Migranti e il diritto alla vita

L’editoriale di Vincenzo Vacca.

di Vincenzo Vacca.

Solo sei mesi di vita aveva un piccolo essere umano morto insieme a tanti altri annegati. Un ennesimo naufragio nel Mediterraneo che è diventato un vero e proprio cimitero, ma soprattutto la nostra indicibile vergogna nei confronti di tante nostre sorelle e tanti nostri fratelli che hanno una unica colpa: essere nati nelle zone sfortunate del mondo.
E sono diventate sfortunate perché quasi sempre noi occidentali, nel corso dei secoli e degli ultimi decenni, abbiamo adottato una politica di rapina, di spoliazione nei confronti di ampie fette della Terra.

La stessa crisi climatica e ambientale che è ormai quasi a un punto di non ritorno, a rifletterci bene, è dipesa particolarmente da noi occidentali che abbiamo basato il nostro sviluppo economico a deprimento della natura.
Abbiamo pensato per troppo tempo che la natura dovesse essere solo domata ai nostri desideri, ai nostri malintesi bisogni, dimenticando che noi donne e uomini, in fin dei conti, siamo parte integrante della natura stessa: esseri viventi tra esseri viventi non umani.
Di conseguenza, la natura ci sta presentando il conto e, se noi amiamo sinceramente le nuove e nuovissime generazioni, non possiamo non mettere radicalmente in discussione le modalità economiche poste in essere sin qui con conseguenziale trasformazione del nostro stile di vita.
Basti pensare all’ iperconsumo e allo spreco alimentare, ma non possiamo limitarci a piccoli accorgimenti, bensì occorre cambiare il corso della storia.

Riprendendo il concetto con cui ho iniziato l’ articolo, la crisi ambientale è fortemente intrecciata ai flussi migratori in quanto il rendere ampie zone del mondo invivibili provoca inevitabilmente movimenti migratori. Non è un caso che è stato coniato il termine migrante “climatico” ossia una persona sostanzialmente necessitata ad andare via dalla zona dove vive a causa di un completo stravolgimento del relativo habitat, pena la sicura propria morte e quella dei suoi familiari.

Ecco perché, pur riconoscendo da parte di chi scrive che c’è finalmente un positivo cambiamento dei cosiddetti Decreti Sicurezza emanati dal precedente Governo ( tra l’ altro, adottare il termine “sicurezza” per le politiche migratorie è quanto meno discutibile e fuorviante), rimangono delle criticità che vanno quanto prima superate.
Infatti, l’ articolo che limita o vieta l’ accesso, il transito e la sosta delle ONG produce, anche involontariamente, l’ abbassamento del senso morale del Paese.
Rimanendo in vigore una penalizzazione di fatto dei soccorsi in mare, si indebolisce il già fragile sistema di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, condannando i migranti alla morte in mare o alla vendetta delle milizie libiche, ai campi di detenzione, alle torture.

Inoltre, le norme punitive nei confronti dell’ attività di soccorso mettono in discussione quello che è un principio irrinunciabile di civiltà giuridica: il mutuo aiuto come diritto – dovere che fonda il legame sociale e caratterizza il passaggio a individuo isolato a membro della comunità.
Credo che il diritto al soccorso costituisca una fondamentale espressione al diritto alla vita che è il principale pilastro dell’ insieme dei diritti fondamentali.

Non a caso, la scorsa settimana, il Tribunale di Ragusa ha emesso una sentenza di non luogo a procedere nei confronti di Open Arms per i fatti del 28 marzo 2018. In quel giorno furono salvate 218 persone.
Tale sentenza non è altro che una delle diverse pronunce della Giustizia italiana favorevoli alle ONG, al termine di una ininterrotta sequenza di azioni giudiziarie. Per dirla ancora più precisamente, non c’è stata una sola richiesta di rinvio a giudizio.
Tuttavia, l’ ostilità verso le Ong si è manifestata attraverso una serie di provvedimenti delle Autorità italiane , spesso di concerto con le Istituzioni europee.
Ma quello che più preoccupa è la campagna di delegittimazione in corso da troppo tempo e che tende ad assimilare l’ attività di soccorso ad una azione illegale da vietare e da sanzionare.
Pertanto, occorre contribuire da parte delle donne e dagli uomini di buona volontà a formare nell’ opinione pubblica un costante orientamento di sostegno all’ attività di salvataggio, sollecitando un ripristino di un efficace sistema Istituzionale di ricerca e di soccorso, facilitando le relazioni tra Ong e le Istituzioni per ricostruire condizioni di collaborazione.
Naturalmente, per Istituzioni intendo i Ministeri dell’ Interno e quello dei Trasporti, nonché gli Organismi statuali deputati all’ attività di salvataggio: Guardia Costiera, Guardia di Finanza e Marina Militare.
Mettiamo fine all’ indifferenza rispetto al cimitero del Mediterraneo e garantiamo il diritto alla vita.
Verrà il giorno in cui i nostri figli ci chiederanno: cosa avete fatto per impedire tutti quei morti?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *