l'italia andrà in guerra in libia

L’Italia andrà in guerra in Libia?

L’Italia andrà in guerra in Libia? Proviamo a rispondere analizzando i fatti degli ultimi giorni alla luce dei rischi (e degli interessi) in gioco per l’Italia

Gli avvenimenti delle ultime ore in Libia stanno gettando l’ombra lunga del terrorismo e della minaccia dell’Isis sull’Europa, e stanno tracciando un quadro abbastanza preoccupante della situazione internazionale, che minaccia addirittura di sfociare in una vera e propria guerra. Ma ancora non si sa (non con precisione, almeno) chi saranno gli attori occidentali di questa guerra contro l’Isis (qui un interessante articolo de Il Post che spiega cos’è l’Isis in 12 punti).

La situazione è delicata, e a un punto di snodo cruciale: c’è chi già da per certo un ingresso in guerra dell’Italia contro i miliziani dell’Isis in Libia. Cerchiamo di capire quanto questa possibilità sia realistica analizzando i fatti, nonché i rischi che l’Italia e l’Europa corrono con la presenza dell’Isis in Libia, e gli interessi che l’Italia ha nel paese nordafricano.

 

La ricostruzione degli ultimi eventi

Il 16 febbraio l’esercito egiziano ha compiuto tre raid, l’ultimo risalente a poche ore fa, contro alcuni obiettivi dell’Isis in Libia: a scatenare l’attacco è stata la pubblicazione di un video in cui viene mostrata la decapitazione di 21 cristiani copti di nazionalità egiziana, che erano stati rapiti tra dicembre 2014 e gennaio 2015 nei pressi di Sirte, cittadina libica controllata dai miliziani dell’Isis.

La minaccia all’Italia: “Siamo a sud di Roma”

Il video mostra l’esecuzione dei prigionieri che, inginocchiati su una spiaggia e con addosso le divise arancioni dei carcerati statunitensi, vengono sgozzati da alcuni miliziani che rivendicano la loro appartenenza all’Isis. Uno dei miliziani rivolge anche inquietanti minacce all’Italia e all’Europa: “Ora non siamo più in Siria: siamo in Libia, a Sud di Roma”, lasciando presagire un’intenzione da parte della cellula estremista islamica, figlia di al Quaeda, di colpire l’Italia e il cuore della cristianità (il Papa e il Vaticano sono già considerati da tempo obiettivi sensibili per l’Isis).

Il governo egiziano ha  indetto una settimana di lutto nazionale e, dopo essersi riservato “il diritto di rispondere nei modi e nei tempi appropriati alle uccisioni disumane” dei suoi cittadini, ha risposto in meno di 24 ore con un attacco areo, bombardando alcuni obiettivi sensibili dell’Isis, soprattutto campi di addestramento e magazzini di armi gestiti dall’Isis in Libia, provocando 64 morti tra i miliziani e numerosi feriti.

La situazione della Libia

La Libia sta attraversando un periodo di grande squilibrio politico: dopo la caduta di Gheddafi  nel 2011 durante la Primavera Araba, ci sono state due elezioni parlamentari, nel 2012 e nel 2014: queste ultime elezioni hanno visto l’elezione di Abdullah al Thinni, che attualmente è il primo ministro dell’unico governo riconosciuto dalla comunità internazionale, governo con sede a Tubruq, nell’est della Libia. A questo governo, se ne contrappone un altro, con sede a Tripoli, capitale della Libia, che è sotto il controllo dei miliziani islamici dell’Isis.

Appare chiaro dunque come la situazione politica in Libia, con la presenza di due governi, uno dei quali è di fatto controllato dall’Isis, sia alquanto difficile e delicata. In questo contesto si inserisce l’uccisione dei 21 egiziani copti e i raid militari “punitivi” attuati dall’esercito egiziano contro la Libia.

