audience porta a porta

Libertà di stampa ed etica: la libertà non è amore per l’audience

Essere allibiti è poco. Non basta lo sgomento di un’istante a modificare la gravità di quello che è accaduto. Audience e visibilità a tutti i costi.

Essere allibiti è poco. Non basta lo sgomento di un’istante a modificare la gravità di quello che è accaduto, perché questo non è che l’ultimo episodio dimostrativo della veemente ingiustizia e miseria che si nasconde dietro il clamore dell’audience e della visibilità a tutti i costi.

L’episodio è quello della trasmissione ‘Porta a porta’ guidata da Bruno Vespa, trasmessa su Rai 1 il 7/04/16, dedicata a Salvo Riina, figlio di Totò Riina, per consentirgli di pubblicizzare un suo libro. Di certo l’intento è riuscito, di certo avremo un nuovo best-seller di cui la casa editrice andrà fiera e di cui la trasmissione stessa godrà benefici in termini di audience, non si dimentichi il clamore già avvenuto per Casamonica. I protagonisti sono tutti lì, gli stessi, e continuano a beffeggiare i tanti onesti perché contro corrente alla ricerca della verità e non della visibilità e della macrofama.

Questo è il punto.

La Costituzione ci annuncia il diritto di parola… ma c’è parola e parola.

Questo caso ha reso esorbitante un diritto mal costruito. Non è perché c’è diritto di parola che si può offendere la memoria e la Costituzione stessa. Il Riina rifiuta di parlare di Falcone e Borsellino “per evitare strumentalizzazioni”. Di che parla? A chi parla? Quali strumentalizzazioni? Se strumentalizzazione c’è stata, è proprio nell’uso di un microfono dal quale mai avrebbe dovuto annunciare il suo niente.

Le vittime parlano da sole, tutte, soprattutto quelle che hanno lottato per difendere la Costituzione e impedire che perdesse il suo senso.

Ovunque si proclama la par condicio… ma la parità non dimentica le colpe. Questo caso ha creato disparità tra la giustizia e la verità taciuta e la libertà di dichiarare lo Stato incomprensibile perché “ha privato un figlio di suo padre”, così ha asserito il Riina non condividendone l’arresto. Forse lo Stato doveva chiedere il permesso per cercare la verità? Forse che una colpa evidente può essere punita solo se la famiglia accetta la pena?

Questo è lo Stato “fai da te per te” della nuova oligarchia mafiosa nel quale i cittadini controcorrente, quelli beffati nel cuore della propria lealtà alla verità, non potranno e non dovranno mai identificarsi.

Si parla spesso dell’amore in famiglia, del rispetto dei genitori… l’amore, però, vede e cura il male. Non si giustifica il male per amore. Si denuncia se si ama, ci si riscatta rispetto a chi uccide altri padri, madri, figli. “Amo mio padre (…) non devo giudicarlo”, forse, ma neanche deificarlo. L’arma dell’amore è quella del cambiamento non quella dell’implicita ignavia.

Che cosa è lo Stato? Lo stato è “l’entità in cui vivo” risponde semplicemente. Lo Stato, però, non è cosa semplice. Lo stato non è un’entità esterna ed estranea. Lo Stato sono le persone che lo costituiscono e che sposano regole e condotte per amministrare il bene comune.

Forse non è più così. Forse è questo che motiva tali presenze nella televisione pubblica: lo Stato non ci appartiene più, non siamo più tutti noi, è qualcosa che può essere modificato a piacimento e per la propria convenienza. Questo dovrebbe fare riflettere molto.

Inoltre, non si può usare ed abusare della televisione di Stato, se non si crede nello Stato. Non è ammissibile che questo venga consentito. Eppure, è andata così.

Questo è un altro punto.

Il giornalismo è testimonianza e, come tale, è responsabilità. Il giornalista che si prostra alla dea visibilità, smentisce la deontologia della sua arte.

In cerca di momenti di gloria c’è chi si perde i momenti di vita. Non è innaturale il bisogno di visibilità in sé; lo diventa quando,pur di ottenerne, ci si vende al miglior offerente. Nessuno è esente dal desiderio che venga riconosciuto un lavoro, ma mai svendendo l’anima e le idee al miglior offerente; mai perdendo originalità e pudore.

Testimoniare è una “legge” inscindibile dall’onestà e dalla giustizia. Mai mentire per guadagno, né cambiare ciò che si è per divenire servi del successo.

C’è un’etica della parola, scritta o pronunciata, che è alla base di ogni libertà, ancora di più nella misura che devono dare a se stessi coloro che hanno la libertà di parlare agli altri, di veicolare immagini e idee.

Il punto non è nel luogo comune che la libertà” non è fare ciò che ci pare” o che “finisce quando comincia la libertà dell’altro”, ma che essa prosegue insieme alla libertà dell’altro nel rispetto reciproco in onestà verità e giustizia.

Chiunque tradisca questo, è fuori dal discernimento e tradisce la propria deontologia professionale e umana. Se lo fa chi è investito del ruolo di impiegare la parola per originare senso e direzione, c’è una totale perdita del valore della libertà che ogni comunicazione deve contenere.

L’etica del giornalista coincide, o deve, non con la micro o macro fama personale, ma con la consapevolezza della correttezza implicita ed esplicita del proprio operato.

Questo, uno Stato di diritto, una televisione pubblica, i cittadini che non vogliono smarrirsi nella infeconda e sordida politica dell’apparire, non lo possono consentire.

Dice A. Gramsci “che quando c’è contrasto tra etica e politica allora c’è crisi”(Q. 6, 1930). In effetti, etica e politica si stanno separando e stanno svendendo il proprio valore all’immagine vuota del potere stesso. Vuota e nociva perché si autoalimenta deponendo le sue scorie sul vero e il bello intorno infamandolo.

di Loredana De Vita