femminicidio

Negazionismo del femminicidio – La prassi del negare la realtà a uso propagandistico

Diviene indubbiamente “un caso” quanto riportato nei giornali circa le asserzioni del consigliere comunale del Carroccio a Trieste, Fabio Tuiach descritto, per esempio, da Repubblica del 21/10/2017 : ”Il femminicidio è un’invenzione della sinistra“. È polemica sulle parole shock del leghista. La frase scritta su Facebook da Fabio Tuiach, consigliere comunale del Carroccio a Trieste”.

La prima reazione di “pancia” che ha suscitato in me tale affermazione è “Ditelo a Giustina Copertino, ai suoi figli e alla sua famiglia, ditelo a tutte le troppe altre! Vergogna! Queste parole devono farci riflettere, arrabbiare, nessuno, né donna né uomo, può restare indifferente”. Ed è così, lo confermo, bisogna “arrabbiarsi”, bisogna unirsi contro siffatte affermazioni e ricordare al signore in questione e a tutti, che i femminicidi esistono, aumentano, si fanno sempre più efferati nella presunzione del colpevole di attrarre su di sé (attraverso il frequente suicidio) le attenzioni dei media e delle persone distratte rispetto alla realtà.

Dopo la reazione emotiva, però, segue la riflessione che va ben oltre il gravissimo episodio in sé per scandagliare la pericolosità di un tale messaggio da due punti di vista: da che cosa si origina, da una parte; quale ne è la conseguenza dall’altra. In realtà c’è anche una terza riflessione da fare: come, per via negationis, un’affermazione di questo tipo si fa propaganda, proprio mentre vuole denunciarne l’uso rispetto ad altre fazioni politiche.

A freddo sono queste le cose da indagare, precisando che il femminicidio è anche una scelta politica poiché “politica” è la vita di ciascun cittadino che richiede la tutela dei propri diritti naturali: primi tra tutti il diritto alla vita e alla libertà di essere se stesso.

Procedo con ordine, che cosa origina un messaggio così costruito?

Non si può negare che esso nasca da una visione stereotipata della realtà: le donne sono deboli, la politica avversa (nel caso quella di sinistra secondo il Tuiach) se ne fa baluardo per conquistare voti. Ora, se così fosse, sarebbe automatico pensare che gli altri (quelli che denunciano tale pseudo propaganda) sono anche quelli che non riconoscono l’esistenza di un crimine così grave contro le donne. Ne segue che Giustina, Stefania, Maria e tutte le altre donne si sono “per caso” scontrate con proiettili vaganti, acido, fuoco, coltelli e/o altro. Chiedetelo ai familiari, chiedetelo a loro!

A parte la pericolosa deriva di questo messaggio che ci riconduce indietro di almeno 70 anni dove le persone ritenute “altre” erano usate come manifestazione di potere e potenza, esso sottolinea fortemente la valenza ancora attuale di una cultura esclusiva, una cultura che divide le persone in categorie tra le quali, ovviamente, le donne non sono che l’ultima, non sono che strumenti da usare ed abusare nelle mani di chi detiene il potere. Questo messaggio riconferma il potere violento maschile e lo trasforma in diritto del più forte. Negare il femminicidio affinché esso diventi pietra della discordia tra fazioni diverse non è solo un’immensa bugia, ma è anche un deterrente e una scelta di parte. A farne le spese, le donne.

Da questa tesi è facile passare alla successiva: qual è il risultato di questo pensiero? Divenire più dilagante in un tempo in cui negare è più facile che prendere parte attiva nel processo di cambiamento culturale e umano che coinvolge tutti, uomini e donne, nel reciproco riconoscimento di essere persone con uguali diritti e responsabilità.

Il risultato è continuare a cavalcare la malefica onda in cui le vittime di femminicidio spariscono nel nulla tranne che nella memoria di chi le ha amate (e le ama) e ancora non comprende come possa essere accaduto (e mai potrà), perché se il femminicidio non esiste, tutte le donne assassinate dai propri compagni in quanto donne, in quanto possesso, sono vittime del caso o, peggio, responsabili della propria morte che, probabilmente hanno provocato. Una follia!  Ancora una volta, chiedetelo alle famiglie delle donne “fatte morte”, chiedetelo a loro.

L’ultima riflessione è circa la propaganda di sé stessi attraverso la negazione del pensiero dell’altro.

Qui si inseriscono metodologie politiche di una retorica “sporca” che usa un problema reale “il femminicidio” per negarlo o asserirlo non perché se ne abbia effettiva consapevolezza, ma perché è un tema che “tira” al momento, un tema che continuerà a essere sbatacchiato sa una parte e dall’altra senza mai essere realmente e in profondità affrontato e risolto: un non-problema, dunque, solo uno strumento dimostrativo.

Le donne, la violenza contro le donne, è ancora una volta uno sfondo, un territorio massacrato e calpestato, una waste land (terra abbandonata) per il piacere altrui, un diritto negato e taciuto, un campo di vane sfide in cui la donna è sempre un “argomento” perdente.

Questo è il significato di questo “caso” giornalistico: l’uso della parola “donna” senza che essa sia veramente considerata; lo sfruttamento di un crimine, il  femminicidio, senza che esso sia mai davvero nominato, perché esistono davvero solo le cose cui si dà un  nome e uno spessore consapevole.

E allora sì, bisogna arrabbiarsi, bisogna alzare la voce, bisogna essere tutti Giustina e le altre e le loro famiglie, bisogna cantare tutti nello stesso coro che non solo chieda ma costruisca la vita contro ogni violenza, ma contro i femminicidi, per rompere il silenzio, per far crollare i muri, perché mai più nessuna Giustina o Maria cadano vittime del silenzio e della propaganda.

#Io sono Giustina, Maria e le altre, nessuna di loro è senza di me.

 

di Loredana De Vita

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