Mostra di Andy Warhol al PAN, la più brutta che io abbia mai visto

Cronaca di una delusione. Ecco tutto quello che manca alla mostra di Andy Warhol per essere degna di questo nome

È facile dire Andy Warhol e subito sparare un “che bello!” di gioia, è facile pensare che alla mostra organizzata ed allestita al PAN ci possa andare chiunque e restare gradevolmente soddisfatto alla vista delle opere del genio cresciuto a New York. È facile, ma non è la realtà. Non per l’artista, per carità, nessuno si sognerebbe mai di criticare o mettere in discussione i suoi lavori, ma per l’allestimento, la scelta dei pezzi da esporre, insomma, per il modo in cui si è scelto di omaggiare il grande maestro della Pop Art, modo che ha reso questa expo la più brutta in assoluto che io abbia mai visto in vita mia.

Giovedì 17, ore 18: si aprono i cancelli dell’attesissimo aperitivo pre-inaugurazione. Una folla imbellettata chiacchiera annoiata, apparentemente incurante del privilegio che ha di poter vedere la mostra in anteprima. E qui si verifica il primo intoppo: buona parte dei presenti, almeno il 30% della fila, non ha l’invito e cerca di “corrompere” gli addetti alla security per entrare, come si faceva ai Mak P con frasi del tipo “Ma io sono l’amico del signor Tal de’ Tali!”, “C’è Pinco Pallino? Se lo chiama un attimo mi fa entrare” o ancora, il peggiore tra tutti: “Ma veramente mi sta chiedendo il nome? Lei sa che questa Mostra l’ho organizzata anch’io?” dimostrando un attimo dopo la realtà dei fatti con la direzione presa: quella di casa.

Finalmente entro, salgo le scale e arrivo al primo piano, il primo tra i 2 dell’esposizione e vengo accolto dalle copertine degli album che Warhol ha disegnato nel corso della sua carriera artistica e da una megateca semivuota. Mi aggiro tra le stanze in cerca di qualche produzione video (“Vai dentro, c’è la saletta con la proiezione” mi dicono) e… non funziona. O meglio, la sala c’è, le sedie pure, il proiettore invece è in vacanza“Vabbè – dico tra me e me – ci saranno migliaia di cose da vedere, cerchiamo le Marylin”. Passo tra i “Camouflage”, opere in cui l’artista usa il pattern tipico delle tute mimetiche, ammucchiati senza un ordine e affogati tra la produzione pubblicitaria e quella da illustratore di riviste. Le trovo. Tutte lì, nei loro sorrisi e colori e, mentre le ammiro avvicinando la testa cercando di guardare più da vicino le serigrafie, lascio attive le orecchie durante quest’operazione puramente visiva. Nonostante il baccano, sento pronunciare, da più di una persona alle mie spalle, frasi come “Però almeno avrebbero potuto dire che non sono le originali, qualcuno potrebbe non cascarci…” o “È facile fare la mostra così, pure io posso prenderle e stampare, metterle in cornice e dire che sono di Warhol, che ci vuole?” Non so se dare credito a queste voci o meno, quel che è certo è che mentre cercavo di capire come la qualità delle serigrafie si fosse evoluta dalla fine degli anni ’70 ad oggi ho avuto la netta impressione che quelle “incriminate” fossero un po’ troppo “moderne”, come se fossero state “sfornate” appena qualche giorno fa.

E poi, i grandi assenti. Troppi capolavori per ora mancano all’appello: le “Napoliroid”, i Vesuvius”, i Ladies and Gentleman”, le lattine delle “Campbell’s Soup”, le “Coca Cola”…dove saranno mai? Continuo a girare tra la folla e trovo i “Fate Presto” e Luigi de Magistris in posa davanti a quelle gigantografie della prima pagina del Mattino all’indomani dei terremoti in Irpinia: praticamente una sala è dedicata interamente a loro. Mi libero dalla ressa, che rumoreggia con un “Ma quando apre il buffet?” e cerco di salire verso il secondo piano che è ancora chiuso. Sono il primo ad accedervi, e all’entrata del piano superiore finalmente spunta qualcosa di interessante: le “Campbell’s soup” e le “Coca Cola”. Una flebile speranza mi si riaffaccia alla mente, ma è solo un miraggio. Mi basta girare l’angolo per essere nuovamente deluso: la quantità dei “Ladies and Gentleman” è imbarazzante, per non parlare delle “Napoliroid” (sono 6, contate). La delusione sta oramai riempiendo i miei occhi, cerco allora l’unica opera capace di rallegrare la vista ma che ho già ammirato al Museo di Capodimonte: i “Vesuvius”.

Decido quindi di sedermi per 10 minuti davanti al gigante blu arancione giallo verde rosa viola nero e cerco di fare pace con me stesso. Per quale motivo? Perché le aspettative distruggono sempre tutto, perché non si può dare un giudizio a qualcosa prima di averla vista, perché non è possibile dare per scontato nulla, anche quello che agli occhi del mondo intero è favoloso. La mostra di Andy Warhol al PAN doveva essere bellissima, doveva essere lo specchio di un artista che ha saputo cambiare il modo di concepire l’arte, doveva poter trasmettere il più possibile il genio creativo di un uomo che ha plasmato opere che hanno lasciato il segno. Quello che ho visto io non è altro che il magazzino del MoMa, quello in cui le opere vengono spostate momentaneamente per poter far procedere le pulizie dei locali da parte degli addetti alla manutenzione, il posto in cui si vedono i figli mentali di Warhol, ma nel modo peggiore possibile ed immaginabile. Quella a cui ho preso parte è la mostra d’arte più brutta ch’io abbia mai visto nella mia breve vita. Me ne vado senza nemmeno passare per il buffet, finalmente aperto. Mi si è chiuso pure lo stomaco.