Lady in the city: L’eredità. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, padri dell’antimafia

Lady in the city

Rubrica di Eliana Iuorio

Un libro-testimonianza, sull’impegno di tanti che hanno raccolto il testimone dei due magistrati, trasformando la passione civile in impegno. A venti anni dalle stragi

Incontro con Alex Corlazzoli, maestro, giornalista e scrittore, autore de “L’eredità: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, 1992-2012, le loro idee camminano sulle nostre gambe” , Altraeconomia editore.
Un uomo innamorato della terra di Sicilia con la quale ha un rapporto viscerale, che tornato al suo nord, non smette di raccontare quel che è accaduto e parlare di mafie, di quel che accade, anche in terra padana.
Qual è, l’eredità cui alludi, nel titolo e quanto questa pesa, sulla società civile?

L’eredità cui faccio riferimento è quella lasciata da Falcone e Borsellino e da tante altre vittime delle mafie; a vent’anni dalle stragi, ci rendiamo conto che il messaggio, l’opera di Falcone e Borsellino continuano a vivere. A ben riflettere, lo “scatto” del fotografo Tony Gentile è appeso ovunque, come un simbolo, La testimonianza umana e professionale lasciata dai due giudici siciliani è stata recepita da magistrati come Antonio Ingroia e da tante altre persone; tanti, i cittadini che hanno cambiato la propria vita, dal 1992: penso al “Titta” della Valcamonica, che mai, prima di allora, avrebbe pensato di raggiungere la Sicilia per portarvi i Camuni, a rendersi conto delle realtà sociali presenti sui beni confiscati.
Strano – penso spesso – che quella bellissima foto, memoria e  mònito per ciascuno, sia davvero ovunque, tranne che nelle sedi di partito…

Il libro contiene anche degli scritti inediti di Antonino Caponnetto, che hai conosciuto ed al quale ti legava un rapporto di amicizia. Insegnamenti di cui hai fatto tesoro…

Nino Caponnetto, si faceva chiamare “nonno”, da noi giovani; conservo ancora gelosamente dei bigliettini in cui si firmava “Nonno Nino”.. per me è sempre stato un punto di riferimento serio; pensa che la prima persona che volle sapere come era andato il concorso magistrale del 1999 è stato lui. Devo confessare che mi manca davvero tanto; ricordo nitidamente quel giorno a Palazzo vecchio, a Firenze, quando nella sua bara, deposi un oggetto per me estremamente significativo: una coppola dove dietro c’era scritto “Noi siamo i palermitani onesti”, dono ricevuto dai ragazzi di Crema con me in visita a Palermo, da Leoluca Orlando.
“Nonno Nino” mi ha insegnato quel “mordere la vita” di Tonino Bello, che lui soleva ripetere a tutti; lui ha davvero “morso la vita”, su e giù per il Paese per incontrare i giovani, per raccomandargli di andare sempre a testa alta ed a non perdere un solo istante della nostra vita. E’ con amarezza, che convengo con quanto mi dice anche la moglie di Nino, con la quale mi sento spesso: “l’Italia ha dimenticato un uomo come lui” Credo che abbia assolutamente ragione, un attore come Marco Paolini, quando afferma che nel nostro Paese “la memoria dura quanto un orgasmo”; noi dovremmo essere tutti più “afflitti” dal “vizio della memoria di cui parla Gherardo Colombo ed invece facciamo in fretta, a dimenticare persone e fatti che dovrebbero essere costanti , per affrontare al meglio in nostro presente, ancor prima di pensare ad un futuro. Ad Uffanengo, il mio paese, ho faticato non poco, per ottenere la cittadinanza onoraria per Nino e per Rita Borsellino, ma alla fine l’ho spuntata anche sulla riottosa giunta di centro destra.

Conosci Salvatore Borsellino ed il Movimento nato con lui, quello delle Agende Rosse. Cosa ne pensi e qual è, la tua ipotesi, sul “mistero” legato alla scomparsa dell’agenda di Paolo Borsellino?

