Politica, partiti e cittadini (movimentismo): un rapporto da ricostruire nell’interesse di tutti

L’editoriale di Roberto Braibanti

di Roberto Braibanti

Questa  settimana ho presenziato ad un convegno che prendeva il nome di “Pandora”,  organizzato  meritoriamente intorno a un insieme di tecnici, medici, agronomi e ricercatori universitari, che si proponeva di trovare risposte ai problemi aperti dall’ inquinamento in Campania di suolo, acqua e aria che ormai è ben sintetizzato con il nome #Terradeifuochi. Peccato che, come ormai sempre più spesso accade, differenze di opinione, gelosie interne e protagonismi portano il movimentismo a “perdere la bussola” ed a distaccarsi dal suo obiettivo primario.

E nel tentativo “estremo” di differenziarsi al suo interno, a fare errori o a dare visioni contrapposte tra loro che non fanno altro che diminuirne la credibilità e sopratutto, perdere forza alla causa che sostengono. I movimenti già, ma cosa sono? Esiste ormai da trent’anni un’esigenza di ottenere ‘qualcosa’ per la propria vita, esigenza che spesso la politica non interpreta (o addirittura nega), che porta gruppi di cittadini a unirsi intorno a dei problemi, trasversalmente anche a delle ideologie politiche ed a lottare e manifestare duramente per essi.

Dalle grandi proteste di Seattle del 1999 contro la globalizzazione, passando per la mattanza della Diaz a Genova nel 2001, fino alle oceaniche riunioni degli “indignados” di Zuccotti Park a NY o di quelli spagnoli contro lo strapotere della finanza sul mondo reale, si può notare come ideologicamente queste persone combattano battaglie “di sinistra”, completamente ignorate (e spesso condannate) dalla politica e da quei partiti che invece dovrebbero interpretare e, subito dopo, far diventare battaglia politica quelle istanze.

Per capire quel mondo bisogna frequentarlo, evitando di ” mettere il cappello” sulle loro battaglie ( come invece spesso fanno o cercano di fare  i partiti politici) e cercando di dare voce e struttura politica ai problemi su cui quelle persone, spesso comuni, sono competenti. Si pensi ad una battaglia che vede in prima linea i cittadini campani, quella sui rifiuti. Alcuni mesi or sono il prof Ortolani, geologo, ha relazionato sulla situazione delle discariche in Campania e in Lazio, invitato da esponenti di comitati da anni impegnati sul fronte difficilissimo del contrasto all’apertura di nuove discariche o, ancor peggio, dei famigerati ‘termovalorizzatori”.

Inutile dire che era stridente il contrasto tra il dato scientifico di conoscenza geologica del terreno, della sua natura e della sua fragilità e la totale arroganza della Regione Campania e del suo piano regionale di rifiuti. L’Ente, pur essendo a conoscenza di quei dati, semplicemente preferisce ignorarli, riversando gli errori conclamati di quel piano sui cittadini per i prossimi decenni. Una storia già vista, che però rende urgente una riflessione.

Le battaglie dell’ambientalismo italiano, dei movimenti spontanei contro discariche, ecomostri, fabbriche inquinanti, opere inutili e impattanti drammaticamente sul territorio, che risultato hanno avuto negli ultimi 20 anni? Cominciamo con le discariche, solo in Campania se ne contano 22, tra vecchie e nuove dalle ormai datate Macchia Soprana, Serre, Cava Vitiello a Ercolano, Contrada Pisani a Pianura, per arrivare alle ultime Chiaiano, S. Arcangelo Trimonte, Savignano Irpino, Ferrandelle, Cava Sari a Terzigno e in ultimo Taverana del Te, il cimitero degli 8 milioni di ecoballe a Giugliano (che non si sa che fine faranno, dato che non sono inceneribili nè trattabili, ne si sa cosa ci sia davvero dentro, tranne una, la prima creata dal raccolto di pesche gialle che fu raso al suolo per lasciare spazio alle altre ecoballe altamente inquinanti e tossiche).

Poi ci sono quelle abusive, di fatto mappate solo in parte oltre che quelle della già citata Terra dei fuochi. Emergenza discariche che si allarga drammaticamente anche al  Lazio con Malagrotta che chiude dopo 40 anni, mentre a Riano, vicino Rieti, la regione Lazio è pronta ad aprirne una discarica uguale a quella di Chiaiano,ma con un modus operandi simile a quello campano. Si potrebbe parlare di quello che sta avvenendo in Val Susa con la Tav, un progetto ottimisticamente da 10 miliardi di euro totalmente inutile dato che le merci che l’alta velocità dovrebbe trasportare arrivano per nave e poi viaggiano verso est attraverso l’Austria, seguendo un percorso economicamente più vantaggioso. Oppure si potrebbe allargare il discorso al disastro che ad ogni autunno ci assale appena piove un po’, sotto forma di frane,  alluvioni, smottamenti di interi paesi : il dissesto idrogeologico. Gli esempi potrebbero essere ampliati e vanno tutti chiaramente nella direzione  non di episodi isolati ma tutti concatenati da un unica logica di ”sviluppo” al contrario, malato.

Su tutti questi temi i movimenti italiani hanno combattuto battaglie enormi e pluriennali ma le domande che si impongono sono: dove hanno vinto? Cosa sono riusciti a evitare? Hanno modificato in qualche modo fino ad oggi la politica italiana (o internazionale) sui temi dell’ambiente, della visione  socio economica ad esso collegata, sull’istruzione o sulla gestione dei beni culturali o sulla fiscalità? La risposta amaramente pare essere un NO.

Ma allora si potrebbe pensare che sia tutto inutile: inutile affannarsi, resistere, portare dati autorevoli, testimonianze culturali, studi scientifici, chiedere democrazia, spazio nei mass media. Bisognerebbe forse arrendersi? Non  credo noi possiamo trasmettere questo messaggio di pessimismo e scoramento: occorre partire da un bilancio delle battaglie combattute per indicare la strada per un salto di qualità. Il punto, e torno all’inizio, è che spesso manca a questi gruppi spontanei ,ma molto eterogenei la capacità di fare SINTESI sulle visioni e soluzioni possibili dei vari problemi,quindi di avere una linea comune condivisa, chiara, comprensibile  e, sopratutto, di saperla rispettare . Di fatto manca la capacità di trasformare in POLITICA delle buone idee al servizio di cause meritorie.

Poi ci sono gli errori della politica. Che sono stati macroscopici. Perché, mentre di fatto, tutti i partiti che fanno capo alla destraitaliana e internazionale hanno legiferato in questi trent’anni per saccheggiare l’ambiente a danno della società con l’unico obiettivo di fare profitto, quelli della sinistra  hanno troppo spesso “parlato bene e razzolato male”. Di fatto avallando, troppo spesso, quelle politiche e quegli errori prodotti dalle politiche conservatrici.

Invece penso che le battaglie che sin qui sono state condivise ed oggetto dell’attenzione della sinistra italiana (SEL/Rifondazione Comunista e anche da una parte “illuminata” del PD) dovrebbero  divenire parte  integrante della linea politica e, subito dopo, consenso. Per farlo ci sarà però bisogno di una crescita da parte di tutti, di un pragmatismo necessario a stringersi su tutto ciò che unisce trascurando ciò che divide, costruendo insieme un percorso comune che parta da una nuova visione dell’economia per arrivare fino all’ambiente passando per i trasporti, il lavoro, l’istruzione. Occorrerà riflettere su una vera nuova visione condivisa di sviluppo di questo paese, alternativa a quella che oggi i partiti sappiano pensare e proporre.

Si deve  inoltre smontare il paradigma che sovrappone all’immagine dell’attivista, quella del signor NO, del ”rompiballe”, del lobbista contrario al progresso, ovviamente del Nimby (non nel mio giardinetto).  Una visione che è  da un lato provocata da posizioni estreme e spesso sbagliate di alcuni movimenti/associazioni e che dall’altro lato e’ stata spesso artatamente amplificata dai media sugli attivisti e che li rende inaffidabili e non credibili, quando le loro ragioni  devono misurarsi con la politica e subito dopo con la ricerca di un consenso di massa. La massa, ricordiamolo, spesso si caratterizza per una conoscenza  superficiale o, al più, veicolata dai media generalisti, dei problemi che invece per un attivista sono scontati. E che spesso rende i loro argomenti LONTANI dalla comprensione/ interesse del cittadino medio.

È qui che un partito  di sinistra, moderno e vicino al suo mandato sociale, deve intervenire. Diventando alleato e megafono indipendente di quelle istanze, facendole divenire politica, riconoscibile non solo dagli attivisti ma dalla maggioranza degli elettori che hanno quelle sensibilità e che ormai o non votano più o votano M5S o similari, spesso per protesta, in quanto nell’offerta politica italiana non trovano risposte alle loro domande di un mondo migliore. E parliamo di milioni di voti.

Per far questo occorrerà dotarsi di strumenti critici che permettano ai partiti  di evolvere e di non rincorrere ogni battaglia ma di farsi promotore di queste, di avere  una capillare presenza sui territori in grado di ‘leggere’ tempestivamente le istanze dei cittadini, una visione complessiva che integri ed amalgami queste visioni alternative allo status quo (spesso drammatico) e una comunicazione politica capace di trasmettere agli elettori una linea politica coerente con i bisogni  della popolazione. Solo dal rinnovamento generale del ‘corredo’ culturale del partito  come lo conosciamo oggi e da un ripensamento strutturale dell’organizzazione sul territorio, la politica di sinistra potrà ritrovare la funzione storica che le dovrebbe competere, ovvero quella di interfaccia tra la società civile e le istituzioni, che attui un continuo e  proficuo scambio tra queste due realtà.

Se vogliamo uscire davvero dal disastro che ci circonda fatto di terre inaridite, di cemento, di fumo, inquinamento, acqua sporca e mari/ fiumi/laghi inquinati e aria irrespirabile credo che questa sia l’unica strada possibile. Mandela ci ha insegnato che l’unico modo di ” uscire” da un disastro sociale, culturale (come fu per l’apartheid in Sudafrica) è in primis il riconoscimento degli errori reciproci e poi il perdono collettivo per andare oltre una contrapposizione eterna, rancorosa e inconcludente e per ritrovare, invece, lo sviluppo in una società più matura e evoluta. Ecco, io direi di portare a casa quell’insegnamento.

12 gennaio 2013

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