Le malattie dell’anima (disturbi alimentari)

Le malattie dell’anima – Una volta una persona ha detto che il mondo sarebbe un posto migliore senza specchi…

Mi è sempre piaciuto definirle cosi: malattie dell’anima.

Conferisce una sorta di misteriosita, di oscura profondità, di eterna dannazione, e si sa, gli animi dannati hanno sempre un fascino tutto loro.

Come se si cercasse di trovare a tutti i costi una bellezza nera in un qualcosa che di bello ha ben poco, o forse mi piace chiamarle così semplicemente perché i loro veri nomi mi fanno ancora paura, e ogni volta che mi trovo a pronunciarli mi viene un senso di nausea misto a un fastidioso senso di vergogna.

Oggi invece ho deciso di scrivere e chiamarle con i loro veri nomi: Bulimia e Anoressia.

Sono nomi che oramai, si sentono continuamente in televisione e sui giornali.

Anche nelle scuole e sul web, tutti parlano dei disturbi alimentari. Parlarne dovrebbe servire a informare, a far capire che esistono, anche quando non le si vogliono vedere. Ma, soprattutto, bisogna far comprendere che sono malattie che non devono essere sottovalutate, o ignorate e sminuite. Bisogna far attenzione.

Credo che, il passo dal fare informazione, al far diventare due drammi che divorano l’anima di tante persone, argomento da salotto o da bar sia molto sottile e già obsoleto.

È un mondo che vive di mode, di tendenze, è un mondo in cui la superficialità regna sovrana, insieme alla costante voglia dell’essere umano di giudicare il prossimo.

Come anche il parlare del dolore altrui, ho sempre più l’impressione che si stia trasformando in questo.

Tutti si sentono in grado e in diritto di dire la loro al riguardo pur senza saperne nulla veramente.

Gli stessi che puntano il dito e fanno la battuta sulla ragazza grassa, o che indicano, isolano e deridono, la ragazza che a diciotto anni pesa quanto una bambina di dieci anni, si riempiono la bocca di tante parole vuote e spesso insensate che poi “sputano” davanti ad un caffè, per sentirsi forse più intellettuali, più interessanti e sensibili agli occhi degli altri e forse anche per il proprio ego.

Magari, subito dopo passare ad altro argomento del tutto futile.

Tutto questo non sensibilizza la società, e soprattutto, non aiuta chi si trova a combattere contro questi due “mostri”, anzi, essi si sentono ancora piu soli e incompresi, più soli e umiliati.

Conferisce solo il diritto a tanti “ignoranti” sull’argomento, di ergersi a giudici, a pavoneggiarsi, nelle loro sterili opinioni, che lasciano il tempo che trovano. 

Per questo credo, che non sia importante quanto si parli di un argomento, ma dello spessore di come lo si affronta.

Se si vuole “aprir bocca” e parlare bisognerebbe accertarsi prima di esserne in grado.

Oppure meglio optare per il rispettoso e dignitoso silenzio.

Questo è il motivo per cui oggi mi ritrovo davanti ad una tastiera, cercando le parole giuste, che ancora non sono sicura di riuscire  a trovare, per spiegare un qualcosa molto più grande di me, e che ancora, io stessa, stento a capire .                   

Frasi come “non vado bene”, “non sono abbastanza”, “oddio mi sento a disagio”, “voglio  scomparire”.

Ripetetevelo ogni giorno, ogni ora, ogni volta che qualcuno vi guarda, ogni volta che voi vi guardate.

Ogni volta che qualcuno dice una parola che vi ferisce, ogni volta, perfino quando qualcuno vi fa un complimento ed arrossite, perché voi quel complimento non sentite di meritarvelo.

Ogni volta che qualcuno va via dalla vostra vita, ogni volta che vi sentite rifiutate da un mondo, di cui credete mai vi sentirete realmente parte, ripetetevelo.

Continuamente.

Ecco, benvenuti nel cervello di una bulimica, di un’anoressica.

Quello è il codice d’accesso.

Non fate caso al disordine che c’è li dentro, per questo tipo di menti è il solo arredamento possibile.

Si sta scomodi, inutile nasconderlo ma siate comprensivi, vi prego.

C’è talmente “tanta roba”, molto più di quella che si trova in un cervello qualsiasi.

Paura, insicurezza, ricordi, fragilità, rabbia, inadeguatezza, dolore, limiti insuperabili, senso di colpa, odio, amore, vergogna, tanta tristezza…

Tutta questa “robaccia” che di solito viene elaborata e superata, rimane incastrata, si accumula come i vestiti su una sedia di una persona che non ha mai il tempo per riordinarli nell’armadio.

S’insinua senza chiedere permesso in ogni cosa e addirittura preme così forte su tutto ciò che incontra che lo distrugge, lasciando solo i resti e tutto il disordine che potrete vedere.

