Essere mamma e docente al tempo della didattica a distanza

Una riflessione sulla vita delle madri insegnanti che, a causa della dad, hanno dovuto tornare a fare i conti con materie “abbandonate” da tempo.

di Daniela Piccirillo.

E’ da un po’ che, causa covid e didattica a distanza, mi ritrovo tra compiti di geometria e algebra primordiale.

La mia strada si è divisa anni orsono da queste elucubrazioni matematiche che mai mi hanno sorriso, neanche per sbaglio, nei miei lunghi pomeriggi passati nel tentativo di penetrarne i segreti e giungere alla indecifrabile soluzione.

Appena ho potuto, in corrispondenza con le mie scelte universitarie, mi sono gettata alle spalle – sbattendo anche la porta! – espressioni, parallelepipedi, parentesi quadre e pure graffe, certa di non doverli mai più incontrare sul mio cammino. Nella fretta, avrò pure inciampato in qualche prisma capovolto, schiacciandolo sotto i piedi, con mio sommo piacere.

Ho respirato l’aria profumata delle humanae litterae, della filosofia, dell’etica, di Platone e Socrate, del trascendente opposto all’immanente, dell’idealismo tedesco, di Kant e del suo cielo stellato sopra di lui e della legge morale dentro di lui. Ho indossato le maschere pirandelliane ed ho trepidato per la sorte dell’islandese, perseguitato dalla Natura matrigna. Sono stata illuminata dall’Illuminismo e sono stata portata per mano, nei sentieri del cuore, dalla poesia di ogni tempo. Mi sono ossigenata. Ed ho potuto dimenticare.

Poi, ecco come un brutto conto da saldare, riapparire dopo trent’anni, triangoli e rombi con le loro minacciose aree da calcolare, con lati isoperimetrici e radici quadrate. Mi arrovello. Mi corre in aiuto la maturità, dicendo che si tratta di una bella sfida per l’intelligenza. Non mi convince lo stesso. E mi viene da pensare ai docenti delle materie scientifiche: ma chi sono mai queste persone che prediligono numeri e proporzioni? Che, con piglio chirurgico, estraggono i fattori primi da un numero( si badi bene, senza nemmeno chiedere il consenso informato all’interessato, cioè il numero!)? Mi convinco che ci sia sotto una sorta di inquietudine, di insicurezza per come va la vita, con le sue incognite, ed abbiano bisogno di stringerla in formule, di capirla, di catalogarla in codici e relazioni chiare. La vita gli fa paura così com’è, con l’imprevisto, il caos, il capogiro, il chissà. Chi sceglie l’universo matematico prova sgomento per l’infinito, si incolla al muro per non guardare sotto….si sente rassicurato dal rimuginio aritmetico. Non accetta l’incognita per quella che è, ma si strugge per decifrarla, per scoprirla, per snidarla. Non concede nulla al volo del pensiero. I numeri sono il suo sentiero, il cingolato corazzato con cui affrontare il mondo.

Io mi limito ad incassare altri insuccessi nella soluzione di problemi demenziali; qualche volta porto a casa il risultato, esultando per la rivincita. Ma poi torno alla mia letteratura, che parla di autori e di “correnti” del pensiero . E corrente mi fa pensare all’energia, oppure all’aria che passa veloce ed ossigena e ripulisce. E solo allora mi riprendo.

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