Non fare a meno del lavoro delle donne e dei giovani

L’editoriale di Vincenzo Vacca sull’emergenza economica nel Paese

L’editoriale di Vincenzo Vacca sull’emergenza economica nel Paese

di Vincenzo Vacca 

L’emergenza economica scaturita da quella sanitaria che, tra l’altro, non possiamo ancora ritenerla come definitivamente superata, sta assumendo aspetti assolutamente drammatici e, in particolar modo, per le donne e per i giovani. Già prima del periodo pre Covid, avevamo una occupazione femminile tra le più basse a livello occidentale, e nel Mezzogiorno i livelli occupazionali delle donne erano ancora più ridotti. Il fatto che la pandemia ha creato maggiori problemi economici nel settore dei servizi, basti pensare al turismo, cioè nel comparto dove è presente la maggior parte delle occupate, ha reso ancora più basso il numero delle donne che lavorano.

Se si può giustamente sostenere che le pessime conseguenze economiche della diffusione del coronavirus hanno  colpito profondamente il mondo del lavoro, si può e si deve rilevare che il maggior peso di tutto ciò lo stanno sopportando le donne. Come non mai è un pesante arretramento in ordine alla parità di genere, oltre a essere causa di un sistemico impoverimento economico del Paese.  La vera, sostanziale emancipazione femminile passa necessariamente da una indipendenza economica. Se manca questa, diventa tutto più difficile, se non impossibile, per tutto quello che riguarda sia il riconoscimento dell’ apporto fondamentale e insostituibile che le donne vogliono e possono dare ad una positiva evoluzione dell’intera società, sia il garantire la possibilità di affrontare efficacemente situazioni personali e di coppia difficili o addirittura insostenibili. È fuor di dubbio, ad esempio, che una donna vittima di un compagno violento, se ha un lavoro che le garantisca di poter vivere da sola e/o insieme ai figli, può reagire meglio e tempestivamente al dramma che sta vivendo.
Ma, al di là di situazioni estreme, non è più accettabile in un Paese moderno, quale noi riteniamo di essere, che a una donna che lavora molto frequentemente viene posta davanti a una scelta, allorquando diventa mamma: o lavori o fai la mamma. La condivisione degli oneri circa la conduzione di una famiglia è una questione, ancorché non esclusivamente, di carattere culturale. E da questo punto di vista, abbiamo fatto dei passi in avanti, ma sono ancora insufficienti.
Però, da un punto di vista politico e Istituzionale, sono necessarie delle urgenti e improcrastinabili misure atte a promuovere il lavoro femminile che, come ho già accennato, ha quanto meno una duplice valenza: va incontro a una più che legittima aspirazione femminile e costituisce un fondamentale apporto per tutti, tenuto conto della ricchezza creativa, intuitiva, culturale, sentimentale, e altro ancora, insito nel genere femminile.
Non è un caso che i Paesi più evoluti economicamente e socialmente sono quelli dove c’è una forte presenza femminile nel mondo dei lavori. Una misura urgente che a mio avviso andrebbe presa quanto prima possibile è quella di aprire un maggior numero di asili nido che sono in un numero assolutamente insufficiente. Con i finanziamenti che stanno arrivando dall’ Unione Europea, viene meno qualsiasi alibi in ordine alla cronica mancanza in Italia degli asili nido.
Da una serie di indagini giornalistiche e monitoraggi di vario genere, sembra che molte aziende, approfittando di questo momento così difficile, abbiano trovato una serie di mezzi per indurre più o meno volontariamente le donne a lasciare il lavoro, aggirando astutamente la legislazione del lavoro. Infatti, la selva normativa del mondo del lavoro in Italia è piena di dettagli dove si nasconde il diavolo.
Del resto, se le aziende sono quasi sempre dirette da maschi, questi continueranno a pensare che una dipendente donna, soprattutto se mamma,  può essere solo un problema e non, invece, una importante risorsa per l’ azienda.
Pertanto, in tempi brevi, occorre assumere degli ispettori del Lavoro, in quanto, al momento, sono davvero molto pochi e, in maggioranza, in età avanzata. Gli ispettori del Lavoro dovrebbero rafforzare il numero dei controlli nei confronti delle aziende anche al fine di conoscere, ed eventualmente sanzionare nel caso di violazione delle attuali leggi, i motivi per i quali nei confronti delle donne non sono stati rinnovati i contratti.
Come poc’anzi accennavo, le altre persone colpite ancora più duramente in questo periodo sono i giovani che hanno per decenni, se non per tutta l’ esistenza, un lavoro precario. Essere giovani sta diventando sempre più difficile, in quanto “giovanile” potremmo quasi definirlo un sinonimo di precario. A questo dobbiamo aggiungere anche la beffa dell’ipocrisia, perché tutti sistematicamente si riempiono la bocca che “bisogna puntare sui giovani”, ma di fatto si fa poco o nulla.  Come noto, inoltre, durante le recessioni i giovani sono sempre penalizzati sul mercato del lavoro perché la prima reazione delle imprese è quella di congelare le assunzioni e questo ritarda conseguenzialmente le assunzioni.
A tutto ciò, dobbiamo aggiungere che stiamo aumentando l’indebitamento nazionale che inevitabilmente andrà riversato sulle spalle dei giovani e dei giovanissimi. Anche su questo angoscioso problema è tempo di passare dagli annunci alle attuazioni.  Occorre un tempestivo piano per il lavoro, e in questo ambito, pensare particolarmente al lavoro giovanile. Prevedere sia una politica fiscale che riduca quanto più possibile il cuneo fiscale, sia una serie di investimenti pubblici nelle infrastrutture, nel digitale, nella pubblica amministrazione per renderla più efficiente, nei trasporti, etc.. Una serie di investimenti tali da suscitare un certo interesse da parte dei privati volto a inaugurare una serie di intraprese economiche.
In politica, i tempi di realizzazione dei programmi annunciati sono sempre stati importanti. Ma la fase storica che stiamo vivendo, rende ancora più urgente l’ attuazione in tempi brevi di una iniziativa governativa ad ampio spettro che dia concretamente una speranza a tutte/i coloro che si sono ritrovati espulsi dal proprio lavoro o che non hanno mai avuto la possibilità di ottenerne uno.

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