Ora capirete bene che, per chi ha tutto questo in testa, trovare una soluzione per liberarsene diventa un’ossessione, o meglio, una malattia.

Bisogna trovare nuovo spazio, che possa contenere almeno una parte di tutto ciò che non si riesce a far uscire fuori, così da poter essere ancora capaci di far entrare anche altro.

Magari, anche qualcosa di buono, cosi da poter continuare a lasciare una porta aperta al mondo.

Così da non rimanere soli, chiusi con tutto quel peso addosso, tutta quella sporcizia.

Bisogna trovare uno spazio nuovo, per riuscire a salvarsi. Ma come?

Serve un sacco, un bel sacco, grosso, riempibile e svuotatile all’occorrenza.

Un sacco tutto nostro di cui avere il completo controllo.

Tutto il controllo che invece sentiamo di non avere sulla nostra vita: lo stomaco.

È quando si arriva a questa conclusione , è quando arriva questa maledetta e disperata necessità che si accende inconsciamente una lampadina che sembra contenere tutte le soluzioni.

Lampadina, che invece di portare luce si fulmina ben presto, lasciandoci al buio.

Al buio, in un labirinto pieno di meandri oscuri . Per uscirne bisogna iniziare una guerra, una guerra dolorosa, spietata e logorante contro il più grande e forte nemico che avremmo mai potuto incontrare: noi stessi e il passato.

Cito una frase di uno dei libri che amo, “Nessuno si salva da solo”, pronunciata dalla protagonista che è malata di bulimia :” -“Tu non hai idea quanto dolore sia legato al cibo”-.

Provate a concentrarvi su questa affermazione.

Soffermatevi e riflettete.

Il cibo è vita, mangiare è vita, e come ripete sempre mio padre, -“senza carburante la macchina non parte “-. 

Mangiare è una cosa naturale ed è una cosa bella . Quando invece il cibo diventa un nemico, un’ossessione, quando nutrirsi diventa non una normalità ma una tortura o al contrario ingurgitare ogni tipo di cosa commestibile ti si presenti avanti, diventa il tuo unico pensiero, è chiaro che il reale problema sia con la vita, con la propria vita.

Non è una scelta, un capriccio, un vizio, una moda.

Nessuno sceglie di stare male, nessuno gioisce nel soffrire.

Errore, comune e pessimo, è pensare che una ragazza diventi bulimica o anoressica perchè non ha nulla a cui pensare, o perchè le piace stare male e avere l’interesse di persone per lei . Quante volte si è sentito gente ripetere -“Perché ti devi rovinare la vita?, sei bella, sana non ti manca nulla, forse hai fin troppo, è questo il problema, ti comporti da bambina viziata, smettila di fare la scema è cresci!”.

Ma chi ascolta, resta li a fissarli, senza risposte, senza la forza di controbattere e di fare presente che ci si prova, da tempo, o forse da tutta una vita, a essere come loro vorrebbero, ad “essere normale”, ma non ci si riesce e ogni volta che si cade, ci si fa sempre un pò più male e ci si odia sempre un pò di più.

Ma che sopratutto, si odiano quelle loro frasi che colpiscono ogni volta senza nessuna pietà.

Dunque io odio, odio da morire, pensare che ci siano realmente persone che credono che qualcuno possa scegliere di sentirsi così.

Di vivere così. 

La mia domanda è: direste mai ad una ragazza con il cancro di smettere di lagnarsi?

Le direste mai perché ha scelto di farti venire il cancro? 

Se le piace stare in quelle condizioni? Non credo. Purtroppo, però lo si fa con una ragazza che apre il frigorifero e riempie il famoso sacco di tutto ciò che trova, e non per fame.

Non sapendo che la fame con la bulimia non c’entra nulla, ma sente di colmare quel vuoto, con il quale convive, soltanto mangiando fino a scoppiare.

Fino a che fa male per poi liberarsene subito dopo mettendosi due o tre dita in gola. Riempirsi e svuotarsi continuamente come unico anestetico a se stessa e al proprio dolore.

La tragedia è che è tutto illusorio, vomitare non la fa realmente sentire meglio.

Spaccarsi la bocca non la fa sentire meglio.

Mangiare un pacco di biscotti intero insieme alla pasta, alla Nutella, al miele e all ‘insalata tutto insieme, non la fa sentire meglio.

Avere dolori tutto il giorno neanche. Eppure non si riesce a fermarsi, non si riesce a farne a meno, anzi più si accorge che non migliora niente, più la patologia si rafforza e prende il controllo su di lei.

Stessa cosa vale per una ragazza che pensa che soltanto diventando trasparente potrà essere accettata e amata.

