Luis Sepùlveda, il ricordo dell’uomo che cercava l’orizzonte

Vincenza D’Esculapio condivide il suo personale ricordo di Luis Sepùlveda attraverso la sua esperienza di docente e di autrice di testi scolastici per ragazzi.

di Vincenza D’Esculapio.

Mi piace condividere il ricordo che mi resta di Luis Sepùlveda attraverso la mia esperienza di docente e di autrice di testi scolastici per ragazzi.

Aprile 1997. Usciva per la scuola media la nostra seconda opera antologica “ Seconda stella a destra” , targata Loffredo. La filosofia di fondo che animava me e le mie due colleghe nella selezione dei testi era quella di offrire ai nostri giovani studenti, oltre ai grandi classici, anche un ventaglio di scrittura e di messaggi che arrivassero dalle più svariate parti del mondo. Sepùlveda rispondeva meravigliosamente a questo intento. Affascinate dalla sua notorietà, avevamo letto qualche lavoro tradotto in italiano, ma quelle pagine risultavano troppo impegnative per i ragazzi. “e la Gabianella, perché no? ” Risposta d’obbligo. Con grande rammarico, per noi l’opera del suo esordio nella letteratura per ragazzi era arrivata tardi perché fu edita da Salani nel 1996. Giusto per dovere di cronaca va detto che il tempo della ricerca dei testi per preparare un’opera triennale e tutto il lavoro collaterale necessita di almeno altrettanti anni, prima della relativa pubblicazione. Almeno allora era così.

Però durante le nostre ricerche ci eravamo imbattute in un articolo in cui Sepùlveda per spiegare la sua visione dell’esistenza aveva fatto ricorso a una leggenda narrata dagli indios “guarandies”, abitanti di un vasto altipiano al centro dell’America latina. La leggemmo con attenzione, ci piacque. La inserimmo nel primo volume in una sezione dedicata alla scoperta del sé.

L’Uomo che cercava l’orizzonte racconta la storia di due indios, provenienti da mondi diversi, uno dalla “selva”, l’altro dal ” fiume”, che si incontrano mentre vagano per la foresta in cerca di scoprire cosa ci sia al di là dell’orizzonte. Tra i due perfetti sconosciuti si instaura un rapporto di solidale reciprocità e quando si separano per ritornare ciascuno al proprio luogo di origine avvertono entrambi di aver acquisito << la certezza dell’esistenza dell’altro, dell’altro uguale nella forma, ma differente nelle abitudini, e ciascuno si vide più ricco di quando aveva iniziato il cammino, perché il viaggio aveva dato loro le conoscenze che mai avrebbero avuto i vecchi saggi dell’immobilità >>.

Nel rileggere oggi la leggenda e alla luce di tutta la sua vasta letteratura, ora più che mai mi sembra che essa offra una chiave interpretativa della cifra letteraria e umana di Sepùlveda.

<< All’uomo che cercava l’orizzonte piaceva la compagnia dell’altro, e forse per questo gli chiese dove andasse. “verso l’orizzonte, voglio vedere cosa c’è dall’altro lato”, rispose, e le sue parole rallegrarono l’uomo che veniva dal fiume. “Allora possiamo andare insieme”, gli disse contento. Ma la sua allegria durò poco, perché appena si misero in movimento, l’uomo della selva cominciò a camminare nella direzione dalla quale veniva lui. “No l’orizzonte è di là!”, disse l’uomo del fiume. “Ti sbagli. Io vengo da lì, e l’orizzonte è di fronte ai miei occhi. Perché tu gli dai le spalle?”, chiese l’uomo della selva>>

L’orizzonte, il volo, la frontiera, la libertà, l’esilio, sono i grandi temi che hanno attraversato il pensiero e tutta la sua scrittura ora garbata e gentile, ora struggente e poetica, spesso intensa, dolorosa, icastica e realistica ma priva di acrimonia verso gli uomini, anche nella narrazione dei tempi più bui della sua esistenza, quando per dar voce a chi non ha voce subì carcere e torture.

A voi stormi di “gabianelle”, che dopo lo svernamento nel Mediterraneo, vi involate verso altre terre e altri mari, a voi delicate migratrici Sepulveda ha lasciato il compito di continuare a portare in giro per i cieli del mondo un messaggio universale: anche quando si è sull’orlo del baratro ci si può salvare , se si osa volare .

E voi delicate migratrici, quando sorvolerete il Cile fermatevi a Ovalle sui tetti della casa dove vide la prima luce; fermatevi sulle coste cilene del Pacifico dove sua moglie porterà le ceneri per disperderle nelle acque gelide dell’oceano. E poi spingetevi fin giù, giù ai confini della terra, in Patagonia il “ luogo dall’orizzonte infinito pieno di storie estreme “ , dove voleva assolutamente tornare, nella terra del fuoco che ha fatto immaginare e sognare a lettori di mezzo mondo. Dove ancora i mapuche, il cui sangue, dono materno che ha alimentato per settant’anni le sue vene, resistono al potere delle multinazionali così come hanno resistito alle invasioni dei conquistatori spagnoli, lì sarà custodita la sua urna cineraria a memoria della sua esistenza. Lunga, secondo alcuni parametri di una triste moda attuale. Direi breve. Ma ormai poco importa, come egli stesso spiegava in una delle sue favole.perché la vita si misura dall’intensità con cui si vive“.

Lì ai confini del modo, candide gabianelle sue amiche di viaggio fermatevi più a lungo e il vostro stridio si plachi e dia voce al silenzio dell’assenza. Poi quando vi librerete di nuovo in volo il vostro batter d’ali sia l’ultimo canto per lui.

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