Napolitano alle Camere, radiografia del discorso d’insediamento

Giorgio Napolitano, dopo le dimissioni di stamattina, dovute secondo le regole, ha giurato davanti ai parlamentari in plenum. Il M5s unico a non applaudire, ma in piedi, dicono, per «contegno istituzionale».

E subito partono le sferzate, e tante, a una classe politica incapace, e non da oggi, di dare risposte concrete. Il ‘grande vecchio’ è l’unico ormai capace di parlare al Paese con questa autorevolezza e dignità. Ma non è un bene, di sicuro, aggrapparsi a lui per risolvere problemi che hanno radici profonde nella sordità alle sfide poste da questi difficili anni di repentini cambiamenti. Un Presidente versione muro-di-cinta però ha parlato, e molto chiaramente, forse come mai era successo in un discorso di insediamento di una Repubblica parlamentare. Eccezionale rielezione, come eccezionale è il momento storico.

Un discorso quindi forzatamente poco istituzionale, e non poteva essere altrimenti, appurata la situazione. Il Presidente ha innanzitutto messo in chiaro di aver accettato il re-incarico (a dicembre esplicitamente dichiarò la sua definitiva uscita di scena) per senso di responsabilità di fronte allo stallo creatosi dopo cinque votazioni tra veti incrociati e franchi tiratori. E bacchettando i partiti aspramente, «sapendo che quanto è accaduto qui nei giorni scorsi ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità».

Per (il sempre più) re Giorgio è stato troppo lungo il tempo in cui «hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi» dove errore «imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005», riferimento esplicito alla «frustrazione» dei cittadini per non avere avuto la possibilità di esprimere preferenze alle politiche.

Altro sbaglio strategico è stata la non attuazione delle riforme già concordate della seconda parte della Costituzione, soprattutto per quanto riguarda il «tabù del bicameralismo paritario», forse con l’intenzione di affermare l’inadeguatezza di un sistema istituzionale che ha nella lentezza d’altri tempi il suo più grande difetto.

Napolitano ha poi anche chiarito l’intenzione di non voler essere spettatore, soprattutto dopo l’ulteriore coinvolgimento nell’arena, se si ritroverà «di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato». E con chiara lungimiranza ha poi legittimato, e finalmente, il M5s davanti all’intera nazione dando una lezione di democrazia da commozione (e in effetti più volte si interromperà per l’emozione), precisando di apprezzare «l’impegno con cui il movimento largamente premiato dal corpo elettorale come nuovo attore politico-parlamentare ha mostrato di volersi impegnare alla Camera e al Senato», dopo un mese e mezzo di tentativi di delegittimazione un po’ stonati di fronte al 25% di preferenze, ma ammonendo affinché sia la piazza che la Rete tanto amata dai grillini non diventino uno muro contrapposto a tutto il mondo della politica.

Ancora, Napolitano ha messo in risalto l’urgenza di formare un esecutivo anche in questo Parlamento così diviso, poiché c’è «necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia, non trascurando, su un altro piano, la esigenza di intese più ampie, e cioè anche tra maggioranza e opposizione, per dare soluzioni condivise a problemi di comune responsabilità istituzionale», sottolineando che oggi in Europa veti a priori ad alleanze tra maggioranza e opposizione non esistono. Insomma, meno spirito di consorteria, più spirito di responsabilità, perché questo atteggiamento è «segno di una regressione».

Tutto contornato da applausi scroscianti, come sempre.

Il capitano-timoniere ri-scelto sicuramente è di riconosciutissimo spessore, e il discorso sarà foriero di inorgoglimento per la maggior parte dei cittadini. Fondamentale è che chi dovrà eseguire questi sacrosanti moniti, l’esecutivo probabilmente targato Pd-Pdl-Lega-Sc, sia all’altezza dei gradi di ufficiale, e non al livello, se non infimo mi si conceda più basso, di un semplice, quanto inutile alla rotta, mozzo.

Giancarlo Manzi

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