Saviano, Gomorra e la nuova “macchina del fango” che insudicia Napoli e Scampia

Tutto quanto si poteva dire del marcio di Scampia è già stato detto. Ora è tempo di diffondere l’altra immagine, quella meno interessante, ma più realistica, dell'”altra” Scampia

C’era una volta un giornalista che parlava di “macchina del fango”. La macchina del fango è un pericoloso meccanismo, spiegava, per il quale chi agisce controcorrente, contrastando i poteri forti, viene messo ko attraverso una potente e massiccia delegittimazione della sua figura, della sua credibilità, dei suoi valori, della sua intera esistenza. “La macchina del fango” diceva il giornalista, che è anche scrittore, “intimidisce, ostacola la partecipazione, invita a evitare di rovinarsi l’esistenza”. Utilizza ogni cosa, pur di screditarti, screditare te e il tuo operato. Qualunque cosa fai, sarai sempre ricoperto dal fango mediatico. L’unico modo per vincere il subdolo meccanismo alla base della macchina del fango è “non darle credito. Riconoscerla, dire: è fango, non mi interessa, non mi riguarda. Facendo muro contro la maldicenza, non diventandone un veicolo di diffusione”. Rifiutandosi di cedere e lasciarsi trascinare dalla potenza di un torrente fangoso in piena. Portando avanti, sempre, fino in fondo e a qualunque prezzo, le proprie convinzioni e le proprie battaglie.

C’era una volta un giornalista che si chiamava Roberto Saviano. Lui, i suoi libri best-seller, i suoi discorsi e il suo impegno hanno fatto, per certi versi, la storia d’Italia. Roberto Saviano è stato non il primo, ma certamente uno dei maggiori esponenti della lotta alla criminalità organizzata, colui che forse più di tanti altri ha saputo levare in alto il grido di ribellione di una terra stanca di chiudere gli occhi davanti allo scempio della camorra, di tacere dinanzi al potere incontrastato di un’organizzazione malavitosa che regna nell’ombra e nell’ombra decide le sorti di un intero popolo. Il suo bestseller, il romanzo verità Gomorra, ha scalato le classifiche dei libri più letti di sempre, sollevando a livello internazionale il velo di omertà che celava la camorra agli occhi del mondo, permettendole di agire indisturbata. Grazie a Gomorra, Roberto Saviano è diventato un paladino della giustizia. Il simbolo per eccellenza della battaglia contro la criminalità organizzata. Lui è stato il primo a trovare il coraggio di opporsi alla tanto famigerata macchina del fango, sacrificandosi in nome della verità.

Dall’uscita del romanzo che cambiò le sorti della Campania e dell’Italia sono passati otto anni. Dopo essere stato un libro di successo, Gomorra è diventato un film di successo, e ora è una fiction di successo. Le prime due puntate, andate in onda ieri sera su Sky, hanno fatto registrare un vero e proprio record di ascolti. Punte di share oltre il due percento, quanto e più di una partita di Champion’s League. Seicentosessantamila italiani incollati allo schermo a seguire l’epopea di una storia che è uscita dalle pagine del libro e, in quel di Scampia, si è fatta immagine. Perdendo parte dei suoi antichi propositi, rimpiazzati da nuovi, indiscutibili vantaggi. Ma vantaggi per chi?

L’immagine di Scampia (e di Napoli) offerta da Gomorra è a dir poco inquietante. Sullo sfondo delle Vele si alternano sparatorie, morti ammazzati, incendi e esplosioni, intimidazioni e lotte di potere, traffico di droga, soldi facili e sporchi, omertà, infanzia dimenticata o inesistente,  tutto immerso in un’accattivante cornice di degrado urbano, vallate di desolazione e colline di munnezza. Un’immagine fantascientifica di un quartiere reale: Scampia. Che ha lasciato di stucco i suoi abitanti. Fantascientifica, sì. Perché la Scampia presentata dalla fiction Gomorra non ha niente a che fare con la Scampia reale, fatta di persone comuni che ogni giorno combattono la loro battaglia privata contro la criminalità e il degrado.

