giornata della memoria

Monterusciello, Liceo Statale Ettore Majorana: lezione-conferenza dedicata alla Giornata della Memoria 2018

Presso il Liceo Statale Ettore Majorana di Monterusciello si è svolta in data 7 febbraio u.s. la lezione-conferenza dedicata alla Giornata della Memoria 2018.

La Preside, Anna Maria Fazzari, i Docenti tutti, coordinati dal Prof. Luigi Carannante, hanno invitato la scrittrice Loredana De Vita a parlare e testimoniare agli studenti del Liceo Scientifico e Artistico non solo l’orrore della Shoah, ma anche l’importanza che la Memoria ha oggi. I ragazzi si sono lasciati coinvolgere in prima persona producendo poster, sculture, studiando e leggendo brani a loro scelta. Numerose le domande che hanno sugellato il successo dell’incontro. Di seguito si riporta l’intervento della scrittrice.

Intervento

“Spiegare la notte”, quella notte, come si fa? La notte, chi non l’ha vissuta, può solo ascoltarla e capirla affinché il giorno sia migliore.

Anch’io ho ascoltato la notte, da Alberta, da Elie, da Liliana, da Shlomo… e quella notte mi è rimasta dentro. Le loro paure sono divenute la mia e con loro ho visto, sentito, percepito la profondità di un vuoto che sembra non avere fine. Per chi ha vissuto quella notte e chi ne ha ascoltato il senso non c’è luna o stella che possa illuminarla, non c’è vita che possa essere restituita perché morti o perché obbligati a vivere come se si smettesse di esistere.

Quella notte non si cancella, non si può. Essa continua nel quotidiano a distanza di anni nel timore delle piccole cose.

Alberta (Levi Temin, morta nel 2016) aveva paura del rumore dei passi per le scale; temeva di restare chiusa fuori una finestra, anche se per gioco, anche se per poco.

Liliana (Segre, oggi senatore a vita), ha paura del fuoco; ha paura dei cani lupo e a lungo ha temuto di amare.

Shlomo (Venezia, morto nel 2012) aveva paura del peso della colpa di essere stato costretto a essere un Sonderkommando. Un brutto “lavoro” quello!

Elie (Wiesel, premio Nobel per la pace nel 1986, morto nel 2016) aveva paura di non riconoscere la sua immagine allo specchio e il terrore dell’indifferenza che ha visto ricominciare nel nostro secolo anche da parte di chi mai avrebbe dovuto provarla per averla sperimentata sulla propria pelle.

Già sapete dei numeri tatuati, delle camere a gas, dei crematori, di Mengele (l’angelo della morte)… Ma perché sia possibile capire che cosa deve essere stata quella notte, io non voglio raccontarvi dei morti, ma dei vivi. Voglio raccontarvi di loro prima che accadesse quello che è accaduto. Voglio raccontarvi di una bimba che sognava di fare la ballerina da grande, ma ha danzato sulla cenere nell’orrore; voglio raccontarvi di un vecchio che voleva veder nascere suo nipote, ma ha sentito il vagito dell’orrore; di una ragazza che voleva diventare insegnante, ma imparato la lezione più dura, l’orrore; voglio raccontarvi di un ragazzo innamorato che nell’orrore ha visto bruciare il suo desiderio. Ecco, se riuscissimo a pensare alle vittime prima che lo diventino, potremmo capire quello che è successo oltre le emozioni che le immagini inevitabilmente mettono a nudo e verso le quali provo sempre un grande pudore.

Raccontare la Shoah (la distruzione) è un imperativo, un impegno dal quale non ci si può sottrarre: raccontare NON per non dimenticare il male, ma perché si sia in grado di NON far tacere il bene. Raccontare affinché quel filo spinato, quei muri, quell’oceano che divide mondi e culture non siano strumenti per stritolare l’amore, il bene, la libertà…non il MIO amore, bene e libertà, ma l’Amore, il Bene e la Libertà di tutti, per tutti. Solo così i testimoni e i troppi morti possono essere liberati dalla staticità in cui quella morte o vita nella morte, li ha imprigionati. Ecco, questo significa dare voce alla testimonianza: scegliere la vita.

Se parliamo di vita, perché riaprire queste ferite? Per le vittime? È tardi. Per i testimoni? È tardi. Perché allora?

Dobbiamo farlo per noi stessi, perché tutti quelli che non hanno mai detto NO alle ingiustizie sono “Auschwitz”; perché continuare a tacere è veleno per la convivenza civile; perché l’unica risposta giusta ad Auschwitz… alle tante Auschwitz del mondo… è fare la cosa giusta, è agire secondo coscienza, perché quei crimini non ci sono lontani, toccano ciascuno di noi, anche se non li abbiamo commessi; noi non siamo responsabili del passato, ma lo siamo del presente e del futuro; perché tutti possiamo cedere alle false informazioni, tutti possiamo cadere nella presunzione di ritenerci giudici e carnefici dell’altro… allora come ora.

