L'Agenzia Nazionale per i Giovani

Napul’è ‘na carta sporca

L’editoriale di Roberto Braibanti

Il fallimento del Comune di Napoli?  Cronaca di un dissesto annunciato.

di Roberto Braibanti

Le 2 righe di questa settimana le dedico a Noi, cioè a Napoli e ai napoletani. E mi scuso con molti, perché l’argomento è difficile, abbastanza noioso, ma purtroppo molto importante per noi cittadini. Perché come tutti saprete la nostra città rischia la bancarotta. Cosa comune a molti capoluoghi italiani negli ultimi 10 anni, ma su  questo ci tornerò più avanti. E credo sia giusto ricordare che la bancarotta di una città significa il commissariamento della stessa e il conseguente innalzamento delle tasse cittadine alle aliquote più alte, oltre che il blocco di tutti gli investimenti ( lavori di pubblica utilità) in città fino all’azzeramento del debito.

Per cui cominciamo prima di tutto dai fatti.I fatti purtroppo ci raccontano che la Corte dei Conti ha certificato l’impossibilità del Comune di Napoli di riscuotere il credito che l’Ente ha nei confronti dei cittadini (e questo ci dovrebbe spingere a una riflessione sulle responsabilità che poi la cittadinanza ha in questa storiaccia). Di fatto mancano all’appello 1,15 miliardi, praticamente un intero bilancio annuale. Di fatto la percentuale di riscossione di tasse e tributi è quasi al 50% di quel dovuto annuale.

Nel frattempo dato che Palazzo San Giacomo deve pagare 10.031 dipendenti con 423 milioni e altri 350 milioni servono per gli stipendi di 8.427 assunti delle partecipate, è ovvio che non può venirne a capo. Perché se  a questo aggiungiamo che su cento multe riesci a riscuoterne solo tre e che se non ti bastano tremila immobili di proprietà per chiudere il bilancio in attivo, allora è chiaro che salta il banco. Ed è altrettanto chiaro quindi, che se è vero che la giunta di Luigi De Magistris ha fatto alcuni errori, in questi 3 anni, è altrettanto vero che queste problematiche vengono da lontano, da un passato non ascrivibile al sindaco attuale, ma a decenni di gestioni” allegre” e di una Corte dei Conti, probabilmente meno ” presente”.

A questo punto, dato che il discorso diventa tecnico (troppo per me), mi rifaccio a quanto dichiarato da Ettore Jorio, Professore di Diritto amministrativo sanitario e di Diritto civile della sanità e del sociale dell’Università della Calabria, che scrive: ” Quanto alle motivazioni della Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti (delibera 12/2014), corrette sul piano squisitamente giuridico, lasciano un po’ a desiderare, attesa l’assenza di valutazioni effettuate in relazione alla dinamicità dei conti. Alla loro diversa formazione nel frattempo intervenuta, a seguito delle politiche di rigore. Non pare, infatti, che la decisione sia fotografata sui dati cui il Comune di Napoli sia pervenuto nel (molto) seguito dell’originaria elaborazione del business plan (rectius, piano di riequilibrio finanziario decennale). Un dovere, questo, peraltro raccomandato dalla Sezione delle autonomie nella delibera n. 22 del 2013, al punto 6.sub A4. Più esattamente, nella parte in cui il Massimo organo di controllo della Corte dei conti “prescrive”  alle Sezioni regionali ogni ulteriore attività cognitiva e accertativa utile a rendere più attuale la situazione economico-finanziaria da esaminare, soprattutto in relazione alla sua attitudine a risanare il “tesoro” comunale”.

“Una raccomandazione, oltretutto, confermata dallo stesso Massimo Organo nella successiva delibera n.1 del 2014, allorquando suggerisce alle Sezioni regionali giudicanti la massima attenzione nel dichiarare dissesti. Ciò soprattutto delle città di grandi dimensioni, per le quali “è utile verificare … se la procedura di dissesto possa essere … evitata non solo per scongiurarne le conseguenze finanziare sfavorevoli ma anche per eluderne le conseguenze sul piano politico”. Riguardo a quest’ultimo “nemico” (le conseguenze politiche in senso lato), vale la pena accennare a quanto fatto e sta facendo il legislatore della Città eterna.Qui il discorso cambia. Il Giudice non se ne preoccupa perché al problema ci pensa direttamente il legislatore. Un’osservazione, questa, che lascia un po’ di spazio anche a qualche dubbio di incostituzionalità, sulla quale i difensori di De Magistris certamente faranno un pensierino.”

Da questa breve relazione io capisco 2 cose: la prima è che la Corte probabilmente è stata molto severa rispetto a situazioni analoghe. La seconda è che non valuta (o valuta incosapevolmente?) le conseguenze politiche che ne derivano, con strumentalizzazioni inevitabili, oltre che per le  immediate conseguenze sociali, anche per una città già in difficoltà per la crisi  e di dimensioni importanti quale Napoli è. Conseguenze che sarebbero difficilmente sopportabili.

Ora però non posso non sottolineare che nelle stesse ore in cui Napoli veniva ” condannata” ,il Senato della Repubblica, con 135 si, 23 no e 45 astenuti, ha approvato l’intervento straordinario “salva Roma”, consentendole di scontare ulteriori 485 milioni dal debito. Più precisamente, le viene offerta l’occasione di scontarli dalla gestione commissariale, gran parte sul bilancio 2013 (già approvato dall’assemblea capitolina!!!) e sul bilancio 2014. Si insediano facilitazioni ad hoc sulle partecipate, soprattutto l’ACEA, e si offre l’occasione di elaborare, nel termine di 60 giorni, un apposito piano di rientro. Ora  come  si fa a pensare di elaborare un piano di rientro per la capitale dell’indebitamento, dei servizi che scoppiano e del “dissesto idrogeologico urbano” (che è causa di ingiustificati allagamenti) in soli 60 giorni?

A chi e come sarà deputato il controllo della sua congruità? E, se ritenuto incongruo, si farà ricorso ad un ulteriore provvedimento legislativo? Credo che la risposta più evidente è che la Sezione delle autonomie della Corte dei Conti ha estremizzato la sua ” comprensione” per Roma mentre non ha adoperato lo steso “metodo” per Napoli. Forse, il generale dissesto che affligge il sistema municipalistico italiano (ricordate  nel 2007 Catania con oltre un miliardo e sette milioni di euro di dissesto? pari, appunto, a quei 3.379 euro di «rosso» di debito per ogni cittadino: ci pensò il governo Berlusconi a appianare tutto, dato che, casualmente,il sindaco era il suo medico) deve trovare in modo più coordinato la soluzione che merita. Un compito, questo, del quale dovrà occuparsi il nuovo Governo, dato che i precedenti ad oggi, sono tutti  risultati disattenti sulla problematica. Sicuramente i 2 pesi e 2 misure non sarebbero accettabili, sia da un punto di vista sociale che politico,ma sopratutto per la credibilità delle sentenze, della Corte stessa.

23 febbraio 2014