Soltanto eliminando il cibo ingurgidato potrà finalmente sentirsi bene con se stessa e il suo corpo che tanto odia.

Una ragazza che pensa che riuscendo a fare a meno del cibo si sentirà più forte, più bella, più pulita.

Una ragazza che pensa che più la sua corporatura diventi piccola, più gli altri le daranno affetto, come quando era bambina.

Perchè è questo quello che pensa.

É tutta una continua e perenne ricerca di affetto e cure, e chi è più accudito di una bambina da una mamma e un papà?

Questo fino a che, anche mangiare una sola fragola diventa la più ardua impresa, fino a che non ci si ritrova in un letto di ospedale alimentata forzatamente o in altri, troppi casi, fino a che non si muore di fame. Nonostante l’inizio di queste patologie si basi proprio su una estrema e profonda mancanza affettiva, quasi come un ulteriore scherzo del destino, entrambe le malattie rendono chi ne soffre, piano piano, sempre più introverso, più nervoso, più distante dal mondo e anche chi gli dimostra affetto inizia a essere visto come un nemico che non può aiutare, anzi può soltanto fare altro male.

Ma, provate anche qui a immedesimarvi : pensate di avere una fortissima gastroenterite e tutti per curarvi vi mettessero davanti  un piatto di amatriciana grondante d’olio e pancetta, probabilmente anche voi prendereste il piatto e lo buttereste via cominciando seriamente a dubitare del grado di intelligenza di chi ve l’ha portato.

Un anoressica si sente così quando la obbligano a mangiare.

Provate invece ora a immaginare amplificato per mille, quel desiderio inarrestabile di cioccolato e gelato dopo una grande delusione d’amore, pensate di dover convivere con quel bisogno costante e implacabile e chi vi sta vicino invece vuole per forza che voi rispettiate una stupida dieta che prevede 50 gr di pasta.

Probabilmente verrebbe naturale anche a voi iniziare a rubare il cibo di nascosto, escogitare modi per restare sola con l’amico frigo. Questi non sono capricci, sono malattie e nessuno sceglie volotariamente di ammalarsi.

Bulimia e anoressia, che spesso vengono confuse o si pensa siano la stessa cosa, sono invece, due facce della stessa medaglia,  se pur completamente e diverse tra loro. Ma allo stesso tempo unite, tanto che spesso finiscono con il mescolarsi e alternarsi senza lasciare un attimo di tregua a chi ne soffre.

Sono malattie ancora più difficili da combattere, perché non esistono medicinali, antibiotici, antidoti, non esiste niente oltre la forza di volontà e il coraggio di chi decide di uscirne, prima che sia troppo tardi.

E ce n’e vuole tanto di coraggio, ve lo l’assicuro.

Chi inizia un percorso di cura deve armarsi di tanta umiltà, tanta da riuscire ad ammettere che da sola non ce la si fa più.

Bisogna essere pronti ad affrontare costantemente la paura di fallire e di sentirsi dire che non si ha molto tempo prima di finire nel baratro.

Bisogna andare a resuscitare i fantasmi e demoni del passato e decidere di affrontarli.

Bisogna imparare a non vergognarsi, a non nascondersi perchè bisogna considerare che neanche la tua malattia è una colpa nonostante molti vogliono fartelo credere.

Bisogna imparare a fregarsene finalmente di ciò che gli altri pensano e di continuare a combattere con chi ti ritrovi vicino che non comprende per forza tutti gli alleati che vorresti affianco.

Bisogna imparare ad allontanarsi da chi ci fa del male volontariamente o non.

È non è facile… bisogna saper chiudere la porta in faccia a chiunque ti faccia sentire sbagliata, non importa se si parla di uno sconosciuto, di un genitore, un amico o di un amore.

Devi ricordarti che, non puoi permetterti di perdere di vista il tuo obbiettivo.

Bisogna avere la forza di mandare giù almeno una fetta biscottata perchè non si vuol consentire al proprio stomaco di atrofizzarsi. Bisogna avere pazienza e tante altre cose che non starò qui ad elencare ma che vanno rispettate. Chi inizia questa guerra va rispettato! 

Vorrei essere ancor più capace di trasmettere attraverso la scrittura, un dolore così grande, vorrei tanto saper spiegare meglio cosa significa avere avanti una Philadelphia e pensare che non ce la fai proprio a guardarla, figuriamoci mangiarla.

E che se riesci a mangiarne un po’ sei destinata a pensarci per tutto il resto della giornata.

Vorrei avere più parole per descrivervi il senso d’impotenza, di solitudine e di vergogna che si prova dopo aver svuotato il frigorifero o il malinconico compiacimento e orgoglio che ti riempie dopo aver vomitato anche la tua stessa anima . Vorrei spiegarvi meglio la rabbia che si prova quando capisci che non riesci più a uscirne, quando nessuno capisce cosa provi e perché non stai mai realmente bene.

