Report Sanità: ospedali al Sud ancora al di sotto degli standard

Report Sanità: migliorano le prestazioni ospedaliere, ma il Sud è sempre fanalino di coda. Drammatica la situazione in Campania soprattutto per i parti

Gli ospedali campani funzionano male. Lo sapevamo già, ma la conferma arriva dal Piano nazionale Esiti, un report sanità realizzato dall’Agenzia Nazionale per i Servizi sanitari regionali (Agenas) e presentato l’altro ieri dal Ministero della Salute, che valuta le prestazioni delle strutture sanitarie italiane, regione per regione, malattia per malattia, e cura per cura, confrontando i dati per effettuare delle valutazioni comparative su vari parametri, tra cui sicurezza, efficienza e qualità delle cure fornite.

Report Sanità: un quadro generale

Nonostante dal ministero della Salute avvertano che il Piano nazionale Esiti non produce “classifiche, graduatorie o giudizi”, è possibile comunque elaborare i dati per ottenere proprio una classifica sul funzionamento degli ospedali nelle varie regioni italiane: in generale, i dati rivelano che le prestazioni del Sistema Sanitario Nazionale migliorano, ma purtroppo quelle campane restano scadenti se confrontate con le “eccellenze” di altre regioni.

Al primo posto si piazza la Val d’Aosta, regione virtuosa con il 29% degli ospedali migliori rispetto agli standard nazionali; al secondo posto c’è la Toscana, con il 27%. Medaglia di bronzo invece per la provincia autonoma di Trento, con il 24%. Il Sud va peggio: gli ultimi posti in classifica spettano rispettivamente a Calabria e Abruzzo, con solo il 13% degli ospedali migliori rispetto alla media, e Lazio con il 14%. Ma a vestire la maglia nera è ancora una volta la Campania. Perché il 24% delle nostre strutture ospedaliere funziona peggio rispetto alla media nazionale. 

Andiamo ora a vedere come si piazzano le varie regioni in base agli indicatori specifici (58 indicatori di esito/processo, i 50 volumi di attività e i 23 indicatori di ospedalizzazione) in relazione alle varie patologie o interventi.

Cesarei: la Campania è la regione dove se ne fanno di più

L’Oms afferma, dal lontano 1985, che i parti cesarei sono più pericolosi rispetto a quelli naturali, sia per la madre che per il bambino, e che vanno realizzati soltanto in presenza di indicazioni specifiche: una percentuale di cesarei superiore al 15% non è quindi giustificata. Anche il regolamento del ministero della Salute sugli standard quantitativi e qualitativi dell’assistenza ospedaliera è chiaro in merito: ogni struttura ospedaliera non può effettuare più del 15-25% di cesarei all’anno, a seconda che il reparto maternità effettui meno o più di mille parti all’anno.

A quanto pare però queste indicazioni non valgono in Campania, dove ben il 40% dei parti avviene tramite cesareo, d’urgenza o programmato. Il risultato peggiore è quello della CCA Villa Cinzia di Napoli, con 92,7% di cesarei primari su 543 parti, seguita da una struttura romana e poi dalla CA S. M. La Bruna di Torre Del Greco con l’81,8% su 323 parti.

Fratture di femore e bypass coronarici: non va meglio al Sud

In Italia solo il 45,7% delle fratture di femore nell’anziano sono state operate entro le 48 ore, a fronte di uno standard europeo di oltre 80%, e laddove l’operazione tempestiva è fondamentale per ridurre mortalità e complicanze per il paziente. Si è registrato un lieve aumento nella tempestività dell’operazione, ma il raggiungimento degli standard europei è ancora lontano. Il primato spetta all’ospedale di Merano (89,9% su 110 interventi annui effettuati entro le 48 ore), maglia nera invece per l’ospedale di Patti, provincia di Messina (che solo nel 10% dei casi ha operato con tempestività).

Se invece dovete farvi impiantare un bypass coronarico, vi conviene non farlo a Caserta. In un caso su 10 rischiate la morte, mentre il tasso di mortalità è zero in Friuli e in Toscana.

Nodo dei volumi di attività: negli ospedali italiani si lavora poco

I volumi di attività sono troppo bassi nell’80% delle strutture analizzate. E i dati evidenziano anche una correlazione positiva tra bassi volumi e esiti negativi degli interventi, ovvero: dove si cura meno si cura anche peggio. Ancora una volta, sono i parti sotto accusa: la maggior parte delle strutture ne realizza meno di quanti dovrebbe e potrebbe. Sono 133 in tutto le strutture che effettuano meno di 500 parti l’anno: di queste, ben 20 sono in Campania, contro, ad esempio, una sola struttura in Molise e una nelle Marche.

Beatrice Lorenzin: divergenze tra nord e sud inaccettabili

Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, dopo la presentazione dei dati ha ammonito i direttori generali: “Dovranno adeguarsi al Piano nazionale Esiti. Non è un optional, ma un dovere che gli viene imposto dal ministero. Questa non è una classifica, ma uno strumento di valutazione che ci consente di agire dove ci sono anomalie che si traducono in più decessi, cronicità e maggiori costi. Il Piano non è contro le Regioni, ma non possiamo aspettare altri dieci anni per omogeneizzare il territorio. Le divergenze tra le regioni del Nord e quelle del Sud sono inaccettabili”.

E, dulcis in fundo, gli sprechi

Sono un terzo gli ospedali italiani che mantengono attivi reparti inutili e costosi. E poi: pazienti che vengono ricoverati senza validi motivi, letti occupati anche per interventi minori, come asportazione delle tonsille o gastroenterite pediatrica. Gli ospedali italiani sono spreconi, e sperperano in media tra i 3 e i 4 mld di euro all’anno.

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L’unica consolazione? I dati mostrano un miglioramento rispetto agli anni precedenti, anche se con il classico gradiente Nord – Sud; miglioramento realizzato proprio grazie al confronto con i dati forniti dall’Agenas: “laddove le regioni hanno assegnato ai Direttori Generali delle aziende sanitarie obiettivi di miglioramento relativi alle criticità evidenziate nel Programma nazionale Esiti” spiega Francesco Bevere, diretto di Agenas, “si è osservata yba sensibile riduzione dei queste criticità, e un miglioramento evidente quando si è intervenuti coinvolgendo direttamente il personale clinico e sanitario”. Un percorso virtuoso da proseguire, in cui la “carta vincente” sembra essere proprio “la partnership con le regioni e i professionisti”.