L’invito a intervenire all’Occidente

Subito dopo i raid egiziani, il premier libico Abdullah al Thani (quello ufficiale, per intenderci) ha chiesto l’intervento dell’Occidente: “altrimenti la minaccia dell’Isis arriverà in Italia”. Anche il ministro degli Esteri egiziano ha chiesto alla comunità internazionale di assumersi le “proprie responsabilità” e di prendere delle “misure contro le postazioni terroristiche che rappresentano una minaccia chiara per la sicurezza e la pace internazionali”.

 

Le reazioni dell’Occidente

I quindici membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno condannato la decapitazione dei 21 copti in Libia, definendola un atto “vile e odioso”. Delllo stesso avviso anche Barack Obama, che, dal canto suo, è già impegnato nella guerra all’Isis in Siria e Iraq insieme a Gran Bretagna e Francia. François Hollande, da parte sua, ha chiesto l’immediata riunione del Consiglio di Sicurezza Onu.

L’Italia andrà in guerra in Libia?

Lo stesso attende Matteo Renzi, che, seppure esprimendo la stessa dura condanna nei confronti dell’atto dei miliziani dell’Isis, ha usato toni più cauti, esprimendosi con “saggezza, prudenza e senso della situazione”, esattamente nello stesso modo in cui, secondo lui, va trattata la situazione della Libia. “La proposta è di aspettare il consiglio di sicurezza Onu. La forza dell’Onu è decisamente superiore alle milizie radicali” ha affermato il premier italiano.

Il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni fa eco a Renzi, affermando che “l’Italia è pronta a combattere nel quadro della legalità internazionale”, mentre il ministro della Difesa Roberta Pinotti ipotizza un ruolo centrale, addirittura di “guida” dell’Italia in una ipotetica missione in Libia, alla quale il nostro paese potrebbe dare un apporto “numericamente significativo”, schierando, sempre ipoteticamente, circa 5mila militari, come per l’Afghanistan.

Quali sono i pericoli (e gli interessi) per l’Italia?

L’idea che l’Italia debba avere un ruolo centrale in una eventuale “missione di pace” in Libia è comprensibile se si considera che l’Italia è il paese europeo più vicino alla Libia, la quale dista solo 1700 km da noi, e come noi affaccia sul Mediterraneo: è proprio dalla Libia, per giunta, che si imbarcano i clandestini che sbarcano poi sulle nostre coste (il ministro degli esteri non ha mancato di ricordare qualche cifra: dei 162mila rifugiati arrivati in Italia, 132mila sono giunti dalla Libia), e sarebbe un’ipocrisia pensare che il rischio che tra loro si infiltrino terroristi pronti a colpire l’Europa non sia quantomeno realistico.

E poi, ultimo ma non ultimo, c’è da considerare l’aspetto economico della faccenda: ovvero, gli interessi economici (petroliferi, soprattutto) che l’Italia ha in Libia. Il 21% del petrolio “italiano” viene dalla Libia, così come il 10% del gas: l’Eni ha interessi consolidati in Libia, dove è presente dal 1959. Qui trovate una “mappa” stilata da Il Sole 24 Ore nel 2011 sui pozzi petroliferi di Eni in Libia. Insomma: se la Libia dovesse sfuggire al controllo dell’Occidente le ricadute non sarebbero solo in una imminente minaccia terroristica per l’Italia e l’Europa, ma anche sugli interessi economici del nostro paese (e non solo: anche Francia e Germania importano il greggio libico).

In questo quadro, dà da pensare la decisione della Farnesina di rimpatriare gli italiani presenti in Libia: questa mattina a Roma è atterrato un aereo dell’Aeronautica militare che ha riportato in Italia i cittadini italiani che da tempo vivevano in Libia, i tecnici, i membri dell’ambasciata, che è stata momentaneamente chiusa, e lo stesso ambasciatore italiano a Tripoli Giuseppe Maria Buccino Grimaldi. Alla luce di queste valutazioni, un intervento militare in Libia da parte dell’Italia sembra non essere una eventualità lontana. Per approfondire, qui trovate un interessante articolo dell’Huffington Post sulla questione. Secondo voi, l’Italia andrà in guerra in Libia?