Intervenuto nella polemica, Roberto Saviano ha difeso la fiction tratta da una sua idea: “È come se Albuquerque si fosse ribellata al successo di Breaking Bad e Medellin si indignasse per la serie su Pablo Escobar. Albuquerque non è solo sintesi di droghe chimiche, la Colombia non è solo cocaina e Scampia non è solo camorra, ma il territorio non può dimenticare Paolo Di Lauro, la cui ombra è ancora terribilmente presente”.  Già. Un’ombra di cui il quartiere, la città, sta facendo di tutto per liberarsi. Non per dimenticare, ma per andare avanti proprio partendo dalla memoria. Memoria dei suoi anni bui, dei suoi morti, dei problemi passati e in parte ancora presenti. Scampia non è più la stessa di prima: lo sa bene chi la vive giorno per giorno, e quotidianamente assiste e partecipa ai piccoli passi verso l’agognato riscatto. Lo sa meno bene un’Italia intera che da anni subisce il bombardamento mediatico di libri, film e fiction che mostrano il lato oscuro, sporco e corrotto di una medaglia che la gente per bene sta facendo di tutto per ripulire. Per loro non c’è alcuna pubblicità, nessuna risonanza mediatica, nessuna sponsorizzazione. Sono uomini e donne che hanno scelto la via della legalità, volontari di associazioni territoriali nate spontaneamente come risposta e opposizione al predominio indiscusso che la camorra aveva fino a pochi anni fa, che ogni giorno si battono in silenzio su un territorio che oggi più che mai ha sete di giustizia. Per loro anche il più piccolo gesto, come togliere un bambino dalla strada offrendogli un doposcuola, sottrarre alla leva camorristica un giovane dandogli un’alternativa lavorativa, commemorare una vittima innocente di criminalità, aiutare gratuitamente una donna vittima di violenza, salvare un commerciante dal giro dell’usura e del racket, è un successo incommensurabile. Le cose a Scampia stanno cambiando. Lo testimonia chi il volto di questo quartiere sfigurato prima dalla camorra e poi dai media lo vede tutti i giorni.

Ma vallo a spiegare alle scolaresche di Bolzano che disdicono il loro campus in un bene confiscato alla camorra perché credono che a Scampia bisogna girare con la scorta; vallo a spiegare all’Italia intera che Scampia, nonostante tutti i suoi problemi, le oscure parentesi e i periodi bui, non è un luogo pericoloso, o almeno non lo è più di tanti altri luoghi; vallo a spiegare ai napoletani stessi che la lotta alla camorra non si combatte sui palcoscenici mediatici, con le fiction o le grandi operazioni di marketing studiate a tavolino, ma giorno per giorno, sporcandosi le mani di sudore e sangue e polvere. Tutto questo la maggior parte della gente non lo sa. E forse lo ignora anche Roberto Saviano, che da Napoli e da Scampia se n’è andato otto anni fa.

Oggi una nuova macchina del fango, molto più subdola e pericolosa di quella raccontata da Saviano, è in azione. La macchina danarosa della speculazione mediatica ai danni di una terra martoriata, macchina che “intimidisce, ostacola la partecipazione, invita a evitare di rovinarsi l’esistenza” a quanti stanno cercando di rimarginare quelle ferite, di ripartire da zero, di dare un futuro migliore ai loro figli. L’unico modo per vincere la macchina del fango è “non darle credito. Riconoscerla, dire: è fango, non mi interessa, non mi riguarda. Fare muro contro la maldicenza, non diventarne un veicolo di diffusione”. Tutto quanto si poteva dire del marcio di Scampia è già stato detto. Ora è tempo di diffondere l’altra immagine, quella meno interessante, ma più realistica, dell'”altra” Scampia, quella che come la fenice prova a risorgere dalle ceneri di un terribile passato. Terribile, sì, ma passato. L’appello va a tutti gli uomini e le donne che a Scampia, come nel resto del mondo, provano a cambiare in meglio il loro futuro: non lasciatevi scoraggiare. Non arrendetevi. Portate avanti sempre, fino in fondo e a qualunque prezzo, le vostre convinzioni e le vostre battaglie. Voi sapete, avete le prove. Raccontate un’altra verità, la vostra.