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Quartieri ghetto a Napoli. Le vere frontiere che bloccano l’integrazione europea

Nuovi quartieri ghetto e zone franche a Napoli sono le barriere effettive da scavalcare per una concreta politica di integrazione europea contro la crisi economica. Napoli è un laboratorio sociale che può insegnare ma deve essere rinnovato da una nuova avanguardia culturale.

A Napoli serve un atto coraggioso di inventività, di qualcosa che sia reputato impossibile addirittura a pensarlo!“. Questo è quanto affermava l’architetto Bruno Zevi in Diario napoletano, film documentario del 1992 di Francesco Rosi su Napoli e le sue emergenze, e questo è ciò che si potrebbe continuare a gridare dalle strade cittadine ai marmi delle accademie, dai salotti piccolo-borghesi alle catene di montaggio delle fabbriche. Soprattutto dopo gli ultimi fatti di cronaca, ricchi di sfumature camorristiche e di piccola criminalità, si diffonde sempre più tra le coscienze della città, la convinzione dell’aumento esponenziale dei quartieri ghetto e delle aree urbane off-limits, in un interland metropolitano che conta più di 1 milione e mezzo di abitanti e una delle densità abitative più alte d’Europa.

Questa volta non solo lo sventramento architettonico e urbanistico della città, la delocalizzazione industriale, i ritardi storici del Mezzogiorno successivi all’Unità, la plebeizzazione delle masse popolari, l’egemonia economica e culturale della Camorra, i flussi migratori verso l’estero, sono da annoverarsi tra le cause, e le concause, responsabili di tutto ciò, ma ora più che mai l’insieme è il sintomo complesso di una questione europea. A Napoli i problemi nazionali ed europei sono più esasperati, si vedono meglio.

Da Scampia al Miglio d’oro aumentano le zone a rischio. Zone franche ormai da anni sono il Lotto Zero a Rione Traiano, il Rione Villa a San Giovanni a Teduccio, le Case Nuove a piazza Mercato, le palazzine di via Villa Romana a Ponticelli, Rione Luzzatti a Gianturco, le regioni limitrofe alle ex-acciaierie di Bagnoli, ma ormai non sono indenni la Napoli aristocratica della Riviera, il Decumano maggiore, il Centro Direzionale, l’asse stradale e residenziale Galileo Ferraris – Repubbliche Marinare  compreso tra piazza Garibaldi e i comuni vesuviani.

In queste sedi si concentrano i ceti meno abbienti e i più poveri della città, fenomeno che non si preannuncia a diminuire in procinto dell’avvio ai lavori per le speculazioni edilizie che interesseranno tutta la ex-zona industriale e Bagnoli futura. L’abbandono dell’amministrazione comunale e la politica iniqua del governo regionale non recuperano socialmente, ed economicamente, queste località con attività centrifughe e riproduttive, mentre un certo managing di gusto internazionale provvede ad accentrare tutta la ricchezza cittadina solo nelle aree collinari.

Il problema dei migranti, ad esempio, è uno dei più patologici e dei più sottovalutati, eppure, soprattutto dopo l’intervista scandalo di Peppe Barra, da Palazzo San Giacomo stenta ad essere valorizzato come la questione catalizzatrice per un serio rinascimento napoletano. Ciò che dovrebbe essere una ricchezza viene sprecato e arruolato nell’economia sommersa e criminale. Una Napoli dell’ospitalità potrebbe essere un laboratorio avanzato per ripensare l’intera Europa, invece i migranti, attualmente, foraggiano i ranghi della prostituzione maschile al Centro Direzionale, dell’accattonaggio nelle aree collinari e del Centro storico, dell’esercito industriale di riserva nelle zone agricole della periferia.

Bisogna ritornare, dunque, a partire non da politiche tattiche ed emergenziali, ma da scelte strategiche. L’Europa dell’euro si era pensata come un processo di integrazione economica e giuridica bypassando la costruzione di un’unica identità politica e culturale europea. A Napoli ci sono le condizioni per registrare al contrario il modello, ripartendo da una soglia politica e sociale di unificazione culturale capace di abbattere le barriere e le frontiere attuali ed effettive. La questione dei migranti, che ricordiamo essere nient’altro che masse di lavoratori in mobilità e non lebbrosi (che si spostano dai paesi in deficit a quelli in surplus), potrebbe essere l’esperienza ponte su cui la città di Napoli potrebbe prospettare, e significare, una concreta svolta per il futuro popolo europeo.

Occorre uno sforzo coraggioso dunque, un impegno critico e radicale per la città, una progettualità emancipante di ispirazione per le masse depresse e sfiduciate dell’intero continente.  Nuovi quartieri ghetto e mancanza di mobilità sociale ed economica sono le vere frontiere europee ancora da abolire, i fossati da oltrepassare in Europa per il sollevamento  delle sorti napoletane. Una integrazione europea può essere effettiva non solo con i fondi europei ma con l’intelligenza di uno sviluppo diffuso, capillare e sostenibile. Una spinta dal basso per il recupero della solidarietà sociale e l’iniziativa culturale ed economica di quartiere deve coordinarsi con con una politica di integrazione fiscale, lavorativa, e di cittadinanza organizzata dalle istituzioni preposte. Di certo non basterà un decreto Sblocca-Italia, o un commissariamento a Città della Scienza, ma una svolta generazionale e di avanguardia.