L’immunità della solidarietà

L’editoriale di Vincenzo Vacca.

Il 2020 è stato certamente l’ anno della pandemia da Covid 19, mentre il 2021 sarà l’ anno della vaccinazione di massa per debellare, si spera definitivamente, la diffusione del contagio di questa terribile malattia.

Infatti, quella che da tutti è stata definita “l’ immunità di gregge”, a mio parere, dovrebbe essere definita “l’ immunità della solidarietà”.

Ritengo saggia la decisione di aggiungere al bollettino quotidiano che ci informa dei numeri della pandemia: contagi, ricoveri, decessi, guarigioni, anche quello del numero delle persone vaccinate contro il virus Sars-CoV-2. Un dato, quest’ ultimo, a cui occorre dare una particolare attenzione, perché sarà direttamente proporzionale al graduale ritorno alla normalità.
A questo proposito, si spera che l’ organizzazione dei centri vaccinali sia quanto più possibile efficiente al fine di avere la possibilità di una somministrazione rapida dei vaccini.
Si faccia, quindi, tesoro delle criticità emerse in ordine alla gestione della pandemia, soprattutto relativamente ai rapporti tra Stato e Regioni,  puntando genuinamente alla soluzione dei problemi e non alla visibilità mediatica.
Quest’ ultimo proposito non vale solo per tutti coloro che rivestono delicate funzioni istituzionali e politiche, ma anche per i membri della comunità scientifica che non sempre hanno dato prova di sobrietà.
Ma anche il comportamento di ogni singolo cittadino nella lotta contro la pandemia ha una particolare importanza, perché avrà un effetto sia privato che pubblico.
Già chiudendoci in casa noi proteggiamo noi stessi, però tuteliamo anche tutti gli altri a noi prossimi: famigliari, amici, parenti, colleghi e tanti altri.
Successivamente, rispettando le varie disposizioni sulla base dei “colori” attribuiti alle Regioni.
È fuori di dubbio, come già accennato, che la soluzione definitiva è il vaccino e che è necessario che almeno il 70% si sottoponga a vaccinazione per spegnere la marcia dell’ infezione.
Questa vaccinazione di massa, credo unica nella storia dell’ umanità, costituisce una forma di autocoscienza collettiva, in quanto è il Paese intero, e non è esagerato dire il mondo intero, si prende cura di se stesso.
È una situazione nella quale siamo dipendenti dagli altri, ma nello stesso tempo abbiamo una nostra personale responsabilità, infatti il pericolo della pandemia sta nel trasformare tutti in potenziali vittime e possibili untori, innescando una paura di tutti nei confronti di tutti.
Come non mai, il ” nessuno è un’ isola” in questa drammatica fase storica assume una valenza straordinaria e si pone come soluzione alla sospensione delle nostre vite che stanno pagando un prezzo molto caro, sia in termini di decessi che nella possibilità di una socialità completamente impossibilitata.
La pandemia ci  fa capire ancora di più l’ importanza dei legami sociali, la loro intrinseca essenza per definirci compiutamente umani, soprattutto in considerazione del fatto che la esposizione al contagio fa emergere platealmente il limite dell’ onnipotenza del progresso, il quale, mediante la scienza, ci aveva illusi sulla immunizzazione dai flagelli primordiali.
Il tutto ha messo a nudo la nostra estrema fragilità. Una fragilità che pensavamo di poter mettere in secondo piano nei nostri progetti di vita.
Stiamo vivendo, come non mai dall’ era moderna, una paura globale che universalizza la negazione del normale agire umano, sottoponendoci a forme comuni di sopravvivenza.
Perfino la morte è trasformata in un mero dato biologico, senza alcun tipo di commiato, sganciata dalla comunità di appartenenza e sottratta a qualsiasi rito che possa ricordare in qualche modo il percorso di vita del deceduto.
Se è vero che si muore sempre da soli, però è indubbio che la situazione che stiamo vivendo rende la morte davvero crudele, un dato spietatamente numerico.
Pur partendo da una situazione di eccezionale bisogno, viviamo una forma di straordinaria compartecipazione che non ha uguali in ordine alle modalità di reazioni difensive rispetto alla pandemia, creando paradossalmente una comunità che cerca una via di uscita valida per tutti, perché è in gioco il destino comune. La salvezza sarà possibile solo se diventa collettiva.
Questa speranza ricostruisce su basi inedite una comunità attraversata su un diverso sentire civile e politico, in quanto pone il problema della difesa dalla malattia e quello della rinascita.
Sulla base di queste modeste riflessioni, credo che la decisione di vaccinarsi realizzi anche un attestato di appartenenza ad una nuova comunità che fa nascere le sua aspirazioni alla luce della drammatica esperienza della diffusione del Covid.
Questa considerazione potrebbe prestare il fianco alla obiezione che rientrerebbe nel desiderio di una narrazione speranzosa, tuttavia io credo che quello che stiamo vivendo non può non produrre cambiamenti nel senso comune. Sta alle donne e agli uomini di buona volontà fare in modo che vengano valorizzate le azioni volte a un comune progresso. Progresso pasolinianamente inteso.

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