Si diceva “gli ebrei sono da eliminare”, oggi gli immigrati lo sono; ogni mezzo diviene lecito per fomentare l’odio; ogni paura per il presente cerca un capro espiatorio contro cui scagliare tutto il proprio disagio e l’ansia per il futuro.

Ci fu e c’è chi è stato ed è disposto ad ascoltare la propaganda; ci fu chi affidò la decisione e la sua responsabilità ad altri, prendendo le distanze dai corpi fucilati e gettati nelle fosse che essi stessi erano stati costretti a scavare… e c’è chi resta indifferente sulla spiaggia a godersi il sole e il mare mentre questo diviene tomba e le spiagge discariche di corpi, e oggetti che non appartengono più a nessuno. Quelle persone e queste persone appartengono a me, a ciascuno di noi, perché appartengono alla vita.

Si diceva, e si dice, “devono andarsene, ci rubano il lavoro”, e le persone furono rese invisibili, cacciate, uccise… senza rispetto per la vita, per i sogni, per la dignità. Che cos’era e che cosa è la dignità di una persona; come si può annullare il diritto alla vita e alle scelte di una persona; come si può accettare tutto questo? Distaccandosene, chiudendo se stessi nell’indifferenza e quelli che immaginiamo nostri nemici nel silenzio di morte.

Il silenzio dei morti nei ghetti, sui treni, nei campi, fuori dei campi, nelle sinagoghe, nelle fiamme, nelle fosse, sulle spiagge, sotto le macerie di muri crollati a causa delle moderne bombe. La distanza tra sé e l’altro diviene rifugio, motivo di non colpevolezza, sensazione di essere parte di un grande progetto… ma come può essere grande un progetto che sceglie la morte come strumento di realizzazione? Si pensa al progetto, si pensa alla guerra… chi pensa alle persone? Fantocci, solo burattini nelle mani dell’abile burattinaio di turno.

Resistere al male, non solo si DEVE, ma si può. Sì, al male si può resistere, esso è una delle possibilità, ma ce ne sono altre, altre che disprezzano la vita. Resistere, allora, significa scegliere. Il silenzio rende complici, e ci imprigiona in quella che Primo Levi ha chiamato “la nostra zona grigia” che continua a rendere il male, quel male, possibile. Il male si auto rigenera; il male, come diceva Hannah Arendt, è banale… cioè è facile da compiere nelle piccole azioni quotidiane, in quelle alle quali non diamo nessuna importanza… tra compagni, in famiglia, a scuola, sul lavoro, ovunque.

Ovunque regni il silenzio, il male, quel male, riesce a strisciare e divenire regola.

Perché riaprire queste ferite, domando ancora e rispondo:

  • per ricordare di riaccendere la speranza;
  • per ricordare che il silenzio aiuta sempre l’aggressore non la vittima;
  • per ricordare che ciò che accade a uno riguarda tutti e che nessuno deve sentirsi solo, isolato, deriso, privato della sua dignità di persona, di essere umano;
  • per ricordare che chi ascolta un testimone diventa a sua volta testimone della vita;
  • per ricordare di ascoltare e leggere i segni che crescono attorno a noi e, spesso, dentro di noi;
  • per ricordare che incitare all’odio è un reato;
  • per ricordare che razzismo e antisemitismo sono infamie contro la vita;
  • per ricordare di scegliere tra nichilismo e senso, tra paura e speranza.

Il nostro dovere è umanizzare il destino, il mio destino e il vostro destino e il loro destino; la Shoah, invece, ha avvolto nelle tenebre il destino dell’uomo perché non solo abbiamo appreso che il male è riproducibile, ma sappiamo anche che si moltiplica e distrugge la speranza dell’uomo.

Il titolo che avete dato a questo incontro è “Olocausto, dignità, memoria”… ricordiamo allora che l’Olocausto che annienta la dignità di ogni essere umano trova una risposta nella memoria attiva; nella memoria, cioè, che non resta chiusa in un cassetto e tirata fuori una volta all’anno nelle diverse commemorazioni del nostro tempo, ma una memoria che agisce e modifica le persone singolarmente e racconta a ciascuno nuove narrazioni possibili.

Vorrei concludere con queste parole di Elie Wiesel:

L’opposto di amore non è odio, è indifferenza;

L’opposto di bellezza non è bruttezza, è indifferenza;

L’opposto di fede non è eresia, è indifferenza;

L’opposto di vita non è morte, è indifferenza.

di Loredana De Vita

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