Rilanciamo il Manifesto di Ventotene

L’editoriale di Vincenzo Vacca.

di Vincenzo Vacca.

Le ingenti misure economiche, uniche in tutta la storia dell’Europa unita, approvate ed imminente utilizzo, dimostrano certamente un cambio di rotta dell’Unione Europa. Ma non è assolutamente automatico che queste misure post Covid rappresentino una convinta inversione di direzione rispetto a una mentalità di mero scambio e di compatibilità di bilancio che ha sostanzialmente dominato l’Europa fino ad ora.
Le cennate misure economiche hanno avuto un parto molto travagliato e, di fatto, sono state emanate con la logica di sempre ovvero con l’accordo unanime tra i vari Capi di Stato e di Governo. Quindi, con una logica intergovernativa e non comunitaria che ha prodotto la singolare contrapposizione tra Paesi “frugali” e Paesi “spendaccioni”.

Quello che fa ancora molta fatica ad avanzare, pur in presenza di una crisi di fondo del nazionalismo populista che ha dimostrato in modo plateale la sua totale inadeguatezza e pericolosità di fronte a problemi con dimensioni mondiali, è una forte iniziativa politica a carattere sovranazionale finalizzata alla creazione di un vero ed effettivo spazio comunitario europeo, i cui membri statuali cedano progressivamente parti importanti della propria sovranità. Nel caos mondiale che stiamo vivendo, reso ancora più caotico dalla pandemia e dalle conseguenze da essa generate che avranno certamente una lunga dimensione temporale, l’ Europa potrebbe avere un ruolo importantissimo.
Credo che lo abbiano compreso e osteggiato molto più le potenze esterne all’Europa stessa. Basti citare le dichiarazioni certamente non pro Europa di Trump che ha più volte fatto capire che preferisce gli accordi bilaterali con specifici Stati e non con entità geopolitiche comunitarie. Il motivo è molto chiaro. Queste ultime riuscirebbero a tenere testa a potenze come gli Usa, la Cina o la Russia. Infatti, anche gli autocrati di questi ultimi due Paesi come di altri hanno manifestato una buona dose di ostilità nei confronti dell’Europa unita.
Se una serie di Stati illiberali stanno rialzando la testa è anche perché non hanno di fronte una Europa forte e compatta nel richiedere il rispetto della Stato di diritto, la cui fondamentale caratteristica è la separazione dei poteri.

Una vera Unione Europea avrebbe un peso fondamentale nel nuovo scacchiere mondiale. Tenuto conto della storia del nostro continente e della sua particolare attenzione in ordine ai diritti umani rispetto ad altre potenze che trascurano tali diritti o, addirittura, li ritengono di ostacolo allo sviluppo economico, un auspicabile intervento europeo con una sola voce provocherebbe una positiva soluzione di tante tensioni in giro per il mondo.

Da questo punto di vita, molti Stati europei, forse la maggioranza, adottano una politica miope che non contempla il raggiungimento della nascita di uno spazio europeo che fuoriesca dalla obsoleta forma di Stati nazione. Il sogno dei Padri fondatori dell’Europa poteva essere davvero realizzato nel momento in cui l’implosione del sistema sovietico e dei suoi Paesi satelliti cambiava radicalmente l’assetto mondiale.
Gli anni successivi al crollo del muro di Berlino, anche se con forti ingenuità, crearono la speranza che le idee di libertà e di democrazia non avessero ormai alcun ostacolo, ma che potessero diffondersi in tutto il mondo.
Tutti sappiamo come è andata a finire, ma ai noti e drammatici eventi che seguirono, una concausa principale è da far risalire alla occasione mancata di cui parlavo poc’anzi.

Infatti, il nostro continente poteva assumere un ruolo centrale nei nuovi assetti mondiali che inevitabilmente si andavano a costruire e che contenevano in nuce una serie di nodi non sciolti, forieri di tensioni e conflitti sia locali che regionali.
Tutto ciò non è stato possibile, perché i leader europei puntarono solo a costruire, anche in modo incompiuto, una Unione prevalentemente economica e non politica, rendendola cacofonica.
Diversi anni fa, Kissinger dichiarò, non senza ragione, che, se avesse voluto consultare l’Unione Europea, non sapeva alla fine a chi rivolgersi.
È chiaro che la responsabilità di ciò va commisurata alla grandezza degli Stati e, quindi, la principale responsabile è la Germania che avrebbe potuto e dovuto farsi maggiormente carico della creazione di una Europa federale, rovesciando completamente le ragioni per le quali aveva trascinato il mondo nella più immane delle tragedie.
Invece, la Germania è stata per troppi anni il Paese alfiere del raggiungimento a tutti i costi della parità di bilancio.
Di conseguenza, per troppo tempo, ha rinunciato a un ruolo ben più importante, quello di essere il federatore.
Per fortuna, c’è un ripensamento in tal senso, ma il conseguente impegno è ancora al di sotto delle potenzialità.

Se confrontiamo il contenuto del Manifesto di Ventotene con quello che è la reale situazione europea, diventa evidente a occhio nudo la discrepanza tra il fine che si prefiggevano i firmatari di quel documento con quanto è stato costruito.
Quello che manca, innanzitutto, è una nuova e coraggiosa visione dell’Europa al suo interno che la rilanci nelle grandi crisi che di volta in volta emergono.

Occorre reagire a tutto ciò. I convinti federalisti presenti un po’ in tutti gli Stati devono ritrovare un convinto entusiasmo delle loro idee, a partire dalla richiesta di atti e decisioni per superare i blocchi che le procedure comunitarie comportano al fine di sostenere con tutti i mezzi possibili coloro che in questa crisi sono stati più duramente colpiti.
In questo modo, faremo vivere il valore della solidarietà che è connaturato all’idea di una Europa unita.

Credo che un primo obiettivo potrebbe essere quello di completare almeno l’unità economica e questo comporta l’eliminazione delle disparità fiscali e sociali che la rendono debole.
Le forze federaliste dovrebbero chiedere a gran voce la nomina di un Ministro dell’Economia europeo che assuma una serie di prerogative istituzionali, depotenziando quelli dei vari Stati aderenti all’Unione.
Il raggiungimento di questo parziale risultato potrebbe costituire un primo concreto passo per le successive integrazioni.

Sarebbe un segnale forte e contribuirebbe efficacemente alla battaglia politico culturale di una vero Stato continentale in grado di segnare profondamente la costruzione di un ordine mondiale meno caotico e attento a dare una serie di nuove soluzioni ai drammatici problemi che il mondo intero vive.

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