare canadese, statunitense, latino-americana, e tutti quei trust delle industrie e dei distributori stranieri del falso italiano diffusi anche nei paesi confinanti con la Penisola.

Tra le soluzioni per questo caso, come per i futuri, mettendo da parte per un momento quello di Eataly, ne proponevamo una molto semplice: un’azione ministeriale italiana indipendente,  e se fosse stato possibile (cosa molto difficile da attuare) anche  a livello europeo su due fronti: “l’istituzione di squadre ispettive, riconosciute a livello internazionale, per il controllo e la persecuzione del fenomeno del falso alimentare – che copia il made in Italy – e un ente preposto al controllo e allo smantellamento dei trust internazionali in materia di produzione e distribuzione del falso. Inoltre sarebbe stata gradita, in affiancamento a una tale iniziativa, un consorzio a partecipazione statale delle produzioni italiane di qualità destinate al mercato estero, che in un certo senso oltrepasserebbe, addirittura, il modello Eataly.

Fenomeno ormai convalidato negli ultimi anni è quello di una riscoperta del settore primario da parte delle giovani generazioni. Perché non sfruttare in tal senso una tendenza di questo tipo?

Avremmo dovuto stipulare una serie di accordi economici bilaterali e internazionali già da tempo, eppure si fatica ancora ad accettare in Europa la necessità del riconoscimento effettivo di una polizia alimentare italiana, o europea, capace di indagare, multare, sequestrare il falso italiano (e non) nel mondo, ed eleggere un organo che individui e argini i trust della produzione e distribuzione del falso (italiano e non) a livello internazionale.

Agli inizi Eataly, non corrisposto politicamente nella volontà suddetta dalle istituzioni italiane (anche perché il falso italiano ha un fatturato globale da miliardi di dollari, di cui dividono i proventi anche Francia, Germania, Inghilterra), ha cercato di realizzare questa tutela da sé, divenendo in tempi brevi l’unico grande distributore internazionale del made in Italy. Ciò che ha creato è una grande brand della distribuzione delle produzioni italiane nel mercato globale, che sbaraglia i produttori e i distributori del falso italiano, ma non è ancora abbastanza.

Eataly è un’imprenditoria alla americana, una star del capitalismo alimentare, arricchita dalla esperienza del managing americano, che vendendo un format globale vince su tutti proprio perché vende un modello non solo di consumo ma di identificazione di massa attraverso il consumo: tutto il mondo vorrebbe essere italiano, e ciò perché significa essere genuini, sani, pregiati. Eataly ha capitalizzato queste percezioni. Come la Fiat di Detroit Eataly vende un’italianità certificata, e, contemporaneamente, si presta anche come il garante riconosciuto dell’italianità nella produzione e nella distribuzione mondiale.

Questa lezione di capitalismo, purtroppo, non è stata compresa dalle nostre istituzioni, le quali dovrebbero essere più consapevoli ed incisive oltre confine per rivendicare la difesa del made in Italy, e soprattutto di prodotti cosi rappresentativi come la mozzarella, il pomodoro, la pasta.

In un certo senso noi siamo ciò che produciamo, mangiamo, scambiamo, vendiamo da millenni, siamo un’antichissima civiltà del buon cibo, eppure non facciamo nulla, quando se ne presenta l’occasione, per difendere le nostre radici produttive. La politica estera si fa anche a suon di mozzarelle, perché non si capisca ciò resta ancora un mistero.