Salvatore ed i ragazzi, hanno avuto il grosso merito di riprendersi via D’Amelio; non a caso, ho dedicato un capitolo del libro alle “passerelle”: dalla citofonata di Berlusconi del 1994, alla sorella Rita  (“Signora, come si combatte, la mafia?”), alle presenze, negli anni, a scopo strumentale dei vari Cuffaro ed altri politici. L’anno delle primarie del Pd, Franceschini e Veltroni, non esitarono a recarsi sul luogo dell’attentato a Borsellino; alla domanda mia e di Gregorio Porcaro (viceparroco di Don Pino Puglisi) sul motivo per cui Veltroni fosse lì, in quell’occasione, la sua risposta fu che lui c’era sempre stato, ma non aveva mai visto noi.
Da quando, nel 2009, Salvatore, al grido di “Via D’Amelio è stata una strage di Stato”, ha praticamente allontanato tutte le “comparse” che di anno in anno si avvicendavano sul posto per portare corone di alloro od osservare finti minuti di silenzio, tutto ha acquistato un valore unico. Oggi, chi si reca lì, lo fa perché sposa l’idea di Salvatore ed è anche un modo per sostenere chi, tra inquirenti e magistrati, vuol far vera luce su questa vicenda. Rita Borsellino ha scelto di restare a vivere lì.
L’Agenda Rossa è il simbolo della strage di Stato, di tante domande che non hanno avuto ancora risposta; Vincenzo Calcara (l’uomo che avrebbe dovuto materialmente compiere un attentato a Paolo Borsellino, oggi completamente a sostegno delle lotte antimafia) ha visto Borsellino stringere quella agenda tra le mani e sostiene che il magistrato avesse appuntato sulla stessa Agenda del viaggio che Calcara aveva compiuto a Roma per portare del denaro a Marcinkus.
Quell’Agenda rappresentava e rappresenta un pericolo, per chiunque avesse partecipato al sodalizio criminale tra mafia, pezzi deviati dello stato, vaticano, massoneria e magistratura corrotta; non si troverà mai, che altrimenti “salterebbero quelle ombre” di cui parla spesso Calcara.

Tu scrivi per Il fatto Quotidiano, per il quale gestisci un tuo blog. Ho riletto un post di qualche tempo fa, dove accennavi ad un interessante rapporto Censis: i bambini del sud pare abbiano una percezione più spiccata del fenomeno mafie, a partire dal linguaggio.

Sì, facevo riferimento all’indagine del Censis dal titolo  “Secondo me la mafia…nell’immaginario dei bambini siciliani”, nella quale si analizzavano i temi di 3914 ragazzi siciliani, dai 6 ai 16 anni e quelli dei ragazzi di Roma; in Sicilia, la parola “mafia” era accostata a verbi come “uccidere”, mentre a Roma i ragazzi sostituiscono alla medesima parola, espressioni quali “gruppo di delinquenti”. Quando vado in Sicilia mi rendo conto che i bambini davvero “sentono” la mafia, perché la “vivono” per strada od in taluni casi, nelle proprie famiglie; ma al contempo “respirano” anche l’antimafia: quella degli esempi, delle vittime innocenti, dei beni confiscati. E questo è importante. Al nord, al contrario, siamo ancora un po’ “freddini” su questi temi, nonostante le infiltrazioni mafiose ci siano, eccome! Ogni mattina, leggo ai miei alunni una pagina dell’Agenda del Centro di documentazione Impastato e ricordo una vittima innocente di mafie; sono felice, perché i ragazzi sono molto attenti e capiscono il messaggio; ci sono giorni in cui essi stessi mi mandano sms per ricordarmi dell’anniversario della morte di una vittima; è importante che ci sia memoria, per costruire un futuro di legalità. Mi auguro che le cose riescano a cambiare anche qui nel profondo nord e che ci sia maggiore partecipazione e sensibilizzazione, verso questi temi fondamentali per il nostro vivere civile.

Cosa racconteresti di questi venti anni, ai giudici Falcone e Borsellino, se li avessi in questo momento davanti a te?

Gli direi che il loro lavoro, la loro vita (e non il loro “sacrificio”, perché conducevano una vita normale, adempiendo al proprio dovere, come dovremmo fare tutti), continuano.
Fari conoscere loro tutti quei ragazzi che ho conosciuto e portato con me in Sicilia; i ragazzi che s’impegnano ogni giorno, per il contrasto alla mentalità mafiosa, per cambiare questa società.
Gli parlerei di Tommaso, un ragazzino di Monreale, di quelli che conoscono bene la realtà di strada, che oggi è fondatore di Arci link e porta avanti tanti progetti culturali, schierandosi apertamente; gli presenterei quel ragazzo di Tirana, arrivato con uno dei famosi “barconi della speranza” qui in Italia, che ha ricevuto un premio dal presidente della Repubblica per il suo impegno scolastico e che grazie ad una borsa di studio si è potuto iscrivere alla Facoltà di Giurisprudenza, col sogno di diventare magistrato, con i loro insegnamenti nel cuore.
Sì, gli parlerei di loro; gli mostrerei che qui si lotta e si resiste, nel loro nome;  e che il loro esempio non è andato perso.


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