Letta incassa la fiducia alla Camera, i nodi centrali del discorso

Il governo Letta ottiene alla Camera la scontata fiducia, 453 sì, 153 no e 17 astensioni. Pd-Pdl-Sc-Cd-Psi compatti, tranne qualche dissidente come Pippo Civati dei democratici. Ovvio e attuato il no di Ms5, Sel e FdI,mentre la Lega temporeggia con l’astensione.

Questa la conta. Il discorso di Letta è invece improntato a dare la sensazione che qualcosa, all’orecchio dell’emiciclo e di Palazzo Chigi, è forse finalmente arrivato, e la sparatoria di ieri è stato lo spunto iniziale nel discorso dell’ormai neo-premier per sottolinearne il livello di criticità raggiunto dal disagio sociale, a cui porre freno.

Dopo i ringraziamenti a Napolitano, inizia l’attacco alla diffidenza della nazione, i più avranno ascoltato con un misto di sospetto e speranza, anzi forse i più non hanno ascoltato: un’accorta e doverosa osservazione il capo del governo l’ha fatta sul partito degli astenuti, ben 11 milioni di persone restate a casa a febbraio, due milioni in più del 2006, dato record nella storia repubblicana.

E poi, nei copiosi quasi 50 minuti, si sono toccati i punti più disparati e disperati della difficile matassa da sbrogliare. Subito l’affondo sulla «macina» del debito pubblico che grava sui giovani: «basta con i debiti scaricati sulla vita delle generazioni successive… [ ] …la riduzione fiscale senza indebitamento sarà un obiettivo a tutto campo» come anche «coniugare una ferrea lotta all’evasione con un fisco amico dei cittadini, quindi controllo dei conti pubblici sarà serrato ma «di solo risanamento si muore», perché l’Italia non cresce più da dieci anni. Applausi bipartisan, anche da chi qualche responsabilità per questo stop l’ha avuta, eccome. Quindi annuncia un viaggio verso i paesi più influenti a Bruxelles («L’Europa può tornare a essere motore di sviluppo sostenibile solo se si apre») per garantire fermamente la posizione europeista dell’Italia in un contesto però che favorisca maggiormente la crescita economica.

Poi via l’Imu, l’odiosa imposta va abolita da subito con «lo stop dei pagamenti previsti per giugno». La priorità assoluta e decisiva è rappresentata dal lavoro per Letta, che si impegnerà con la compagine di governo per far si che le imprese siano agevolate ad assumere i giovani «a tempo indeterminato in una politica generale di riduzione del costo del lavoro».

Poi tra una parola e l’altra di tono molto istituzional-concettuale su immigrazione e welfare, viene infilata quella che viene vista come la condizione che ha portato la Lega a questa sorta di appoggio esterno non dichiarato, con la promessa di una rapida nomina del commissario unico per il tanto amato Expo a Milano.

Un passaggio importante che finalmente sembra una secchiata di acqua fresca sul fuoco dell’antipolitica  Letta lo lancia quando annuncia che il governo si impegna ad abolire «la legge approvata (sui rimborsi elettorali) e introduciamo più controlli e sanzioni anche sui gruppi regionali», finanziamento pubblico mascherato che sarà sostituito dal sostentamento volontario dei cittadini attraverso la dichiarazione dei redditi. Annuncio pare anche per la sorpresa degli stessi, è l’impegno del taglio dello stipendio ai ministri parlamentari, con annessa e subitanea pacca sulla spalla del vice-premier Alfano. Nei tagli, sforbiciata netta alle Province, verso l’abolizione definitiva.

Poi il capitolo delle riforme istituzionali. Il premier ha indicato 18 mesi di tempo per l’avvio reale che traghetti verso il «porto sicuro» della loro attuazione, scaduti i quali non ci sarà nessuna «esitazione a trarne immediatamente le conseguenze» personalmente, e poi ha promesso che le politiche di febbraio sono state le ultime votazioni con la legge elettorale vigente, auspicandone una nuova o magari un ripiego mal che vada al Mattarellum, «che sarebbe comunque meglio del Porcellum».

Strigliata al M5s, per cui si rifà riferimento all’area semantica dello ‘scioglimento’, già utilizzato in diretta streaming da Letta durante le consultazioni per spingere all’appoggio sulle riforme, le quali devono avere secondo il premier la più larga maggioranza possibile. Ma gli unici strappi all’impassibilità dei grillini in aula sono quelli ottenuti nei passaggi sul ricordo dei due carabinieri vittime della sparatoria e all’annuncio del taglio dello stipendio ai ministri parlamentari.

Per ora, un piccolo segno di una convivenza non facile si è palesato quando Brunetta nel discorso sulle intenzioni di voto ha voluto precisare la posizione di fronda del Pdl contro quella parte di magistratura politicizzata che insegue l’avversario politico con «qualsiasi arma». Silenzio del Pd sull’argomento, infatti Speranza svia citando Don Milani per non intaccare il precario equilibrio (a sensazione) di questo esecutivo: «a che serve avere mani pulite, se si tengono in tasca?»

Quanto si son sporcate, ma soprattutto quanta volontà politica di strofinarle e detergerle per tendere a una pulizia, non allo sporco che infanga istituzioni e società tutta: l’Italia adesso attende al varco dei fatti.

Giancarlo Manzi

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