Vorrei tanto riuscire a esprimere quanto sia devastante avere la consapevolezza che una persona esce dalla tua vita per il tuo essere così sbagliata, così complicata, così arrabbiata con tutto e tutti.

Vorrei poter dire cosa significhi fare “testa e muro” ogni volta che senti di doverti punire per questo.

Vorrei riuscire a esprimere il senso di colpa con cui si convive, perché la tua malattia fa del male e logora anche chi ti sta intorno, oltre che te stessa.

Vorrei poter far capire quanto forte, a volte, vorresti urlare a chi ti sta vicino, che sei stanca di combattere e non vincere.

Vorresti urlare – “non sto bene e no, non sono forte, e voglio solo che tutti tacciate e mi lasciate in pace”- ma invece continui a indossare la tua maschera, a sorridere e farti “masticare” da un mondo che è tutt’altro che buono.

Vorrei potervi far vedere quanto è brutto “specchiarsi” negli occhi degli altri e sentirsi orrenda e non importa quanti complimenti tu riceva o quanto tu possa piacere . Vorrei poter far provare quanto una risata o una battuta possano uccidere.

Vorrei poter far capire cosa significa guardare chi ti ama e ti vuole bene piangere e chiderti di essere forte ma tu la forza non sai più dove prenderla da troppo tempo.

Vorrei riuscire a far comprendere cosa significa convivere per anni con questi due mostri che si alternano, nascondono, fortificano tanto da arrivare a considerarli parte di te, come se fossero due amiche di vecchia data

Vorrei parlarvi molto più a lungo del mantello dell’invisibilità che ti senti addosso, simile a quello di Harry Potter, quando chi vive insieme a te non si accorge di nulla, o ancora peggio, non vuole vedere e tu allora alzi ancora più il tiro, come fosse una sfida a chi la vince.

E infine vorrei farvi sentire cosa si prova quando si pensa di non meritare di essere felici, cosa si prova a pensare di non meritare di essere amati, nonostante se ne senta un bisogno pazzo e per questo si finisce con l’accontentarsi di qualche briciolina di ciò che più si avvicina all’amore. Vorrei farvi capire cosa significa accontentarsi di un abbraccio, di un bacio, di una mano, consapevole che ci sarà solo per qualche ora e non di più.

Ripetersi che va bene così, che te lo farai bastare, anche se non è l’amore che tu vorresti , anche se non è niente di ciò che ricordi, ti ripeti che va bene uguale,  perchè una come te questo si merita . Vorresti ma non ne sei capace, forse perché chi, queste cose non le vive, non potrà mai, ed aggiungo per fortuna, comprenderle.

Una volta una persona, che ancora sono indecisa se ritenere solo completamente pazza o pazza ma geniale, ha detto che il mondo sarebbe un posto migliore senza specchi. Affermazione utopistica certo, ma interessante.

L’eliminazione di specchi ci renderebbe molto meno schiavi del nostro lato estetico.

Effettivamente, non potendoci guardare questo forse ci renderebbe meno insicuri e quindi attenuerebbe eventuali “non accettazioni” della propria persona.

Ci ho riflettuto a lungo, ma non sono concorde.

Non lo sono, perché penso che anche eliminando dalla faccia della terra qualsiasi tipo di superficie riflettente non potremo mai eliminare gli specchi che temiamo, probabilmente, di più, quelli che hanno il potere di distruggerci o di farci vedere perfetti e sono gli occhi di chi ci guarda.

Sono loro gli specchi più severi e pericolosi e da quelli non potremo mai scappare.

Per questo, vi supplico, fate attenzione a come guardate gli altri, fate attenzione, perché ognuno di noi ha armi potentissime che spesso sottovaluta.

Guardate gli altri con dolcezza, guardate gli altri senza giudicare, guardate una ragazza con dei chili in più e pensate che sta combattendo anche lei, la sua guerra personale e che ha bisogno di vedersi bella riflessa nei vostri occhi.

Guardate con dolcezza una ragazza che a ristorante invece che mangiare la pizza, come tutte le altre, non tocca nulla. Guardatela, ma cercate di farla sentire bene. Usate i vostri occhi per guarire chi ne ha bisogno.

Tutti hanno il diritto di essere guardati come se fossero perfetti così come sono . Guardate chi vi sta intorno con amore, perché vi assicuro è la più grande cura che esista.

Accarezzate, chi ne ha bisogno, con gli occhi, perchè chi vive con questi vuoti dentro ne ha un disperato bisogno anche se non lo dice e difficilmente chiede aiuto. Ricordatevi vi prego, che l’amore è solo l’ amore, come sempre, a poter guarire chi ha un’anima malata

di Federica Braibanti